Se il mecenatismo apre la casa ad un mosaico di emozioni

Giornalista, ha lavorato per Alto Adige, Gazzettino e Trentino
“Una cosa rotta resterà sempre una cosa rotta ma con i frammenti puoi fare un mosaico meraviglioso”. E ancora: “Mecenatismo: tendenza a proteggere e beneficare artisti e studiosi, motivata da ragioni di prestigio oltre che di gusto”. Il primo concetto si deve a Fabrizio Caramagna, praticamente un “signor aforisma” che passa alle cronache come un “ricercatore di meraviglie”. Laddove per meraviglia si intende il rapporto spesso magico che lega le parole ai fatti, i concetti ai contesti. La seconda definizione si trova sul dizionario. Calza per tutto meno che per quel riferimento al prestigio. Sì, perché per il mecenate in questione al termine prestigio (che può essere "sbifido") va certamente sostituito il termine “generosità”.
Il pistolotto introduttivo serve a raccontare un insieme: una mostra d’arte, i mosaici di Alberto Larcher (che intriga più per i sentimenti che per le tecniche, roba da maestria) e chi la mostra ospita. Chi la ospita, però, “in casa” propria.
Sì, perché Casa Beltrami, un gran bel vedere e un gran bel vivere in piazza Negrelli 4 a Trento, viene trasformata ormai frequentemente in una galleria d’arte. L’arte che esalta storia e calore del posto. Una galleria “temporanea” e atipica per fare spazio alle “personali” di lavoratori della creatività. Il proprietario – l’architetto Luca, ottimo acquarellista a sua volta con scorci di architetture – apprezza, stima e forse benevolmente invidia coloro ai quali dà occasioni. È un equilibrio virtuoso tra ammirazione e amicizie sincere.

Dieci mostre dal 2018 ad oggi a Casa Beltrami: disegno, pittura, grafica, fotografia e adesso – appunto – il mosaico. Una situazione logistica che accomuna le tante differenze espressive in una dimensione inedita e affascinante perché poter esporre dentro le stanze di una casa privata (stanze dense di ricordi e vita) è tutt’altra cosa per l’impatto, la famigliarità e la convivialità. C’è un rapporto stimolante alquanto tra la prospettiva salvifica (per orizzonti) dell’arte e la quotidianità degli oggetti o dei mobili, degli spazi “prestati” alle arti con grande rispetto e legittimo orgoglio.
Bisogna dirla tutta prima di dire della mostra di Larcher (che si chiama “Sottopelle”). Bisogna dare a Cesare quel che è di Luca (Beltrami): una riedizione del mecenatismo in chiave semplice e fin troppo umile in una terra (il Trentino) dove spendersi per gli altri (in questo caso spendersi per il bello) è rarità. “E’ un godimento immenso scendere dal piano dove abito alle stanze dove ospito le mostre e poter cogliere ogni particolare delle opere. Nei tempi e nei modi che le gallerie non permettono”: così Beltrami. Che altro aggiungere? Chapeau.

Ecco, i particolari. Nei mosaici di Alberto Larcher ci si può felicemente perdere nei particolari, senza tuttavia smarrire il generale, il senso profondo di ogni lavoro, l’ispirazione. E ancora, la goduria nel materializzare attraverso migliaia di tasselli (o tessere, come si chiamano) i sentimenti di un artista. Un artista – Alberto Larcher da Sarnonico- che non scappa alle tensioni e alle emergenze del presente (parole sue) ma che non rinuncia (parole nostre) ai porti sicuri della musica, del cinema, della poesia e della letteratura. Sono opere che lanciano messaggi (meglio sarebbe dire appelli) senza proclami, quasi sottovoce (o Sottopelle). Inviti artistici – ad esempio - alla convivenza o alla pace (a partire da quella tra le persone). Opere “dedicate” alle sue passioni che sono – appunto – quelle di cui sopra.
Opere pesanti – quelle di Larcher – ma nel senso quantitativo della parola: parecchi chili per parecchio mirabile lavoro. Un mosaico – i suoi mosaici – è raramente una miniatura. Un mosaico – i suoi mosaici – è certosina ricerca sul come ridare vita all’usato, al “buttato”, al frantumato, al materiale comune “che fu”: piatti, tazzine, chiodi storti e una gamma ampia del di tutto un po’ casalingo o di magazzino.
Un mosaico è ricostruzione, è artigianato a mani nude e a volte scorticate. Un mosaico – i mosaici di Larcher – è un ponte solido tra passato e presente che tiene insieme classicità e astrattismo in un puzzle che impatta, e non poco, sulle emozioni. Davanti a lavori come Venezia o Crocevia, Terra di Nessuno o Sempre Amore si intuisce come un tassello è insignificante solo fino a quando non lo incolli vicino ad un altro per inventare non uno ma tanti mondi (esteriori e interiori).
Alberto Larcher, da poco in pensione dopo una vita di insegnamento e “carretta tirata” all’odierno Liceo delle Arti “Vittoria”, scrive di sentirsi una via di mezzo tra un muratore ed un piastrellista. Sarà, per via di un laboratorio magazzino dove cumuli di “pezzetti” d’ogni tipo (compresi gli ossicini, tanto per dire) incantano prima ancora di diventare opere. Ma se l’arte è anche artigianato, lavoro a mani nude e ritmi lenti, scoprendo l’arte di Larcher viene la voglia di mettersi un grembiule, sporcarsi e – perché no – provarci. Così come hanno fatto generazioni di suoi studenti.
Delle “cose rotte” Alberto Larcher ha fatto un’arte. Raccatta tutto il raccattabile il “fu professore” che oggi si gode la quiescenza lavorando forse il doppio (però per sé stesso e per la sua passione creativa). Raccatta l’usato da discariche, cucine, centri raccolta materiali e chissà da quanti altri luoghi (compresa la natura dei sassi e dei legni). Per i più questo è niente, ma per lui è tutto ciò che di intrigante può regalare una vista che deve avere il massimo di diottrie per il particolare. Ma sono “particolari” funzionali ad un “generale” di ideali forti, veri, convinti, salutari. Così come è salutare (anzi da salutare con un inchino grato) la scelta di Luca Beltrami (e della sua famiglia) di “accasare” le arti trasformando il privato in pubblico per le visite alle mostre, ovviamente su prenotazione.
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La mostra di Larcher – aperta fino al 14 giugno – si potrà visitare a casa Beltrami ogni giorno dalle 18 scrivendo a luca.beltrami.architetto@gmail.com). Prenotate gente, prenotate.












