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| 15 apr 2025 | 16:40

Maino, un grande narratore di montagna col pennello al posto della parola

Apre domani, mercoledì 16 al palazzo della Regione, la mostra che risarcisce un "nessun profeta" (in patria) dell'arte magica delle luci, delle ombre e del paesaggio alpino. Ma oltre ai quadri conta la riscoperta di un contesto dimenticato come una barberia "Agorà" dove disegnava gli specchi con il sapone
DAL BLOG
Di Carmine Ragozzino - 15 aprile 2025

Giornalista, ha lavorato per Alto Adige, Gazzettino e Trentino

Nemo propheta, nessuno è profeta (in patria). Non vale per tutti ma vale per troppi. Ci si dimentica, si ignora, si fanno spallucce cestinando in una dimenticanza che spesso è colpevole (specie di incultura) quel che di buono è stato fatto per il proprio territorio. Quel che con umiltà e devozione è stato fatto per una patria con la “p” minuscola dell’anti retorica ma con la “a” maiuscola dell’amore. Nel lavoro, nell’arte, nella socialità e in mille altre situazioni i “nemo propheta” abbondano senza che nessuno si scomponga nell’andazzo perverso che esalta a dismisura un universo di mezze tacche, di piazzisti di sé stessi nell’assenza deleteria di sostanza.

 

 Capita, raramente ma capita, che qualche “nemo propheta” abbia seppur tardivamente il riconoscimento che merita. Può succedere per caso. Può succedere per una sorta di caparbietà amicale (mista a reale ammirazione) di chi avendo conosciuto, apprezzato e forse anche amato il “dimenticato” si ribella all’oblio e si fa un mazzo tanto giungere, finalmente, ad un risarcimento.

 E’ quel che è successo per la mostra delle opere di Giovanni Maino che domani (mercoledì 16) si inaugurerà nella sala espositiva della Regione (a Trento) grazie al lavoro di ricerca storica e biografica di Franco Cortelletti e Marco Patton, amici di lunghissima data di un narratore per immagini del paesaggio alpino che ha passato la vita (purtroppo breve) ad intingere il pennello nel colore per battagliare contro la disattenzione e l’abitudine di chi abita la meraviglia, vive una fortuna quotidiana ma rischia di darla per scontata. Mostra curata da Giuseppe Tasin (che scrive sul catalogo assieme ai succitati Patton e Cortelletti oltre che a Mauro Betta)

 

 Giovanni Maino e la montagna? Piuttosto Giovanni Maino “è” la montagna. Le vette (ma non solo le vette) delle luci e delle ombre, dei particolari e dell’impatto sull’anima, sull’umore. Quella montagna, quelle montagne del Trentino e dell’Alto Adige ma non solo, il maino pittore e fotografo le camminò senza sosta come missione prima umana e solo secondariamente artistica.

 

 Un’arte, la sua, aliena al mercato, alla commissione, alla pecunia insomma. Un’arte autodidatta ma capace di salire in cattedra senza la presunzione di tracciare uno stile e di propinare lezioni. Un’arte che nella sua vita di un quotidiano di normalità e fatica – il Trentino tra due guerre, tra bombardamenti e lunari davvero complicati da sbarcare perché l’arroganza dell’opulenza turistico devastante arrivò molto più tardi – ha preso per fortuna il sopravvento. Una mostra (nella fattispecie inserita nelle proposte del Festival della Montagna 2025) serve a far conoscere l’opera, specialmente quella sconosciuta. La mostra dedicata a Giovanni Maino serve, però, a qualcosa di più e forse di più importante.

 Sì, i lavori: belli, intensi, ricchi di sfumature, ricordi e scoperte che i tecnici sapranno esaltare come è giusto. Ma forse più ancora delle opere l’esposizione su Giovanni Maino fortemente rincorsa da un barbiere famoso per la corsa (Patton) e da un estimatore riconoscente (Cortelletti) vale per il contesto sociale che resuscita. Un contesto di rapporti, di piccole, semplici e grandi storie costellano la biografia di Maino. La bici, le salite che sfidano l’acido lattico per raggiungere le alture a sud, a nord, ad est e ad ovest con le matite ed i pennelli capaci di fornire forza ai pedali e volontà all’anima. E poi un motorino, il mitico Motom 48: pedana fissa, avviamento a leva, 85 chilometri con un litro (miracolo) e le mète che non sono più irraggiungibili. Non c’è più paesaggio che non si possa fissare su una tela o che non si possa fotografare per completarlo al chiuso di uno studio senza limitarne i magici orizzonti.

 Ambienti, sì gli ambienti: la mostra svelerà quelli noti e quelli meno noti di una geografia alpina fatta di passione. Ma ambiente che mette insieme nostalgia e rabbia è anche quello nel quale seppur schivo, non poco sordo ma presente anche nel silenzio “osservante” Giovanni Maino trovò amicizie che non sono certo quelle finte, beffarde o soltanto apparenti del mondo “social” di oggi. L’ambiente di un’altra Trento fu, ad esempio, una barberia di Luigi Moselli, già Salone Monegaglia, di Largo Carducci a Trento, al Canton di Trento. Lì, a far capelli negli anni Settanta, ci fu anche Marco Patton. E lì, in quell’Agorà di varia umanità in attesa di taglio, l’incontro con Giovanni Maino non poteva essere un incontro “qualsiasi” se è vero che il pittore disegnava perfino col sapone sugli specchi del locale, magari dopo aver discusso (si fa per dire vista la vulcanicità moderata di entrambi) di colori e di paesaggi con quel Flavio Faganello che in Trentino è sinonimo di fotografia.

 

 Insomma, un altro mondo – ma che bel mondo – che deve aver convinto Patton, Cortelletti e gli altri promotori della mostra che, appunto, che una retrospettiva è un fine e non un mezzo: il fine di testimoniare che se l’arte non né anche “vita” è arte di poca cosa.

 

 Nell’arte di Giovanni Maino – tipo che vendeva senza dannarsi solo per mantenersi la possibilità di scalare e dipingere – c’è la vita di un pasticcere e di un esperto decoratore, di un marito innamorato e di un polemista scarsamente invadente ma ficcante, di un centauro a cavallo del “cavalletto”, di un fedele alle chiese (il Duomo e la periferia) per scovarne più i segreti di luce che i precetti. E c’è altro da recuperare in una biografia intrigante. Perfino più intrigante dei quadri. Che sono, comunque, gran bei quadri.

 

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