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Maturità, l'impotenza di chi è genitore e il "dramma" di chi si deve giocare tutto in tre prove

Già so che mi tacceranno di inconsistenza e bramosia polemica. Ma io insisto: immaturi sono coloro che obbligano uno studente a giocarsi la propria autostima in tre prove scritte e un orale. E il consiglio, unico e irrinunciabile, è "state calmi"
DAL BLOG
Di Carmine Ragozzino - 21 giugno 2017

Giornalista, ha lavorato per Alto Adige, Gazzettino e Trentino

Affettuosamente memore dei consigli della nonna mi ero attrezzato con lo zabaione per sostenere mia figlia nell'appropinquarsi dell’ora “più dura” a seguito di infinite ore di tensione che mettono a nudo la tua impotenza genitoriale. Che faccio? Monto almeno un po’ di energia: a bagnomaria. Mi rifugio in un vintage alimentare che ravviva la nostalgia di un esame di maturità – il mio - ruspante. Tanto quanto i sentimenti all’eccesso degli anni ’70 pseudo rivoluzionari. Ma per un buon zabaione le uova devono essere fresche, freschissime. Quindi nisba. Buttiamoci sulla banalità di una brioche che passa dal congelatore al forno in nome di quei sapori indistinti che sono segno distintivo dei tempi.

 

Vade retro nostalgia. Si campa di presente mentre le ore – le sei ore del primo tema – si trasformano in secoli di unghie masticate e sudori ingovernabili. Si campa – così campano i maturandi - di un presente ad alta tensione emotiva e ci si immagina un futuro che più cupo non si può. Inutile tentare di sdrammatizzare: effetto boomerang. Meglio il silenzio. Anche se amorevole. Alla maturità va così. Non ci si scappa. La maturità di cui qui ci si azzarda a parlare è uno zibaldone di umori totalizzanti che si fanno la guerra da un paio di settimane e che continueranno a combattersi per un paio di settimane ancora. Ripetere, ripetere, ripetere. Qualcuno, nella notte dei tempi latini, blaterava sul “repetita iuvant”, (ripetere aiuta). Il motto ha origine incerta ma conseguenza certa. Infatti è certo che genera un’incertezza che precipita nell’ansia. Ripetere, ripetere, ripetere? Confondersi, confondersi, confondersi: ecco il risultato del rimasticare indigesto di una montagna d’appunti che riduce l’Everest ad una collinetta.

 

Einstein giocava con la relatività mentre Freud lo psicanalizzava partendo dalla sua chioma da matto. Nell’America del 29 bevevano whisky di sottobanco mentre l’Italia si ubriacava di fascismo. Intanto un fanciullino si bagnava dentro un pineto e un poeta di cui non viene il nome nemmeno a fissarlo col vinavil provava a capire perché il diavoletto di Cartesio spostava liquidi e calcolava pesi. E Pirandello era uno ma ce l’aveva con nessuno o con centomila così come Grillo dice che uno vale uno per dire che lui li vale tutti. Sì, perché pare che la maturità sia anche attualità “semel in anno”. Per il resto dell’anno scolastico, al dunque, l’attualità è spesso una fastidiosa parentesi tra una formula di fisica e le note a margine di un incomprensibile versetto. Maturità? Stiamo scherzando, anche se si tratta di scherzo serissimo che mette a repentaglio tanto la psiche del maturando quanto quella della sua famiglia.

 

Quella a cui da oggi al diapason della calura estiva sono chiamati i nostri ragazzi è una prova di resistenza. Ma non è resistenza all’afa, che pure è una sfida alla funzionalità dei neuroni. Trattasi di resistenza ad un’ipocrisia tanto antica quanto anacronistica. Ai maturandi raccontano che l’esame non conta in quanto esame. Conterebbe, infatti. in quanto “passaggio” da una fase all’altra della loro vita. Se così fosse, l’esame – la maturità – dovrebbe essere un semplice, quello sì istruttivo, viaggio. Un viaggio curioso e rispettoso nella vita dei diciottenni. Dovrebbe essere un confronto aperto, un dialogo alla pari, capace di far emergere sogni e paure, illusioni e disillusioni, attitudini e difficoltà, entusiasmi e delusioni. Eccetera. Se la maturità è un processo che alle superiori dura un quinquennio e nella vita reale non si esaurisce mai, (Eduardo docet, ma chi ha mai spiegato Eduardo agli studenti?) perché costringerlo alla miseria di un riassunto più o meno mnemonico dell’esistenza tra i banchi?

 

Certo, i signori della statistica rassicurano: alla maturità passano più o meno tutti. Oggi più di ieri e meno di domani. Ma un esame – tutti gli esami – hanno un valore se fanno crescere. E per crescere occorre riconoscere e condividere il “senso” della prova alla quale si è chiamati. Chi trovasse uno studente che questo senso ha individuato dopo aver vagato da un’isteria all’altra come un Diogene snervato ce lo faccia sapere. E soprattutto lo faccia sapere agli studenti che stamattina si sono trovati davanti alla quasi ecologia di un tal Caproni che i più non hanno mai sentito nominare se non per qualche “caprone” dispregiativo urlato in Tv da quel furbacchione di Sgarbi.

 

Già so come e quanto soloni d’ogni risma mi tacceranno di inconsistenza e bramosia polemica. Ma io insisto: immaturi sono coloro che obbligano uno studente a giocarsi la propria autostima in tre prove scritte e un orale. Prove in bilico incostante tra adrenalina e depressione. Prove nelle quali il “clima psicologico” incide più della preparazione. Prove nelle quali i commissari non sono lì per fregarti ma anche se te lo dicono non ci credi. Come non credi ai genitori che altro non possono fare se non dirti “stai calmo” generando reazioni schizzate. Come non credi agli amici che ti dicono “sei forte, vai sereno” e proprio per questo vorresti non averli mai avuti come amici. Come non credi, e ti fai invischiare senza scampo, al coacervo di allarmi nelle chat. Come hai creduto che davvero internet potesse orientarti nel toto-prova d’esame per poi maledirlo davanti alla prima traccia che non centra un tubo con le preveggenze che ti hanno tolto il sonno. A

 

nche perché internet con quella sua “anniversareide” bastarda, lo guardano anche coloro che scelgono i temi. E che un poco perfidi devono essere. Lasciatevelo dire da un cretino: cinque anni per valutare il buono ed il meno buono di un ragazzo bastano e avanzano. Se così non è, se c’è bisogno di un rischiatutto dove non si rischia nulla se non il proprio giovane e tormentato equilibrio, è la scuola che fallisce. E’ la scuola che è immatura.

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