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Tornare è impossibile e restare significa morire: il dramma dei siriani in Libano e la risposta dei Corridoi Umanitari

La guerra in Siria non è finita e i profughi siriani non sono al sicuro, là dove si sono rifugiati. La soluzione a questo dramma la danno i Corridoi Umanitari. Senza costringere le persone a fare una scelta tremenda tra rischiare la vita lungo un viaggio durissimo e rassegnarsi a restare in un paese dove non c’è pace, i Corridoi Umanitari aprono una terza porta
Dal blog di Centro Astalli Trento - 03 luglio 2019 - 20:39

di Angela Tognolini

 

Siamo arrivati alla fine del nostro viaggio nelle testimonianze di chi lavora con i profughi siriani accolti a Trento attraverso i Corridoi Umanitari. Nei precedenti articoli avete letto della vita dei siriani in Libano e di come, dopo i pericoli corsi durante la guerra, debbano affrontare la fame, le malattie, gli arresti arbitrari e le violenze di una polizia poco avvezza a rispettare i diritti umani. Avete letto del loro viaggio verso l’Italia, della tristezza di lasciare indietro le madri, i fratelli e i nipoti che non possono partire e della fatica di iniziare una nuova vita con tanti ricordi difficili e tante paure ancora fortemente vive a causa del passato. Abbiamo cercato di portarvi le difficoltà di questi percorsi ma anche la loro profonda positività, raccontandovi delle risate nate dai piccoli imprevisti quotidiani, la complicità che si crea con operatori, amici e volontari, la gioia di riabbracciare i familiari che si credevano perduti e tante altre facce della vita dei profughi siriani in Trentino.

 

Ma perché per noi era così importante portarvi queste storie? La risposta è che la guerra in Siria è stata tremenda. Negli anni abbiamo visto sui giornali le case di Homs e Aleppo crivellate dai proiettili, i bambini feriti tra le braccia dei genitori, le uniformi nere dei miliziani dello Stato Islamico. Lentamente, le informazioni che ci arrivavano sono diminuite,  l’opinione pubblica ha perso interesse. Nel 2019, con le poche informazioni che abbiamo, potremmo quasi pensare che la guerra in Siria sia finita.

 

E invece la guerra in Siria non è finita. Anche nelle zone in cui non ci sono più combattimenti, le condizioni nel paese rimangono tremende. Ai cecchini si sono sostituiti gruppi di predoni che rapinano e rapiscono le persone per chiedere riscatti. La leva obbligatoria strappa i padri alle famiglie e i ragazzi alle scuole. Chi non vuole andare a combattere viene arrestato. L’ottanta per cento della popolazione ha perso tutto a causa della guerra e vive al di sotto della soglia di povertà. Secondo Oxfam, più di quindici milioni siriani non hanno accesso a fonti d’acqua pulita e a servizi igenico-sanitari. Si temono epidemie di colera e tifo e le morti per malattie facilmente curabili non si contano. Ma il problema della Siria non è solo quello della difficile, lenta e costosa ricostruzione di un paese devastato. Il problema è quello di un paese di nuovo in mano ad un governo dittatoriale, lo stesso governo che la rivolta aveva tentato di far cadere allo scoppio della guerra.

 

Il presidente Bashar Al Assad è accusato di aver utilizzato i gas tossici contro la sua stessa popolazione. Allo scoppiare delle manifestazioni ha soffocato il dissenso nel sangue, assassinando i cittadini e perseguitando gli oppositori politici. Le città che hanno ospitato roccaforti della ribellione, non appena riconquistate dal governo, hanno visto instaurarsi un regime di terrore nel quale la polizia segreta può arrestare, torturare e far scomparire chiunque sia accusato di essere anche lontanamente legato alle rivolte. Le persone rischiano la vita anche solo a causa dell’omonimia con un ribelle o perché residenti in quartieri a lungo occupati dai rivoltosi. Il presidente ha annunciato che perdonerà coloro che sono fuggiti durante la guerra. Eppure, cupe voci circolano sull’esecuzione sommaria di chiunque risulti “sospetto” agli occhi della polizia e di forni crematori eretti di fianco alle prigioni per nascondere le prove delle uccisioni.

 

Ad oggi, cinque milioni di profughi sono fuggiti dal paese, incerti se mai potranno farvi ritorno. Hanno paura di essere accolti come traditori e ribelli. Nel frattempo, Assad ha varato una legge che confisca le proprietà di chiunque non sia nel paese a rivendicarle. Così, anche quello che non è stato distrutto dalle bombe, ora è perduto per chi è fuggito.

 

I profughi siriani non sono al sicuro, là dove si sono rifugiati. Pochissimi hanno raggiunto paesi in cui possono restare. Un milione e mezzo sono intrappolati in Libano, che ha una popolazione totale di 4 milioni e mezzo di persone. Lì vivono in condizioni tremende, in campi malsani dove i bambini non possono andare a scuola e i genitori non hanno un futuro. Continuare il viaggio è impossibile per molti di loro: hanno bambini piccoli, familiari malati, non hanno più né forze né denaro. E come può esserci una soluzione, se indietro non si può andare e avanti la strada è chiusa?

 

La soluzione a questo dramma la danno i Corridoi Umanitari. Senza costringere le persone a fare una scelta tremenda tra rischiare la vita lungo un viaggio durissimo e rassegnarsi a restare in un paese dove non c’è pace, i Corridoi Umanitari aprono una terza porta. Una porta legale, sicura, che permette ai rifugiati siriani di arrivare in sicurezza in Italia, dove potranno beneficiare di un progetto di due anni, che li accompagna verso una vita autonoma nel loro nuovo paese.

 

In quanto associazione, siamo orgogliosi e profondamente felici di fare parte di questa terza possibilità, di questa soluzione al dramma dei profughi siriani. L’unico difetto che vediamo, nei Corridoi Umanitari, è che sono ancora troppo pochi. Pochissime migliaia di persone hanno potuto beneficiare di un passaggio sicuro verso l’Europa, tra tutte quelle che ne hanno bisogno e diritto in Libano. E nessuno ha potuto beneficiare di un’opzione simile tra coloro che ne hanno diritto in altri paesi teatro di guerre tremende, come la Somalia, l’Afghanistan o il Congo.

Questa è la ragione per cui vi abbiamo portato le storie dei profughi siriani accolti a Trento. Perché loro sono i fortunati che hanno avuto accesso a una giusta possibilità e noi siamo i fortunati che li hanno accompagnati. Ma da soli non andiamo da nessuna parte, né noi, né loro, né tutte le migliaia di persone che non sono affatto state fortunate e sono ancora in pericolo in Libano, e in tanti altri paesi insicuri. Per accogliere c’è bisogno di una comunità intera, una comunità che accoglie, che tende le mani verso chi ha bisogno, che tende verso il bene.

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