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Movida sì, Movida no? Intanto arriva ''Arte in bottega'' un’abbuffata di musica, teatro, danza con 80 realtà dello spettacolo e altrettante del commercio coinvolte. Ecco la strada da percorrere

La cultura e lo spettacolo diffusi in tutto il centro possono essere la "variante sana” per una “movida” che ad oggi è solo un crescendo irrisolvibile di proteste incrociate: le proteste di chi anima l'aggregazione e le proteste di chi la subisce. Tutti ad invocare libertà, distorcendone però troppo spesso il significato. La cultura ha bisogno di coraggio, di sperimentazione, dell’individuazione e della messa a disposizione di spazi. Un’utopia? No se, come è facile immaginare, avrà successo il tentativo che il Comune di Trento di metterla in campo per quattro volte (due venerdì e due sabato)
DAL BLOG
Di Carmine Ragozzino - 03 luglio 2021

Giornalista, ha lavorato per Alto Adige, Gazzettino e Trentino

Si potrà mai parlare di “movida” senza mettersi l’elmetto? Sarà mai possibile ragionare anziché parteggiare per l’uno o per l’altro schieramento degli “inconciliabili”, di coloro che si scontrano ormai quotidianamente a colpi di legittimi diritti? Tifare per chi vuol vivere la città di notte celebrando ad alta voce età che non sono sempre brufolose? Perorare, al contrario, la causa di chi abitando il centro la notte ambirebbe ad un riposo senza i tappi, crisi di sonno e maledizioni?

Se non ci si impicca alla superficialità e alle drammatizzazioni, forse non è impossibile parlare di “movida” senza straparlare. Basta provare ad andare oltre le esagerazioni e le minimizzazioni: sarebbe già un bel passo avanti. C’è un fenomeno, la movida, comune a tutte le città. Ci sono, ovunque, le devianze indecorose di un costume sociale nel quale una maggioranza rischia di pagare il menefreghismo e l’eccesso alcoolicamente egoista di una minoranza.

 

Come dare cittadinanza e forza ad una “movida” diversa dalla ritualità – anche geografica - degli assembramenti? Occorre ricercare - organizzandola anche con in mano la bussola dell’immaginazione - un’alternativa che sappia rendere l’aggregazione meno “statica”, meno scontata. Un’aggregazione diversa potrebbe limitare gli eccessi al netto dei cretini da “stangare”. Serve allora facilitare una mobilità “intelligente”. Urge fornire le occasioni per una salutare frammentazione del cosiddetto “popolo della notte”. Un popolo che viene sempre raccontato con deleterie generalizzazioni, senza nemmeno provare a capire davvero come è composto. Così si accomunano universitari e studenti delle superiori, adolescenti, lavoratori e disoccupati. Sono “categorie” tra loro diverse, non omologabili per abitudini, obiettivi, modi di stare insieme, sensibilità al buon senso, reazioni e modalità di interlocuzione, disponibilità all’autocontrollo.

 

La cultura può essere una variante “sana” per una “movida” che ad oggi è solo un crescendo irrisolvibile di proteste incrociate: le proteste di chi anima la “movida” e le proteste di chi la subisce. Tutti ad invocare libertà, distorcendone però troppo spesso il significato. La cultura ha bisogno di coraggio, di sperimentazione, dell’individuazione e della messa a disposizione di spazi - compresi quelli impropri, di fiducia ma anche di regole condivise. Anche di fiducia nella responsabilità e nell’autogestione se gli interlocutori sono realmente rappresentativi e credibili. In una città palcoscenico – la strada, i plateatici, il fronte vetrina, le piazzette, gli androni, qualche portico – la “movida” diventerebbe obbligatoriamente mobile. Ad imporre la mobilità, evitando concentrazioni, saranno i gusti, gli interessi, la curiosità. Una “movida” fatta di tanti piccoli gruppi, strappati alla noia dell’assembramento nel “rito” di un calice o di una pinta, potrà determinare una socialità meno rumorosa, più curiosa, più stimolante. Più “viva”.

 

Un’illusione? No, il ragionamento di cui sopra potrebbe anche non essere un’utopia se come è facile immaginare avrà successo il tentativo che il Comune di Trento metterà in campo per quattro volte, (due venerdì e due sabato), a partire dal 9/10 e 16/17 luglio. “Arte in bottega” – titolo poco fantasioso e pure un po’ fuorviante per un’iniziativa che invece è imponente – si propone come un’occupazione artistica del centro. Dell’intero centro città. Un’occupazione artistica a doppio e dichiarato scopo: garantire protagonismo ad una folla di artisti - dall’acerbo al navigato - e aiutare l’economia. Quella, appunto, delle “botteghe”. Sarà un’abbuffata di musica, teatro, danza e contaminazioni tra discipline diverse. Seguire tutto sarà impossibile ma non è questo che conta. Conterà essere disponibili ad un “orienteering artistico” che potrebbe – dovrebbe – orientare anche le scelte future dell’amministrazione. Anche in tema di movida.

