Music Arena, qualcosa di ''possibile'' si è visto quest'anno: e se accantonassimo i grandi numeri e pensassimo a un'estate di concerti?

Giornalista, ha lavorato per Alto Adige, Gazzettino e Trentino
“Non sempre cambiare equivale a migliorare ma per migliorare bisogna cambiare”. Che c’azzecca Winston Churchill con la Trentino Music Arena? Beh, alla Trentino Music Arena – più notoriamente definibile come un’incompiuta (l’area San Vincenzo a Trento sud), in tre anni di cambiamenti se ne sono visti a iosa. Sono gli anni che vanno dall’irripetibilità scandalosamente onerosa (per le casse pubbliche) di Vasco al Live Festival 2025. Il festival, cioè, che s’è appena concluso con un bilancio in chiaroscuro. Tuttavia, tornando a Churchill, è davvero difficile capire il rapporto tra cambiamento e miglioramento. Più che di cambiamenti per la Music Arena sarebbe meglio parlare di tentativi. O meglio, di una navigazione senza bussola.
Il primo cambiamento, l’anno dopo il mega show del Comandante, fu un tuffo carpiato nel presappochismo. Andò in scena (pessima scena) quella disgrazia beffardamente battezzata “Love Fest”. Nella landa esageratamente ampia e logisticamente sconfortante – terra e polvere - subimmo una selezione di “nulla pensanti”: artisti (diciamo così) che giochicchiando tra rime ed orpelli tecnologici utili a dar voce a chi non ne ha mostrarono quanto alla musica “trap” manchi in realtà una seconda “p” seguita da un “ola” che nulla a che vedere con la festa. Una “Trap/pola” insomma. Contenuti? Niente. Furberia? Tanta. Volgarità? Qb, quanto basta. Che però guasta, e mica poco, quando occhieggia al sessismo, ad una certa quantità di violenza metropolitana. Più di tutto, annaspa nel mare delle scemenze sostenute da bassi al fulmicotone e ritmi ossessivi.
In quel “Love Fest” c’era davvero poco di cui innamorarsi. Ma sarebbe sbagliato non tenere conto che frotte di adolescenti vanno in sollucchero per quel genere troppo spesso degenerato. Qui - ripetendo quel che più di una volta s’è scritto – occorre riflettere. Pur pasticciato e pure offensivo per via di una solidarietà farlocca con gli alluvionati romagnoli, il “Love Fest” fece presa su un universo adolescenziale che si mobilitò – anche se non certo in massa – per dare una plastica dimostrazione di gusti incomprensibili per noi “vetero”. Gusti, tuttavia, reali e dominanti nell’ingenua e troppo spesso ignorata generazione degli under. In sintesi: con il “Love Fest” alla Music Arena l’ente pubblico buttò altri soldi (e tanti). Però se si guarda a quella rabberciata proposta dal punto di vista sociologico si può azzardare che forse su quel target iper giovanile si sarebbe potuto magari anche investire. Come? Cercando di sostituire la qualità ad una costosissima goffaggine. Sì, perché c’è trap e trap, rap e rap: non tutto è da buttare.
L’anno dopo il “Love fest” alla Music Arena fu un anno di “vorrei, ma non me lo posso permettere perché non c’è tempo”. Poteva, forse doveva, essere un anno di transizione verso un progetto più definito, più credibile, più spendibile. L’affido provinciale degli eventi 2024 al Centro Santa Chiara finì con l’affossare economicamente un ente che forse ha le sue colpe (ad esempio accettare senza fiatare un incarico capestro, una “missione impossibile”) ma che certo non poteva compiere nemmeno un accenno di miracolo di fronte all’inadeguatezza dell’area San Vincenzo. Un luogo improbo ed improbabile che per essere trasformato davvero in un’arena per lo spettacolo dal vivo aveva ed ha bisogno di un progetto insieme culturale, architettonico, funzionale e strutturale. Progetto sul quale la Provincia ha latitato e latita tutt’ora. Con scelte artistiche all’insegna del “prendo gli scampoli” del mercato musicale (per i pezzi pregiati ti devi organizzare con almeno un paio d’anni di anticipo) il Santa Chiara fu praticamente costretto al suicidio (e al conseguente commissariamento) per via di spese “obbligatorie” d’allestimento, con cachet e organizzazione in totale disequilibrio rispetto al richiamo del palco.
Tutto più che prevedibile ma forse anche tutto “migliorabile” (non si dice rimediabile, che è troppo) che ci fosse stata una possibilità di respiro. Una prospettiva, insomma. Sarebbe servito un percorso trasparente, condiviso. Era indispensabile garantire una programmazione pluriennale degli eventi estivi – definendo meglio contenuti e target - anziché per l’imposizione di un programma “di corsa” e soprattutto di rincorsa. Un programma utile ad esaudire un incaponimento provinciale riassumibile nel diktat “Fate quel che vi pare, ma fate altrimenti ci perdiamo la faccia”. Ebbene, il Santa Chiara “fece” – ci provò – modificando per quel che era possibile l’offerta artistica (Pooh, Mannoia, Tozzi e le cariatidi Europe) ma toppando inevitabilmente su un bilancio condannato a spese per nulla bilanciabili con gli incassi di qualche migliaio di spettatori.
