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Se un maschio partorisce onestà e valori

Al teatro di Villazzano ha debuttato "Voglio essere incinto". Mirko Corradini dirige sè stesso, (con Andrea Deanesi) e torna attore dopo 12 anni di regia per materializzare la sua "invidia" del ciclo, della gravidanza e del parto. Un monologo che ha la virtù rivoluzionaria della tenerezza e che omaggia senza romanticismi il dono femminile di far crescere una vita modificando corpo e mente. Ma l'uomo che "non può" non è fuorigioco se la sua partita è quella della comprensione e della vicinanza
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Di Carmine Ragozzino - 22 marzo 2018

Giornalista, ha lavorato per Alto Adige, Gazzettino e Trentino

Fine del monologo. Sipario. Anzi no: l’applauso – lungo – è a “scena aperta”. Fine del monologo e inizio della ricerca. La mia. Urge un incipit per commentare “Voglio essere incinto” dopo il debutto di mercoledì a Villazzano. E serve astrazione. Dal clima. La platea infatti è piena. E’ una specie di famiglia allargata del protagonista. D’altra parte c’è un evento: Mirko Corradini ri-debutta da attore. Lo fa con tutto l’entusiasmo, l’energia e i patemi del caso dopo 12 anni passati a dirigere attori nel suo Estroteatro. Un teatro che aspira ad essere teatro d’estro. Di estrosa originalità.

 

 Ma se la platea è felicemente, convintamente, restia alla noia dei distinguo tecnici anche l’incipit deve essere coerente. Visto il tema dello spettacolo deve essere più di pancia che di mente. A volte la fortuna non si gira dall’altra parte. A volte – raramente – aiuta pure la Tv. “La tenerezza è una virtù rivoluzionaria”, dice alla Tv Renato Carpentieri. Lo dice coccolando con mano anziana e tremolante d’emozione il David di Donatello appena conquistato. E’ sera tardi. L’incipit ce l’abbiamo.

 

  Si può incominciare dunque, ma si potrebbe anche chiuderla lì. Di tenerezza – una rivoluzione che i maschi frequentano a singhiozzo - Mirko Corradini ne dispensa a palate nel suo “Voglio essere incinto”. Un lavoro che dirige assieme ad Andrea Deanesi. Un lavoro  dove dirige sé stesso: in crescendo.

Corradini è tenero nella cura e nel rispetto di un argomento tanto rischioso quanto ostico. E’ tenero nel dichiarare l’invidia maschile – la sua invidia che non è detto sia invidia collettiva - per la complessa interiorità fisica e psicologica delle donne. La curiosa invidia per il ciclo, per la gravidanza, per il parto.

 

  La tenerezza è tuttavia una virtù sbifida. E’ declinabile. O meglio, ti impone di agire da equilibrista su un piano inclinato. Esagerando con la melassa, cedendo ad una furbesca mitizzazione, si può restare appiccicati al ridicolo. Il ridicolo, cioè,  del “maschio-femminista”.

 

  In “Voglio essere incinto” Corradini tiene invece la barra. Tiene la direzione dell’onestà intellettuale. Non fa il piacione. Non ammicca. Semplicemente è sé stesso. Ed è credibile. Perché? Perché ha un’anima credibile.

 

 In “Voglio essere incinto” Corradini resta nudo – seriamente nudo - anche quando si veste di un’ironia che non va né sopra né sotto le righe. Veste di colori e di calore comunicativo pensieri che pare si porti addosso fin da bambino. Un bambino un po’ azzurro e un po’ rosa: mezzo azzurro e mezzo rosa, mezzo pisello e mezza patatina. Turbe da psicanalisi? Il contrario. La differenza di genere è semplicemente natura.

 

 Fin che si è piccoli è una natura “pulita”. C’è pulizia mentale anche nell’ingenuità sessuale. Dal primo pelo – però - è facile sporcarsi nella cristallizzazione delle differenze e nell’esagerazione dei luoghi comuni. Sì, perché prima o poi le differenze anatomiche si  trasformano in fratture culturali. E a volte, troppo spesso, sono dolori. Sono dolori sociali.

