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Quelle ''tre palle'' del planetario per lanciare Palazzo delle Albere in una prospettiva turistico-culturale finalmente nuova

Tra Sgarbie e Zecchi l'assessore Bisesti ha lanciato un'interessante operazione di ascolto per decidere il destino di una delle strutture più discusse (da sempre) della città. Un Palazzo delle Albere “vivo” di iniziative – collegate e non al Muse - guadagnerebbe un indotto di pubblico, di attenzione e probabilmente di frequentazione anche dal traino del planetario
DAL BLOG
Di Carmine Ragozzino - 31 luglio 2019

Giornalista, ha lavorato per Alto Adige, Gazzettino e Trentino

Peccato che il Palazzo delle Albere non sia in formato mignon. Se così fosse i pasdaran della conservazione potrebbero inscatolarlo e portarselo felici a casa. Lo salvaguarderebbero da ogni contaminazione con il presente. Alieno ad ogni rischio di un futuro finalmente un po' meno ideologico. Il Palazzo madruzziano continua ad essere bello e impossibile. Bello come testimonianza di antichi fasti che si celebrano con una visione spesso strabica e strumentale della storia. Impossibile per una seria, coraggiosa e innovativa prospettiva di rilancio. Una prospettiva che in tempi di risorse dimagrite deve necessariamente fare i conti con la variabili primaria della sostenibilità.

 

La sostenibilità: fosse solo quella economica potrebbe forse trovare un equilibrio contando nelle casse pubbliche. Ma la sostenibilità che riguarda monumenti per troppo tempo dimenticati come Palazzo delle Albere è invece materia molto più complessa. È una materia che impone di tener conto che la cultura non può essere ridotta a cristalleria nostalgica. La cultura, infatti, è tutto meno che staticità. La cultura è dinamica: capacità di cogliere e orientare le attitudini di un pubblico che oggi consuma con lo stesso trasporto la ciccia e il contorno di un’offerta. È un pubblico che quando si prenota per le grandi mostre d’arte e commercio non si scandalizza se a Van Gogh sono abbinati anche un menù dedicato o una marca di birra.

 

L’offerta culturale deve accettare la sfida di misurarsi con il presente anche quando fa storcere il naso ai puristi, (e chissenefrega). Occorre provare a costruire un futuro fatto di orizzonti – e dunque anche di incognite – anziché di confini e di muri. L’affollato confronto promosso da Bisesti – il giovane assessore provinciale leghista alla cultura – sull’eventuale “rinascita” del Palazzo delle Albere ha messo in evidenza aspettative ben organizzate. Sono aspettative legittime: singole e di gruppo, encomiabili per passione e forse perfino in credito di attenzione. Ma le aspettative sono purtroppo confinate dentro steccati a forte rischio di autoreferenza, di eccessiva sicurezza. In alcuni degli interventi viziati anche da fastidiosa sicumera.

 

I tanti desiderata espressi nell’incontro sono accomunati da una pericolosa logica di rivendicazione da parte di associazioni e singoli artisti “locali”. A volte per nulla glocali. Loro, tutti, nel Palazzo delle Albere vorrebbero trovare casa: stabilmente. Si dicono in credito. E tanto sembra bastare per relegare un discorso di “visione culturale” ad un fatto di logistica. Ma sarà anche un credito di qualità quello che si accampa? L’operazione ascolto di Bisesti va certamente elogiata, (è la democrazia, bellezza). Potrebbe essere utile se davvero – come ha promesso – l’assessore vorrà rafforzare le sue proprie idee sulle Albere. Ai più ancora ignote. Bisesti riascolterà le due ore e più di registrazione degli interventi che non ha potuto seguire in diretta. Buon lavoro Bisesti., ma con la raccomandazione di non scambiare una parte organizzata per tutto il popolo che fa o frequenta cultura in Trentino.

 

Due ore e più di parole, proposte, lamenti e lezioncine dal pulpito - (quelle ad esempio di un’Italia che più che nostra sembra ristretta alla cerchia di discutibili certezze di qualche imperturbabile “so tutto io”) – hanno lasciato una disagevole sensazione di incompiuto. Lo slogan “le Albere tornino alla città” è lapalissiano. Non fa male. È condiviso e condivisibile. Ma resta uno slogan sospeso tra lo scontato ed il nulla quando scappa allo sforzo di ragionare sul presente del cambiamento rapido. Il presente è – ad esempio - il rapporto tra Palazzo delle Albere, un nuovo e bel quartiere perennemente in apnea, il Muse, il sedime di uno stadio da decenni inutile, le barchesse cadenti che inoltrano verso i Tre Portoni. Passando attraverso il Cimitero delle Idee. E ancora il post Italcementi al di là dell’Adige. E la cittadella culturale che chissà potrebbe sorgere al posto dell’Ex facoltà di Lettere, ad uno sputo dal Muse.

