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''Movida'', recuperiamo il senso originario (post-franchista) del termine fermando degenerazioni degradanti e puntando su cultura e socialità

Da una parte la quiete pubblica: è un’esigenza sacrosanta fino a quando non diventa negazione totale di ogni genere di animazione del centro dentro orari compatibili. Dall’altra parte l’altrettanto sacrosanto bisogno di viversi l’età e gli ormoni in maniera collettiva. Va dunque tenuto nel debito conto il rapporto tra causa ed effetto di ogni possibile intervento di regolamentazione
DAL BLOG
Di Carmine Ragozzino - 08 ottobre 2020

Giornalista, ha lavorato per Alto Adige, Gazzettino e Trentino

Dall’algebra non si scappa. L’algebra sentenzia che cambiando l’ordine dei fattori - (o degli addendi) - di un’operazione il risultato non cambia. La ressa di chiacchiere a vuoto che per semplicità antistorica viene battezzata come “movida” scombina però le regole algebriche. E pure quelle di una convivenza meno alterata da contrastanti incomprensioni. In tema di “movida” potrebbe anche essere che mutando con coraggio e lungimiranza l’ordine dei fattori sociali legati al fenomeno il “prodotto cambi”. Un prodotto, la cosiddetta “movida”, alquanto sfaccettato per differenza di comportamenti ma accomunato dalla volontà di sfangare collettivamente il dopo studio, il dopo lavoro e purtroppo anche il “dopo nulla” dell’inconsistenza del futuro generazionale.

 

Cambiando i fattori della “movida” – alzando finalmente il tiro dell’analisi oltre le banalizzazioni e le fuorvianti generalizzazioni – potrebbe forse modificarsi un approccio al fenomeno fin qui tanto approssimativo quanto improduttivo. La “movida” – a Trento e altrove – impone a chi amministra di non svicolare dalla complessità sociale degli affollati raduni serali e notturni. Assumere la complessità come paradigma può evitare due scorciatoie che portano entrambe dentro vicoli ciechi: l’eccesso di decisionismo e, al contrario, l’eccesso di lassismo. Certo, di fronte alle degenerazioni degradanti della “movida” urge fermezza: Trento non può essere un orinatoio o peggio. Non va perso tempo in discussioni: pugno di ferro. Il problema è semmai capire chi deve sferrare il pugno e qui si potrebbe aprire un interessante dibattito sulla responsabilizzazione della maggioranza a tenuta di prostata e di vescica che potrebbe tutelare la propria voglia di divertimento decoroso cazziando e isolando i deficienti.

 

È un terreno insidioso, ovviamente. Ma uno “scambio” trasparente tra libertà di incontro e tutela del bene pubblico potrebbe forse diventare un’opzione che l’amministrazione comunale dovrebbe almeno prendere in considerazione. Come? Pubblicizzando la volontà di un patto sociale sulla vigilanza dal basso, dall’interno della “movida”. Volendo si può suggerire anche lo slogan: “Ragazzi, ribellatevi. Non potete girarvi dall’altra parte e non potete accettare di diventare ostaggi dei cretini senza orologio, senza educazione e senza dignità fisiologica”. Nella “movida” confliggono diritti opposti. Da una parte la quiete pubblica: è un’esigenza sacrosanta fino a quando non diventa negazione totale di ogni genere di animazione del centro dentro orari compatibili. Dall’altra parte l’altrettanto sacrosanto bisogno di viversi l’età e gli ormoni in maniera collettiva.

 

Va dunque tenuto nel debito conto il rapporto tra causa ed effetto di ogni possibile intervento di regolamentazione. Nel dibattito intenso ma spesso stucchevole sulla “movida” il coraggio è purtroppo merce rara. Ha spesso latitato il coraggio di prevenire gli eccessi ma ha latitato allo stesso modo il coraggio di analizzare a fondo caratteristiche, dinamiche, lati positivi e lati negativi della “movida”. Si pende - un moto ondulare sul quale si è troppo spesso esercitata l’amministrazione comunale – una volta verso la repressione e un’altra volta verso la comprensione. Due opzioni – opposte – che lasciano tuttavia inalterato il problema nella paralisi dei rinvii. C’è casino nei pressi di locali che facilitano il tirare tardi? Prevale un pensiero manicheo: punire il locale. Ma punire il locale non corrisponde a punire gli avventori meno avveduti del locale, né a modificarne le abitudini chiassose e irrispettose che ignorano l’orario del buon senso. Di fronte a multe e chiusure il gestore non può che ricordare il fatto che la sua licenza non prevede – e ci mancherebbe – compiti di polizia.

