Se Trump rovina anche il gioco del calcio: lui comanda e Infantino esegue. E se il Belgio per caso dovesse battere gli Usa ecco la legge contro i peli sulle gambe di Lukaku

Giornalista, ha lavorato per Alto Adige, Gazzettino e Trentino
Il fu “blorange”, il presidente pel di carota, si è stinto. Ma ancora non è estinto. Ora Trump ha ceduto a quei capelli bianchi che un sentire comune indicherebbe come segno di maturità anagrafica e, dunque, di saggezza. Ovviamente non è il caso di The Donald. Più lui imbianca la chioma più gli umani (non è un sostantivo, è un aggettivo nonostante tutto speranzoso) sono costretti a vedere nero nel presente e nel futuro. Del Trump tutto quel che ancora si può dire (e maledire) è stato già detto. Quindi qui si sfuggirà al rischio di una impotente ripetizione di ciò che minuto dopo minuto riempie cronache impossibilitate a seguire il ritmo matto dell’ego follia presidenziale.
E allora di che parlare? Beh, parliamo di calcio. O meglio, avremmo voluto parlare di calcio nell’illusione che il cacciaballe planetario non avesse né il tempo né la voglia di governare oltre a tutte le aree del pianeta anche l’area di gioco. Invece no, nemmeno l’illusione ci è concessa. Trump, che probabilmente di pallone non sa e non gli frega una cippa, ha messo la “s” davanti al calcio. E dunque scalcia. Lo fa con più violenza dei terzini del Paraguay, forse per via del fatto che in ogni parola dove sbuchi un “guai” lui sguazza. Lo fa con l’infantilismo tragicamente adulto di chi non sa portar palla ma sa perfettamente come portarsi via la palla quando non digerisce le regole. Cioè sempre.
L’ultima del fu “blorange”, è l’imposizione presidenziale ad un quaquaraquà pelato che sta alla Fifa (Federazione internazionale che sgoverna il calcio) di carica e di fatto. Giovanni Infantino (così si chiama il soggetto) di Trump non ha solo fifa. Lui per Trump tifa (in fondo basta sostituire una “f” ad una “t” per perdere la dignità). Infantino, chissà, sognava probabilmente di reincarnarsi nell’Infante di Spagna, il titolo che il monarca (con The Donald primo, e speriamo l’ultimo, siamo lì) dava ad un figlio. O forse sognava – non è dato sapere – semplicemente di trasformarsi in uno scendi piedi poiché le vie dell’impersonalità sono infinite.
Fatto sta che Trump ha chiamato Infantino ed Infantino si è sdraiato felice all’idea di farsi camminare sopra. Risultato? Un giocatore della nazionale americana ai mondiali viene miracolato da Infantino e nonostante l’espulsione che imporrebbe la squalifica giocherà l’ottavo di finale tra Usa e Belgio. Difficile da immaginare (ma bello da immaginare): a Belogun, questo il nome del calciatore, non è che Trump e l’Infantino del monarca imbiancato abbiano fatto un favore. Dovesse anche segnare contro il Belgio sarà relegato alla parte opaca della storia. Una storia di potere (in questo caso la parte perfino comica di un potere che invece è drammaticamente foriero di disastri seri) e di miseria da lacchè strapagati ma pur sempre lacchè.
Si potrebbe azzardare un saggio sul rapporto tra Trump ed Infantino ma si teme che sia stato già abbozzato da tanti. Tuttavia un rigo può essere concesso: quando l’arroganza siderale incontra un’orgogliosa impersonalità c’è da alzare bandiera bianca. Evidenziare la boria dell’uno e la nullità dell’altro è esercizio del tutto inutile. Utile è invece amplificare il “precedente” di una vicenda che regala al malandato universo del calcio un futuro tragicomico (non che il presente non faccia ridere, ma tant’è). Se il mondo è ormai in balia dei fuor di testa (che governano ammazzando non solo la libertà e i diritti) e se lo sport è da sempre considerato anche uno strumento per ingrassare i potenti, c’è da aspettarsi che anche un Putin, un Miley, uno Xi Jinping e una miriade di dittatorelli che si considerano “Eletti” cercheranno il loro Infantino. Pronti a far cambiare il risultato di una partita, il numero di canestri e di battute vincenti, la quantità di aces, il podio di una corsa o di una gara di nuoto, eccetera.
Ovvio, c’è di peggio. E può perfino essere che con l’intervento dall’alto verso chi non conosce morale e sembra andarne fiero un carneade diventi campione senza sudare. Ma nel calcio (e forse, anzi di sicuro, in altri sport) le regole dovrebbero rassicurare in fatto di equità e di giustizia. Sì, lo si sa: equità e giustizia sono paroloni senza più sostanza nel terribile quotidiano che ci tocca vivere. Tuttavia era bello crederci. L’idea che un’espulsione (giusta o no, la Var/iante è indifferente al regolamento) comportasse automaticamente la pena (una giornata o più di squalifica) e che quella pena fosse “oggettiva”, un po’ tranquillizzava sulla famosa “tenuta del sistema”. Col picchio. Sì, vabbè: la certezza della pena è, di suo, la più incerta delle condizioni. Ma questo fatto che Trump “ordina” ed Infantino esegue conferma che ormai non c’è davvero più nulla, nemmeno le quisquilie calcistiche, di cui non si debba avere Fifa.
Ciononostante, e nonostante il Mondiale senza Italia che se non hai la sveglia te ne perdi due terzi senza piangere, si continuerà imperterriti (e pure un poco atterriti) a guardare il mondo che corre dietro la palla in Messico, Stati Uniti e Canada. Lo si guarderà da qui alla fine (vicina) con una curiosità che va oltre una passione calcistica riattivata non da Mbappè o da Messi ma da un magnifico e sconosciuto capoverdiano. Il capoverdiano che perdendo, ha vinto. Anzi stravinto. Si seguirà dunque lo scampolo di “Mundial” anche per capire fin dove può essere alzata l’asticella della decenza. Era già oltre il limite con il “biscotto” tra Austria e Algeria che ha rimandato a casa l’Iran senza che gli Infantino al plurale che governano il calcio facessero almeno una smorfia. L’asticella ha raggiuto un cielo che nemmeno Duplantis (il re del salto con l’asta) si sogna di toccare quando Trump ha considerato l’espulsione di un americano come un missile puntato verso il suo Air Force One.
Dove si arriverà? Ovunque, ma comunque male. Se nell’ottavo di finale di domani notte gli Stati Uniti dovessero impantanarsi contro il Belgio, Trump potrebbe obbligare Infantino a dichiarare che Lukaku ha le gambe pelose e che per le recenti leggi “Trampelose” non poteva mostrarle in pubblico. Quindi vittoria Usa a tavolino. Semifinale a tavolino (per gli Usa). Finale a tavolino (sempre per gli Usa). Ecco appunto, la finale. Ed il finale di questa sbrodolata? Un’altra stupida illusione. E cioè che Giovanni Infantino – per altro ha inventato un Nobel sportivo per Trump che già che c’era poteva consegnarglielo a Stoccolma – cambi il suo nome in John e cestini la cittadinanza italiana. Totò, che sia benedetto, diceva “Siamo uomini o caporali?” per ridicolizzare i forti coi deboli, eccetera. Caporali, insomma, anche no. Siamo già pieni di generali e colonelli (di partito) che se Totò ci fosse ancora lì seppellirebbe, con una battuta.