 

  Mirko Corradini – in teatro come nella vita per chi lo conosce - imbocca un’altra strada. Se si fa donna lascia il romanticismo fuori dalla porta. Ed eccolo “rapito” dal mestruo. Per dire, immaginare, stupire. Ed eccolo “gravido”. Ed eccolo, infine, al parto. Potrebbe essere un gioco pesante, irritante quello di Corradini. La leggerezza e l’impegno lo rendono, invece, un bel gioco. Originale e coinvolgente.

 

 Per  “darsi la nausea e il dolore” dei mesi da puerpera/o il Corradini attore s’abbuffa. E s’abbuffa maltrattando lo stomaco e il gusto: senape, sgombro e nutella. La prosa di “Voglio essere incinto” è fisica. Il gesto conta quasi più della parola anche quando di parole – è pur sempre un monologo – il pubblico è travolto.

A Corradini non difetta il coraggio. E ci vuole coraggio per bagnare di succo un fazzoletto per usarlo come un assorbente che non assorbe il disagio che accompagna il ciclo. Disagio in piedi. Disagio da seduto.

 

  Il coraggio di “Voglio essere incinto” è il coraggio di non bluffare. E’ anche il coraggio di usare un concetto negativo, l’invidia, per virarlo al positivo. L’invidia di “Voglio essere incinto” è l’ammirazione per la trasformazione. Ciclo, gravidanza e parto sono un cammino in salita – altro che poesia – ma là mèta è la vita. Prima dei vagiti, prima della gioia, la gravidanza deforma, e riforma, il corpo e la mente. Il corpo e la mente femminile. L’uomo, certo, ci mette del suo. Ma se quello dell’uomo è un “atto unico” – (pochi secondi, a volte intensi) - quello della donna è un atto che dura nove mesi. Non c’è gara di emozioni tra chi ha la vita che le cresce dentro e chi  può solo aspettare che la vita nasca per condividerla.

 

  Eppure l’uomo non è in fuorigioco. “Voglio essere incinto” rimette in gara l’uomo pur senza metterlo al centro della partita. Corradini finge quello che non può per invocare un uomo che non stia in disparte né prima né dopo. Prima, durante e soprattutto dopo una gravidanza e dopo un  parto.

 

 Ecco perché dal palco Mirko Corradini partorisce un messaggio forte, umano, importante. Partorisce quel che  il maschio, il marito o il compagno, può e deve. Partorisce vicinanza, sintonia e valori.

 

 I  valori da dare ad un figlio – pace, giustizia, libertà, non violenza, solidarietà, rispetto. Partorisce il regalo più grande, più serio, più utile da fare ad un figlio:  aiutarlo a crescere imparando tutto quel che si può imparare dalla sua crescita. Insegnando quel che serve per garantire, quando è ora, la libertà di camminare da soli. Di sbagliare da soli.

 

 “Voglio essere incinto” è dunque un monologo tenero. Ma qui la tenerezza è forza, impatto, dialogo. Non c’è davvero trucco e non c’è davvero inganno. Certo, se ci approccia allo spettacolo con la lente della “critica” c’è  da sistemare: c’è una voce da modulare e da rafforzare in base agli alti e ai bassi delle sensazioni che si vogliono dare al pubblico, c’è da evitare qualche gigioneria.

 

 Ma chi scrive non critica. Potrebbe farlo ma non gli frega nulla. In questo caso anche chi scrive invidia. E invidia l’idea. Invidia l’onestà con la quale un uomo si mette “dietro” una donna. Invidia la caparbietà con la quale un sentimento viene tradotto in una prosa dove quel che si dice conta più di come lo si dice. Invidia l’umiltà preventiva di un regista che sa di non essere attore ma che stavolta non poteva che recitare in proprio. Che non poteva “farsi recitare” perché, anche se in teatro capita spesso, non sempre si può affidare la propria anima al prossimo.

 

  C’è di più. C’è la freschezza, il divertimento ma anche un’attitudine didattica in “Voglio essere incinto”. Corradini non sale in cattedra. Non è tipo da lezione. Ma quando dialoga, in un monologo, non conosce l’autoreferenza dell’intellettualismo. Non “ci fa”. E’, semplicemente, così. Cosicché questo spettacolo – (riveduto e corretto in qualche forma scenica, non nella sostanza) – merita un futuro.

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