 

La movida – lo dice la parola stessa di arboriana memoria – è movimento. C’è un popolo non catalogabile sotto una sola voce se non quella di popolo migrante tra un angolo e l’altro di un minuscolo centro città. La sanzione ad un locale - anche la più dura e la più economicamente dolorosa – comporta al più una variazione geografica della “movida”. Insomma, una gran parte del popolo con tendenza alcolica – che non è però l’intero popolo della “movida” - ci mette un niente a spostarsi altrove.

Sì, in questo caso si torna all’algebra: cambiando l’ordine dei fattori il rumoroso prodotto non cambia. Al massimo mutano gli interlocutori dell’amministrazione in una babele di interessi contrapposti fra residenti, “movidisti” e titolari di bar o di pub. Nel recente passato del Comune di Trento il prosciutto sugli occhi e, all’opposto, le drammatizzazioni sono stati all’ordine del giorno.

 

Certo, sarebbe ingeneroso non ricordare i tentativi dell’amministrazione Andreatta. Un assessore al commercio che oggi replica quella competenza con un surplus di importanza si dannò l’anima per far parlare tra loro residenti del centro e gestori dei locali, smussando per quel che fu possibile il mix tra esasperazione e intransigenza dei primi e la legittima volontà dei secondi a collaborare senza sentirsi accusati di “procurato schiamazzo” o di “procurato degrado”. Qualche rigidità fu smussata, seppur con fatica. Qualche soluzione fu indicata nella bozza di un regolamento ispirato ai “premi”, (orari, numero di eventi), per chi tra gli esercenti si fosse mostrato più responsabile e collaborativo con il Comune nell’assumersi anche compiti di controllo. Compresi i compiti “non propri”. Quel regolamento restò bozza perché i tempi di un’amministrazione tentennante sono sempre affannosa rincorsa alla realtà.

 

Oggi c’è un nuovo sindaco. C’è una nuova giunta comunale. Il nuovo sindaco sembra aver finalmente chiara la necessità di far convivere le “tante città” che la “movida” esplicita. La città si declina, infatti, al plurale. C’è la città stanca e forzatamente insonne dei residenti del centro ma c’è anche la città di chi il centro lo fa vivere e crescere da dietro il bancone di un bar. C’è la città di chi cala dalla periferia al cuore di Trento perché questa è l’abitudine di ogni città. E ancora, c’è la città adulta e c’è la città giovane. C’è la città degli universitari che Trento sembra considerare solo quando pagano, affitti onerosi ma c’è anche la città degli adolescenti che in una fase inevitabile della loro vita tendono, purtroppo, troppo spesso ad associare la qualità sociale della loro crescita ai gradi alcolici. Ma c’è anche la città di chi lavora e che nel dopo lavoro brinda.

 

Esiste un equilibrio possibile tra queste città? Sì, ci deve essere – sennò occorre inventarlo – se si è convinti che Trento vada sì “regolamentata” con piglio più deciso che nel passato ma al tempo stesso debba anche essere messa in grado di “autoregolamentarsi”. La scelta sanzionatoria è un freno non contrattabile quando la “movida” si trasforma in suburra. Ma l’azione culturale – improba ma inevitabile – può dare risultati di più lunga durata dell’illusorio ordine delle multe e dei divieti. L’opzione culturale chiama chi amministra a far condividere un’idea meno scontata, rituale e caciarona dello stare assieme. L’azione culturale porta a disegnare una mappa meno concentrata dei luoghi della “movida”. L’azione culturale contempla la facilitazione e l’investimento pubblico su offerte diversificate di intrattenimento: abbassando i decibel e alzando la qualità. L’azione culturale è dialogo prima e non dopo le emergenze.

 

Un dialogo da animare nelle scuole, nei quartieri, sui luoghi di lavoro, dentro e soprattutto fuori i locali. Un dialogo come “metodo”, non come episodio. Solo così potrebbe scattare una fruizione puntiforme e più matura della città, evidenziando in modo naturale ed automatico i “movidisti” disponibili a “vivere” la città come territorio da difendere dalle degenerazioni. Chissà che così il termine “movida” non riesca a tornare alla sua origine. Nella Spagna post franchista la “movida” fu arte, partecipazione, voglia di confronto e scambio che tornava ad impadronirsi delle strade. L’unità di misura della “movida” non era l’ettolitro di birra ma la quantità di gioia nell’incontro, nella parola, nella conquista di un sano protagonismo generazionale.

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