Pergine Festival, quando l'arte è un mezzo per riconquistare la socialità

Giornalista, ha lavorato per Alto Adige, Gazzettino e Trentino
Dicono “50 anni e non sentirli”. In questo caso gli anni sono uno in più del mezzo secolo ma sarebbe fuorviante – anzi proprio sbagliato – adeguarsi ad un detto che forse può calzare per il fisico ma che certamente non è lecito se si parla di arte, di cultura, di spettacoli. In dieci lustri più uno si cambia, eccome se si cambia. Si deve cambiare. Si deve farlo senza buttare la propria storia ma, al tempo stesso, senza imprigionarsi alla propria storia.
Se si parla di un festival sempre più cultural-sociale (e la sottolineatura del “sociale” conta più della proposta artistica) non sono ammesse repliche, non ci si può adagiare sul “sicuro” dei nomi gettonati e di un’offerta senza rischio. A Pergine, che domani avvia il suo Festival estivo (il più longevo in Trentino) gli anni si sentono, perbacco se si sentono. Non si invecchia e non si ringiovanisce: semplicemente – e per fortuna – si cambia. O meglio, si cresce. Si cerca (una vera impresa) di non farsi travolgere dal buio di un’epoca (il presente) che dalla storia ha introiettato solo il peggio. Si prova (impresa nell’impresa) ad aggregare laddove ci si vorrebbe tutti soli, egoisti ed impauriti. Si azzarda la cura (complicata ma oggi più che mai miracolosa) dello stare assieme, del confronto e della scoperta.
Le arti, quelle arti che a Spettacolo Aperto si intrecciano e si contaminano tra loro con abbondanti dosi di suggestione, sono il mezzo. Ma il fine è tutt’altro che soltanto artistico, tutt’altro che soltanto culturale. Il fine è, appunto, una socialità fatta di semplici ma importantissime riconquiste. La riconquista dei luoghi, con un Festival che cerca palcoscenici nelle strade, nelle piazze, nel castello e nei cortili, nelle case, nei parchi, dentro spazi che da improbabili diventano familiari.
Sono spazi dove il “piccolo” è “grande” per fascino logistico. E se va così – a Pergine va così – anche un campanile può non essere più soltanto il rito del suono di campane ma può diventare un inedito scenario da performance. Pergine Festival ha un cartellone fitto. I nomi sono tanti, perfino troppi per 17 giorni di intensa programmazione. Ma più dei nomi che attirano e più che i nomi che intrigano a scrivere i “segni particolari” sulla carta d’identità di un appuntamento un po’ più che cinquantenne, sono le situazioni. Sono situazioni costruite per lo più sull’incontro delle discipline (teatro, musica, danza, letteratura, performances eccetera) che senza la sfida urbana, senza la scelta accurata e coraggiosa dei luoghi di rappresentazione, avrebbero certamente un diverso impatto, un diverso significato, una diversa valenza. C’è sovrabbondanza di manifestazioni estive e quasi tutte hanno la loro dignità. C’è però carenza di proposte dove artisti e spettatori sono felicemente costretti ad una vicinanza che diventa scambio, empatia, annullamento delle distanze.