 

Questa articolazione, questo contesto urbano e culturale, non può non essere il punto di partenza per immaginare il Palazzo delle Albere come parte integrante - integrata ma non esclusiva - di un vasto comparto. Un’area che potrebbe sperimentare più di quanto già il Muse non faccia con successo il rapporto virtuoso tra cultura ed economia, vivibilità, scoperta, godibilità ambientale, turismo, identità, intergenerazionalità e appartenenza sociale. Che senso ha, allora, invocare - così come si è sentito più volte nel curioso confronto a più voci piuttosto univoche- il “ritorno” del Palazzo alla sua dimensione originale? Che senso ha chiedere di chiuderlo dentro un recinto di alberature che lo “separi” fisicamente dalle modernità del Muse. Che senso ha affermare una visione culturale che al dialogo tra scienza, etica e arti preferisce la logica stantia delle separazioni. Che altro non è se non una logica di gelosia improduttiva?

 

Che senso ha - dunque – scagliarsi contro il planetario che il Muse vorrebbe installare nel prato che lo stesso Muse ha trasformato in un fatto finalmente di vita anziché in un banale fatto estetico? Quelle del planetario – H2O - sono cupole ad impatto zero. Ma il loro richiamo sarà probabilmente a tanti zeri. Un Palazzo delle Albere “vivo” di iniziative – collegate e non al Muse - guadagnerebbe un indotto di pubblico, di attenzione e probabilmente di frequentazione anche dal traino del planetario. Si eviterebbe se non del tutto almeno per una parte consistente l’impiccagione ai bilanci. Un’attività espositiva di piccolo e medio cabotaggio li renderebbe fragili. Perché questo non avvenga c’è una sola via. È la via della contaminazione tra il consolidato in crescita del Muse e il consolidabile ancora piuttosto vago del Palazzo delle Albere.

 

È un dialogo non solo possibile ma imprescindibile. È un dialogo che ha chance se non sarà – come pare oggi – “ad escludendum”. Oggi la scienza dà spunti all’arte per allarmare il mondo sul proprio declino: in quest’opera il Muse è indiscutibile grazie ad una visione e una pratica agli antipodi rispetto a quella del museo-cattedrale. E quest’opera di educazione ambientale è la missione stabilita anche per il planetario. L’arte può dare però alla scienza quella comunicazione, quella curiosità e quell’impatto e quella sana volgarizzazione di cui a volte scarseggia. Un palazzo storico potenzialmente plurifunzionale e un planetario dove si farà molto di più e molto di più coinvolgente che il “rimirar le stelle” potrebbero integrarsi. Aiutarsi a vicenda. Non ci sarebbe offesa per nessuno che non sia incartapecorito nei suoi dogmi estetici.

 

Certo, se un progetto studiato per anni e approvato ufficialmente anche da tutti gli organismi di tutela, (oltre che dalle istituzioni) viene liquidato come “quelle tre palle” del Muse da scalciare altrove, allora non c’è grande speranza. Sgarbi, il neo presidente del Mart - ingaggiato da Fugatti per fuggire all’anonimato nazionale - può continuare a scambiare il Trentino per uno degli studi televisivi dove pratica la violenza verbale anche da imbolsito. Sgarbi e le sue “Tre palle” ? Che due palle questa sua prigionia nel clichè. Ma non fa nemmeno da contraltare l’altro big chiamato da Fugatti/Bisesti a presiedere il Muse quando si barcamena goffamente nella difesa/non difesa del planetario.

 

Insomma, non siamo messi bene. Eppure un po’ di ottimismo ci vuole. E l’ottimismo viene dalle migliaia e migliaia tra turisti e trentini che quando assaltano il Muse, (compreso il parco, gli orti e gli happy hour con uso di divulgazione scientifica) buttano l’occhio ammirato anche sul Palazzo delle Albere. Quelle folle non si fanno fregare né coinvolgere nella diatriba planetario sì, planetario no. Se le tre sfere si faranno – e qui si spera che si facciano, ovviamente – le frequenteranno. Eccome.

 

Se il Palazzo delle Albere resusciterà con un intelligente mix tra arte passata, presente, futura, autonomista o cosmopolita, scienza, sperimentazione, creatività beh, andranno anche lì. Si può fare? Certo che si può fare. Ma per farlo servirebbe un tavolo di laica e onesta volontà di ascoltarsi. E di capirsi. E servirebbero istituzioni autorevoli, che non deleghino il pensiero a chi conosce a menadito l’unica arte di cui gli frega: spararla grossa per farsi titolare da un giornale.

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