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Dopo il male, si può ancora essere felici: la vita quotidiana dei profughi siriani in Trentino

Sebastiano Martinelli e Lara Zanoner sono due operatori che seguono le famiglie siriane che sono state accolte a Trento. Ci hanno parlato delle cose tristi a cui hanno assistito ma anche dalla tanta voglia di gioia e vivere che c'è in queste persone
Dal blog di Centro Astalli Trento - 22 giugno 2019 - 18:29

di Angela Tognolini

 

Nell’articolo della settimana scorsa avete letto la testimonianza degli operatori che lavorano al fianco delle famiglie siriane arrivate dal Libano. Dopo il primo arrivo di trenta persone nel 2016, accolte da Fondazione Comunità di Solidale con l’aiuto dell’Arcidiocesi di Trento, dal 2017 in poi è stato il Centro Astalli Trento a occuparsi dei profughi siriani dei Corridoi Umanitari. A oggi, l’associazione accoglie a Trento nove adulti e dodici bambini.

 

Ho incontrato Sebastiano Martinelli e Lara Zanoner, due degli operatori che lavorano per i siriani a tempo pieno, e gli ho chiesto di raccontarmi qualcosa su di loro. Mi hanno raccontato tante di quelle cose che il primo articolo non è stato sufficiente a riportarle tutte. Ecco quindi il seguito della nostra chiacchierata sulle gioie, le paure, le speranze dei rifugiati siriani in Trentino, e di chi li accoglie giorno dopo giorno.

 

LA CHIACCHIERATA CON SEBASTIANO E LARA

 

All’inizio, a Lara e a Sebastiano sono venute in mente cose tristi. Hanno parlato dell’ombra che passa negli occhi delle ragazze, dei padri e dei bambini quando qualche ricordo della guerra torna a galla. Hanno ricordato la paura della polizia, appresa nei tanti mesi di violenza in Siria, la paura degli aerei che portano le bombe, della paura di uscire da soli e non tornare a casa. Ma poi, mentre parlavamo, hanno cominciato a pensare alle risate, ai momenti di allegria e di gioiosa confusione, agli scherzi.

 

“Sono tutte famiglie numerose, hanno un sacco di figli!” dice Sebastiano “ogni volta che si esce di casa è un’avventura tra passeggini, seggiolini da macchina e bimbi che corrono in giro.”

“Pensa ai figli di H. e E.” continua Lara “sono sei, intelligenti e curiosi. È da quando sono arrivati che vogliono esplorare la nuova città, così diversa dalla Siria e dal Libano. Ogni volta che il padre esce di casa, vorrebbero seguirlo. Ma ovviamente non è possibile muoversi sempre tutti quanti. Allora hanno istituito dei turni per accompagnarlo. Ogni volta, tocca a un fratello diverso. Non sanno dove il padre stia andando, ma non importa. Sono tutti fieri di stare al suo fianco. Andare con lui significa scoprire un altro pezzetto di questo nuovo mondo.”

 

Sebastiano scoppia a ridere:“Ogni tanto hanno fortuna e gli tocca qualcosa di divertente, come fare spese al supermercato. Altre volte, poverini, facciamo giri per i documenti, lunghi e noiosissimi. L’altro giorno era il turno di uno dei bimbi e lui era super eccitato. E niente, siamo rimasti per due ore in Anagrafe Sanitaria!”

 

Lara ride di gusto, poi dice:“Alcuni dei bambini sono grandicelli e ricordano bene il Medio Oriente. Andavano con i genitori a fare spese anche laggiù, prima che cominciassero i combattimenti e anche dopo, quando la situazione era già tesa, perché la vita deve pur andare avanti. Qui però molti negozi sono diversi e strani, per loro. Quando ci entrano, vorrebbero sempre tornare a casa con qualcosa, anche una sola caramella. In questo, sono proprio come tutti gli altri bambini.”

 

“Tante cose in Italia sono diverse da com’erano in Siria” riflette ancora Sebastiano “ma è molto bello vedere come tutte e tre le famiglie abbiano trovato un loro modo per non abbandonare le loro radici. Tengono vivo il loro vecchio mondo nel cibo, in alcune abitudini. Non significa che non accettino l’Italia o non siano pronti a cominciare una nuova vita qui, tutt’altro. Significa che portano con sé un po’ della Siria che hanno perduto, da ritrovare in Italia.”

 

“Il modo in cui usano lo spazio è molto interessante” annuisce Lara “come stanno tutti in una stanza, come siedono a terra sui tappeti, in cerchio. In Siria, quando si mangia, si mettono i piatti di portata al centro e poi tutti ne prendono un po’, passando agli altri le pietanze che non riescono a raggiungere. Le famiglie siriane fanno così, nelle loro case a Trento. Le sale da pranzo sono il fulcro della casa, il fulcro della famiglia. Lì stanno insieme, ridono, scherzano, si dimostrano l’affetto che provano gli uni per gli altri”.

 

“All’inizio, non sapevano tanto cosa farci con noi” ricorda Sebastiano ridendo “ci portavano una sedia, in modo che non ci dovessimo sedere per terra. Ma non è affatto bello, stare lì seduti in alto, mentre tutti gli altri stanno in basso, vicini! Adesso hanno capito che anche a noi va bene sedersi in terra, insieme a loro.”“Le scarpe però a volte, quando andiamo di fretta, non ce le togliamo!” ride Lara “e loro lo accettano, ci si viene incontro.”

 

“Il ricordo più bello che abbiamo è di quando la prima famiglia ha scoperto che presto sarebbe stata raggiunta dalla nonna dei bambini e dagli zii e dalle zie” dice Sebastiano “il fatto che i loro parenti fossero ancora in pericolo in Libano era una spina di dolore nei loro giorni felici. Quando hanno scoperto che presto si sarebbero rivisti, erano fuori di sé dalla gioia. In M. e Q., i genitori, lo vedevi dagli occhi e dai sorrisi, ma i bambini ce l’avevano proprio scritto addosso dappertutto. Per settimane, non facevano che pascolare per la casa senza fare nulla, se non sorridere e ripetere: ‘La nonna sta arrivando’. A tratti smettevano di giocare o di parlare e stavano lì imbambolati, troppo contenti per fare qualsiasi cosa. Erano come tramortiti dalla loro stessa felicità”.

 

“Quando sono arrivati, beh quel momento non si può spiegare a parole” continua Lara “gli adulti si abbracciavano e la nonna è entrata ed è andata dal piccolo R. Si è avvicinata, gli ha toccato le guance e poi sono rimasti lì, con i visi vicini, a parlare a voce bassissima e a guardarsi negli occhi. Non avevo mai visto nulla del genere.”

 

“È questa la cosa più bella che ci hanno regalato, no?” conclude Sebastiano “Non soltanto i Siriani, ma molti dei profughi con cui abbiamo lavorato. Quella consapevolezza che a volte non importa quanto sia stato brutto quello che è successo, quanto sia andato perduto e quanto male si sia subito. C’è sempre qualcosa di più importante, oltre. C’è ancora la vita, in ogni nuova giornata. In ogni nuova giornata in cui c’è spazio per l’allegria, gli scherzi, i giochi con i volontari, la scuola, le faccende domestiche. E in cui c’è spazio per la consapevolezza che le cose belle possono ancora succedere. Che si può ancora essere fortunati. Che si può ancora essere felici.”

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