Se Pergine oggi si chiama Spettacolo Aperto non è per il fatto che all’aperto si svolge quasi tutto il programma. L’apertura riguarda – o vorrebbe riguardare – le menti. L’apertura di spazi da riempire di emozioni (ma anche, se serve, di perplessità) è quel che manca drammaticamente al quotidiano odierno fatto di troppa velocità, di digestione dell’indigeribile, di passi indietro o di corse nichilistiche verso il baratro dei rapporti e della tolleranza.
Quelli di Babilonia Teatro (la direzione artistica ormai quadriennale di Pergine Festival, vale a dire la coppia Raimondi – Castellani che si può leggere anche al contrario per quanta pare la loro sintonia e quella tra loro e Pergine) la mettono così: “Stare dentro la complessità del presente e attraversarla assieme alla propria comunità”.
Per stare dentro la complessità si è chiesto aiuto a 40 eventi, due prime nazionali, due coproduzioni, sedici concerti, un tot di incontri di approfondimento. Soprattutto, più di tutto, si è investito su 15 spazi urbani, dei quali il teatro con la T maiuscola, quello delle stagioni, non è nemmeno il fulcro. Petr chi cerca i nomi, eccome alcuni: Sabina Guzzanti, Cristiano Godano, Banda Osiris, Diana Anselmo, Silvia Gribaudi, Rimini Protokol, Cirque Inextrasmiste e una frotta di altri che hanno tutti storia che più che “da vendere” è da condividere. Per chi invece vuol andare oltre i nomi, ecco i progetti, ecco appunto quei “segni particolari” che fanno marchio e prospettiva a Pergine Festival. E cioè il percorso artistico costruito con le Case di Riposo e finito in spettacolo, oppure quell’Abitare il disequilibrio realizzato con artisti sotto i 35 anni.
Eppoi, scandagliando gli spettacoli, la sensazione che nulla sia “fuori tempo” in un tempo dove l’invito a fermarsi, a riflettere, a parlarsi piuttosto che chattare è un atto non solo necessario ma totalmente rivoluzionario. Ed allora ci sarà chi fonderà narrazione, linguaggio dei segni e video per esplorare il rapporto tra lingua e potere. E ci sarà chi proverà, recitando, a ridicolizzare gli stereotipi sulle diseguaglianze di genere. Si indagherà – indagine spettacolare in forma ibrida – sulla genitorialità, sul silenzio, sulla memoria famigliare. Chiavi ironiche, chiavi drammatiche, temi scomodi, scottanti ma anche leggerezza che “quando ce vò” ma senza buttarla nella caciara di una comicità senza succo e senza sostanza. Spettacoli per pochi (numericamente) o per tanti (negli ampi spazi di verde.

Spettacoli in cuffia, intimi, e spettacoli collettivi, di ampia dimensione. C’è di che scegliere anche se il consiglio – umile – è di “farsi scegliere” dalla proposta non del singolo spettacolo ma da un clima, un contesto, un ambiente dove la frequentazione di quel che non si conosce potrebbe riservare il meglio.
Le "Geografie Umane", questo lo slogan di quest'anno per Pergine Festival, non hanno bisogno di mappamondi: sono "geografie dell'anima", raccontate in tanti linguaggi diversi che richiedono ai pubblici un solo tipo di preparazione: la disponibilità a farsi coinvolgere.
Nell’impossibilità di una sintesi del cartellone, meglio il giorno per giorno. Domani, 27 giugno, per l’inizio, la giornata si apre alle 10.00 in Piazza Municipio con COMETE, laboratorio gratuito di costruzione e volo di aquiloni curato da Zic Zic, ispirato all'immagine simbolo di questa edizione del festival. Alle 11.00 Piazza Gavazzi ospita Paesaggi con figure di Opera Bianco, dove cinque performer trasformano lo spazio urbano in una coreografia diffusa. Dalle 18.00 prende il via Città Natale di Jonathan Zenti, esperienza immersiva in cuffia ospitata all'Albergo La Rotonda Experience e in programma fino all'11 luglio. Alle 19.00 all'Ex Rimessa Carrozze va in scena Je Vous Aime di Diana Anselmo, performance che intreccia immagini, narrazione e Lingua dei Segni Italiana, preceduta alle 17.30 da un incontro accessibile, breve appuntamento dedicato ad approfondire temi, linguaggi e contesto dello spettacolo. Alle 21.15 il Convento dei Padri Francescani accoglie la prima nazionale di Paradisi Perduti di Roberto Latini, rilettura immersiva del capolavoro di Milton fruibile in cuffia. Dalle 21.30 Piazza Fruet ospita ABBASSA! con i concerti di Rude Cinno e IL PERO. Questo è il primo giorno, così "pieno" da evitarci altre parole. Sì, perché un articolo può forse stimolare. Ma esserci è altra cosa.