E quindi? Quindi altro cambio. La Music Arena del 2025 fu affidata con bando alla Friends and Partners, multinazionale dello spettacolo dal vivo che per l’Italia conta sull’esperienza indubitabile della Magellano, solido sodalizio che ha sotto contratto decine di artisti nazionali di buon se non di ottimo livello. Il bando promosso da Trentino Marketing era ad escludendum per una serie di vincoli (fatturato e sbigliettamenti milionari) che sbarravano la porta a promoter regionali che per storia, capacità manageriale e rapporti con le agenzie dei “grandi nomi” (anche stranieri) avrebbero avuto molte carte in regola. Ma va così. Cogliendo al balzo una palla da 600 mila euro pubblici la Magellano ha messo assieme una sei giorni – il “Live Fest” – che in termini di qualità non ha fatto una grinza: da Lucio Corsi e Diodato a Fabri Fibra, da Rose Villaine e Coma Cose alla Amoruso con La Rappresentante di Lista, da Geolier a Tananai (con i sorprendentemente vitali Eugenio in via di Gioia).
Tanto di buono sul palco. Curiosa ed efficace la trasformazione della Music Arena in un piccolo villaggio da spettacolo (con annesso super mercatino dello sponsor) dalle dimensioni contenute: meno dispersive e – vista l’erba – meno disagevoli del passato. Sì, ma il pubblico pagante (che rispetto agli anni prima doveva pagare molto di più)? Una media di due/tremila presenze ad ognuna delle sei serate. Un pubblico che vista la dimensione volutamente ridotta dello spazio sembrava una folla. Ma che folla non era. Qui, proprio qui, sta il punto. Un festival ben organizzato, non attaccabile dal punto di vista della proposta eterogenea ma valida, ha certificato quel che già si era detto, scritto, riscritto (inutilmente). E cioè che il bacino d’utenza del Trentino (e solo parzialmente dell’Alto Adige) non permette voli pindarici, né grandi numeri, se non sono date una serie di condizioni al momento inimmaginabili per chiunque. Forse Magellano compresa.
Per attirare pubblico da fuori regione (è stato questo il mantra azzardato con leggerezza dalla Provincia) servono “esclusive”, artisti che non suonino “anche” negli stadi e nelle rodate location di Lombardia, Veneto, Emilia: luoghi più appetibili per situazioni logistiche consolidate, per viabilità, trasporti, ospitalità, eccetera. In alternativa c’è solo il medio cabotaggio che per il Trentino non sarebbe comunque una sconfitta. La Magellano gestisce in proprio gli artisti portati a Trento e per questo – presumibilmente – ha potuto costruire un cast a cachet fortemente ridotti. Ma tranne Fabri Fibra – che apriva a Trento il suo tour – nessuno di quei cantanti era un’esclusiva per Trento e la quantità ridotta di pubblico “migrante” dalle regioni limitrofe è una logica conseguenza.
Che dire dunque? La Music Arena rischia di continuare ad essere un’incognita, un sogno dal risveglio brusco e dalla polemica scontata. Di anno in anno si replicheranno le critiche di chi legittimamente fa i conti in tasca alla Provincia senza mai sforzarsi di fare uno straccio di proposta. Senza dire se Trento merita o no una stagione di concerti estivi. Su questo tema l’opposizione saprà mai sfidare Fugatti sul piano dei contenuti? Il Comune di Trento insisterà nel fare lo struzzo (“non è affare nostro”) godendo sotto traccia degli inciampi del Presidente rock? Difficile immaginare uno scatto di creatività. Eppure un po’ di “cambiamento” servirebbe a tutti. Se – come noi pensiamo – non è né scandalosa né strumentale l’idea della Provincia di dotare Trento ed il Trentino di un luogo dove portare la buona musica in estate il tema da affrontare non è il “se” ma il “come”.
Forse si tratta solo di non peccare di costosa immodestia o di presunzione, senza pensare troppo in grande per concentrarsi su eventi dimensionati alla capacità di risposta del territorio. La strada della sfida ad altri e più frequentati territori del complesso mercato dei concerti è in salita ed il Trentino non può certo percorrerla con il “metodo Vasco”, vale a dire “Vieni che qui è Bengodi” alla faccia del rischio di impresa. Ma la strada di una proposta meno ambiziosa nei numeri ma tuttavia ambiziosa nella qualità non sembra impossibile. E’ la strada del passo dopo passo, di un progetto “originale” (tematico, particolare e unico nelle scelte artistiche?) da impostare aprendosi a consigli “locali” e “nazionali”. C ‘è – in regione e fuori – chi può spiegare alla Provincia fino a dove ci si può spingere e quello che di deleterio comporta buttarsi senza rete in un mercato musicale di dimensioni che allo stato il Trentino non si può permettere se non facendo piangere le casse pubbliche.
Quest’anno la Music Arena qualcosa di “possibile” ha lasciato intravvedere. È poco ma è qualcosa. Non si tratta di accontentarsi né di cantare “Scurdammoce o passato”: noi non possiamo essere accusati di amnesia. Si tratta di aprire, finalmente, un dibattito vero. E finalmente serio. Ma presto, che è già tardi.