 

“Arte in bottega” ha coinvolto ottanta realtà di spettacolo, (20 in scena per ogni giornata) e altrettante “aziende” commerciali, (bar, negozi, ristoranti e altro) che si sono rese disponibili all’intreccio tra spettacolo e commercio, ospitando e sostenendo performance ripetute dal pomeriggio a sera non tardissima. I partecipanti - scelti con un bando - avranno dal Comune un compenso. La contemporaneità e la varietà degli eventi è il fulcro della proposta. Una proposta curata dall’ assessorato a cultura e politiche giovanili – (Bozzarelli e i suoi uffici impegnati allo spasimo ma con entusiasmo) - assieme al Centro Musica. Una proposta caratterizzata da una crisi di abbondanza, se è vero che sono state 130 le candidature di chi voleva correre a far spettacolo in città dopo un anno e più di forzato silenzio pandemico.

 

L’idea di “Arte in bottega” dovrebbe diventare un “metodo”, un paradigma per una nuova versione – nuova visione – di quella socialità fuori orario che marca ovunque la differenza tra un mortorio, (anche economico) e una città che accresce il suo “prodotto interno lordo” anche con il popolo degli universitari, dei ragazzi delle scuole superiori, dei giovani che lavorano, eccetera. Certo, “Arte in bottega” è stata pensata come “una tantum” a scopo – sacrosanto – di ripartenza sociale ed economica nel “quasi dopo Covid”. Certo, il Comune quest’anno ha investito nell’estate culturale come non mai ed ha mostrato sorprendente lungimiranza rispetto al passato. La scelta è encomiabile, questa “priorità” e non era scontata. Ma domani? Ci saranno ancora i soldi? Ci sarà ancora questa volontà?

 

“Arte in bottega” sarà un successo – (astenersi cacadubbi e menagrami), ma proprio perché sarà un successo sarebbe utile fin da subito considerarla un progetto e non un episodio. Potrebbe essere un punto fermo, un sistema da adattare alle differenze stagionali, per marchiare la movida di Trento con una inedita “creattività”. Una “creattività” fondata sulla collaborazione vera tra diversi soggetti, per un nuovo protagonismo di idee e di sperimentazioni: gli artisti, l’amministrazione, i commercianti, i residenti, le realtà culturali organizzate ma anche no. Scommettiamo che i “movidisti” non faranno spallucce? Lapalissiano che un Comune non può accollarsi oneri troppo gravosi oltre misura. Può, come pare finalmente succeda, imboccare strade intelligenti come ad esempio il recente bando "spinto"  dall’assessore al commercio Stanchina per sostenere economicamente gli esercenti che si vogliono attrezzare i loro spazi interni ed esterni allo spettacolo. E un’altra strada praticabile potrebbero essere la proposta agli universitari e alle associazioni di “adottare” assieme agli esercenti parti di città meno problematiche urbanisticamente.

 

Ma se piazza Dante, le Albere, il parco di Piazza Venezia dovessero essere considerate un’opzione “ghetto” dove traslocare forzatamente la movida dopo una certa ora, il fallimento se non sicuro è molto probabile. Anche il decentramento ad ore più tarde degli spazi di “concentramento” – infatti – impone contenuti, attrezzature, facilità e sburocratizzazione in aiuto a chi farà proposte. Albere, Piazza Dante, parco di piazza Venezia possono diventare una prospettiva della movida solo se si saprà proporle come “scelta attrattiva” anziché come un’imposizione, come mossa un po’ disperata per silenziare il centro. I quattro giorni di happening creativo di luglio potranno scrivere il capitolo inedito di una città che attraverso un connubio tra commercio e arti – mai sperimentato prima con questo impatto - coinvolge senza stravolgere, valorizza la curiosa mobilità delle persone, rende vivi luoghi meno frequentati e decongestiona quelli troppo frequentati per assenza di alternative.

 

Ci sarà da divertirsi perché il cartellone è di quelli “rari” per quantità e i molti casi anche per qualità. Al Comune non basterà però una soddisfazione più che preventivabile. Le idee buone necessitano di continuità. La movida trentina ha urgenza di idee buone. E coraggiose.

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