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''Prima di affidarmi la famiglia, da portare in Italia, mi ha colorato le mani, intrecciandole alle sue''

Il racconto di Eleonora che è arrivata in Libano per accompagnare una famiglia siriana nel viaggio verso il nostro Paese seguendo i corridoi umanitari. Una conoscenza fatta di gesti, di sguardi, di condivisione
Dal blog di Centro Astalli Trento - 12 maggio 2019 - 17:08

di Angela Tognolini

 

Eccoci alla seconda testimonianza degli italiani che lavorano per i corridoi umanitari, accompagnando a Trento dal Libano i siriani fuggiti dalla guerra. La settimana scorsa vi abbiamo portato la voce di una volontaria dell’associazione Operazione Colomba, che raccontava della vita nei campi profughi in Libano. Nella sua testimonianza parlava del dolore dei rifugiati separati dalle famiglie che sono ancora in Siria e della situazione di estrema precarietà, povertà e pericolo che sono costretti ad affrontare in Libano, insieme ai loro bambini.

 

La speranza più forte per queste famiglie è quella di viaggiare verso l’Europa, legalmente, per poter cominciare una nuova vita. Oggi continuiamo la nostra raccolta di testimonianze attraverso le parole di Eleonora Gabrielli, operatrice del Centro Astalli Trento. Eleonora lavora quotidianamente con i tredici siriani accolti nel capoluogo trentino nel 2018, attraverso i precedenti corridoi umanitari. A marzo 2019, ha accettato di recarsi in Libano nel campo profughi di Tal Aabbas, a tre chilometri dalla Siria, per andare a prendere personalmente la nuova famiglia che l’associazione avrebbe accolto a Trento. Di seguito, la sua testimonianza su questo viaggio: è il nostro modo di condividere i temi che affronteremo durante la nostra assemblea sociale che si terrà il 24 maggio a Trento.

 

LA TESTIMONIANZA

di Eleonora Gabrielli

 

In Libano alloggiavo in un garage vicino all’accampamento del campo profughi, una sistemazione che, seppur precaria, era resa confortevole dall’accoglienza della famiglia che ci ha ospitato. Erano i parenti del nucleo che avremmo portato in Italia, a Trento. Loro sarebbero rimasti lì, mentre i loro cari venivano via con noi. Vivere con loro per due giorni, mangiare con loro e dormire insieme ci ha permesso di creare una conoscenza fatta di gesti, di sguardi, di condivisione. Si è creato un legame, come se anche loro volessero farsi parte del viaggio di quei familiari che li avrebbero lasciati e, forse, mai più rivisti.

 

La prima notte in quel garage la ricorderò per molto tempo. Ho appoggiato il mio sacco a pelo su un materassino, vicino alla stufa a gasolio che c’è in tutte le case, perché è la forma più economica di riscaldamento, in Libano. Dopo trentasei ore di viaggio e un mare di emozioni ero stanchissima e non vedevo l’ora di dormire. Ma la signora Umm Hoder, sorella della donna che avremmo portato in Italia con suo marito e i suoi bambini, mi si è avvicinata con una ciotola dal contenuto profumato. Era henné, un composto di erbe solitamente utilizzato per la colorazione dei capelli.

 

Dai suoi occhi e dai suoi gesti, ho intuito che mi stesse proponendo di farlo insieme, non sui capelli ma sulle dita delle mani. Sapevo che l’henné aveva proprietà nutritive non solo per i capelli ma anche per unghie e pelle. Malgrado la stanchezza, i suoi occhi mi dicevano che stava accadendo qualcosa di speciale, una cosa che non si fa tutti i giorni, quindi mi sono seduta vicino a lei. Mi ha messo dello scotch intorno alla sommità delle dita e poi mi ha bagnato le unghie e i polpastrelli con la polvere sciolta nell’acqua.

 

A lavoro finito, il signor Omar mi ha avvolto le mani in un pezzo di nylon. Mi hanno invitato a dormire con il nylon intorno alle mani posizionate “a goccia” e tenerlo tutta la notte perché il trattamento risultasse più efficace. Solo il giorno dopo ho scoperto dai volontari di Operazione Colomba che l’henné sarebbe rimasto sulla mia pelle per mesi. Ero sconcertata perché il colore delle dita e delle unghie era rosso vivo, molto acceso, vistoso. Era come se la signora, con il suo henné colorato, mi avesse in un certo senso legata a quel posto, a sé e ai suoi famigliari. A tutti coloro che lì sarebbero rimasti in attesa di un nuovo viaggio, un nuovo corridoio umanitario, mentre i loro parenti partivano verso una nuova vita.

 

La notte della partenza questo legame si è mostrato con tutta la sua forza. In aeroporto, la famiglia che si metteva in viaggio con noi ha salutato quella che restava laggiù, ai margini della realtà, ai confini del mondo. È stato un addio straziante: da una parte quelli che partivano verso una nuova vita, dall’altra coloro che erano costretti a restare lì, in quella striscia di terra a tre chilometri dal loro paese di origine nel quale non potevano tornare, senza poter continuare la fuga verso altri paesi, senza diritti, con la sola speranza di arrivare in Europa tramite un altro Corridoio Umanitario.

 

In quel momento io e la signora Umm Hoder ci siamo salutate intrecciando le stesse dita colorate. È stato un gesto di unione e d’intesa, un gesto che sanciva il suo volermi “affidare” la sorella e la sua famiglia che stavo per portare in Italia insieme a me.

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