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Un urlo contro chi vuole partorire ipocrisia e oscurantismo

Ha debuttato al Teatro di Villazzano "Yerma", il lavoro diretto da Mirko Corradini su un testo di Federico Garcia Lorca di sconvolgente attualità. Il dramma di una donna sterile e senza colpa che la società di allora "condannava" è il contributo ad una riflessione su un presente che sembra declinare verso il peggior passato in tema di diritti e di rispetto.
Dal blog di Carmine Ragozzino - 03 aprile 2019 - 10:55

 Coraggio. Ce ne vuole un bel po’ per tuffarsi senza salvagente nelle acque rischiose della complessità di un autore e di un testo. Inusuali l’uno e l’altro. Ci vuole ancor più coraggio – magari anche un pizzico di follia che nell’arte nel guasta mai – per tracciare un paragone tra passato e presente senza inciampare nelle facili forzature.

 

 Uno dei compiti del teatro è però quello di sfruttare tutte le occasioni. Per interrogarsi e per interrogare il pubblico. Interrogarsi e interrogare sul nostro quotidiano.

Federico Garcia Lorca con il suo scrivere e descrivere  vita normali in un contesto anormale – (nella fattispecie quello spagnolo datato 1934, germi di bigottismo pre- dittatoriale) è, appunto, un’occasione.

 

  Una bella occasione che Mirko Corradini ed Emilia Bonomi hanno colto con passione. E con rispetto. Hanno tradotta Lorca in una prosa cruda, essenziale e perfino didascalica, ma al tempo efficace e suggestiva.  Il regista e la sua compagna, (in scena quest’ultima in ottima sintonia con Noemi Grasso, Andrea Deanesi e Alfonso Genova), hanno voluto proiettarsi e proiettare lo spettatore dentro un passato che richiama tristemente l’oggi. Un oggi che sta correndo sempre più pericolosamente all’indietro. Un declino della cultura e del buonsenso attacca giorno dopo giorno diritti, dignità, giustizia e umanità.

 

 “Yerma” – lo spettacolo che Mirko Corradini firma per TeatroE/Estroteatro – ha debuttato a Villazzano la scorsa settimana. Un debutto travagliato ma fortunato. Nell’arte di palco la misura della fortuna non è solo l’applauso, (meritato). E’ – di più – aver proposto riflessioni che si aprono alla chiusura del sipario.

 

 “Yerma” è un’ora e spiccioli di sintesi dei pensieri covati dal regista per mesi, probabilmente per anni. Un pensare che deve essersi fatto sempre più invadente, imbarazzante e inquietante, nel rendersi conto di come certa politica e certa società del presente vogliano resuscitare l’oscurantismo. E l’oscurantismo peggiore – semmai una classifica del peggio vada fatta – vede protagonisti coloro che alla donna negano qualsiasi ruolo che non sia quello di madre "naturale".

 

  Yerma vorrebbe ma non può figliare. Yerma è sterile. Il suo dramma è intimo. E’ devastante. Viene vissuto nella progressiva disperazione fino alla tragedia di un omicidio: quello del marito.

  “Yerma” è un urlo contro l’infertilità di una società che ai tempi di Garcia Lorca così come oggi  partorisce discriminazione e rifiuto, ludibrio e ipocrita compassione. Yerma è una donna senza colpa alcuna. Un perbenismo con il rosario in mano ma senza nessuna vera fede la condanna all’emarginazione e alla solitudine. Procreazione assistita, diritto alla genitorialità, autodeterminazione femminile non erano argomenti ai tempi di Garcia Lorca. Lo sono oggi. Ma oggi – basta guardare all’anacronismo del congresso fetido di Verona – la donna è costretta ancora in difesa.

 

 Eccolo allora il messaggio dello spettacolo di Corradini: il teatro non è neutro, il teatro può e deve prendere posizione. Yerma si schiera evitando la retorica, provando a rappresentare la forza di cui una donna è capace anche quando un mondo le gioca contro vomitandole addosso la malvagità di ogni maldicenza, del detto e soprattutto del non detto.

 

 A ferire Yerma ci provano in tanti. La Chiesa, i parenti, l’ambiente sociale, lo stesso marito prigioniero dell’apparenza ma ignaro dell’amore.

 Yerma, al contrario, è prigioniera solo dell’amore. L’amore per una vita che non riesce a far nascere, l’amore per il desiderio angosciante di diventare madre per sè stessa e per la sua vita di coppia. Per praticare l'amore per un figlio e non per “obbligo sociale”.

 

 Nello spettacolo la magmatica interiorità di Yerma vive nell’intensità mai sopra le righe di Noemi Grasso, la protagonista. Un’attrice che riesce ad esprimere una sofferenza che poggia su di un dosato equilibrio tra parole e gesti, recitando con la voce ma anche e soprattutto con il corpo. Andrea Deanesi e Alfonso Genova interpretano con diligenza e trasporto la dimensione “povera” dell’uomo che di fronte alle mille e mille pieghe psicologiche della maternità vietata sprofondano nell’assenza di profondità e nell’incapacità di condivisione.

 

 Emilia Bonomi, ormai sul finire di una gravidanza vera che porta in scena la gioia ma anche la fatica di un pancione, offre a Yerma la possibilità di comunicare non l’invidia ma, appunto, un grande amore per la vita nell’accarezzare con delicatezza il pancione dell’amica.

 Uno spettacolo – Yerma – nel quale Corradini ha azzeccato la simbologia per evidenziare un contesto sociale e culturale senza perdersi nella retorica delle descrizioni. Cosicché la perfidia di certa religione è un accendersi e spegnersi di lucine che illuminano preghiere che preghiere non sono. Sono accuse, ingiuste, alla “sterile”. Parenti e conoscenti sono giudici che sentenziano senza processo, vestiti da alberi mossi dal vento dell’ipocrisia.

 

 Yerma è un dramma nel quale la trama conta poco. La Yerma di Corradini è un contributo – ispirato e trasparente – alla centralità femminile e anche a quella delle coppie, delle famiglie, che cercano e danno amore. E’ un appello all’urgenza civile di spegnere, per la donna e per ogni “tipo” di famiglia, il rogo dei cliché. Un figlio è amore. Amore di cui è capace allo stesso modo chi partorisce e chi non può partorire dovendo ricorrere alla scienza o al dono altrui. Yerma invita a ragionarci laicamente e, finalmente, seriamente. Nulla di più. Ma non è certo poco.

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