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Edifici e aree abbandonate, solo a Rovereto sono almeno 18 eppure si costruisce in zone prima intatte. Facciamo come per i vestiti vecchi?

Ora la proposta, provocazione, potrebbe essere quella che dopo cinque o dieci anni, come per gli indumenti, anche gli edifici e le aree non utilizzate, vengano donate ai poveri nel caso di un valore storico artistico o ambientale oppure demolite con il ripristino ad area verde nel caso di nessun valore storico artistico. Forse lo strumento fiscale potrebbe aiutare. Però se si vuole, si può anche aspettare che crollino da soli o diventino discariche a cielo aperto
DAL BLOG
Di Fabio Andreatta - 20 febbraio 2021

Costruttore di ripari per chi ha perso tutto. Tessitore di relazioni per comprendere

Mia madre, ma sono sicuro molte madri trentine e non, mi insegnava che se un indumento non lo indossavo per più di un anno era il caso, oltre a chiedersi del perché dell'acquisto, di donarlo a chi ne avrebbe avuto più bisogno se ancora in buono stato oppure se consunto, liberarsene definitivamente lasciando libero lo spazio nell'armadio.

 

Tutto questo mi ritorna alla mente osservando gli ormai infiniti edifici e aree, pubbliche e/o private poco importa, in stato di abbandono, degrado o non utilizzo a Rovereto. L'elenco è lunghissimo e camminando per la città, ne ho contate almeno 18 che balzano all'occhio ma sono convinto che l'elenco si potrebbe estendere per molte altre.  Ho fatto un rapido calcolo e ho scoperto che la superficie di territorio roveretano abbandonato si aggira oltre i 170.000 metri quadri e questo penso dica molto dello "sviluppo" in atto.

 

La cosa che mi fa sorridere o piangere, decide voi, è che si continua a costruire in aree rimaste intatte sino a ieri. Ma sì, suvvia? Che sarà mai il territorio? Un bene infinito e che diamine. L'importante è che si parli di svolta, transizione ecologica, di fondi "next generation EU" magari con cui costruire altro in altre aree finora non utilizzate. Sono sicuro che il Comune di Rovereto avrà tutte le "sudate carte" a posto e ci saranno mille ragioni esternate da efficienti legulei, per giustificare l'abbandono di quell'area da decenni, o il lasciar andare o non completare quell'edificio da lustri. Pare quindi quasi inutile raccontare storia per storia delle aree di cui sopra anche se il racconto potrebbe risultare interessante quasi come le storie di "cold case".

 

 

 

 

Ora la proposta, provocazione, potrebbe essere quella che dopo cinque o dieci anni, come per gli indumenti, anche gli edifici, aree debbano se non utilizzati, essere donate ai poveri nel caso di un valore storico artistico o ambientale oppure essere demolite con il ripristino ad area verde nel caso di nessun valore storico artistico. Qualcuno preoccupato a difendere la proprietà privata obietterà giustamente e dirò pure di essere con lui d'accordo, ma mi chiedo se costruire è da molti decenni una "concessione" che il pubblico rilascia al privato per realizzare giustamente i propri fini se quella concessione non viene utilizzata perché mai dovrebbe il pubblico salvaguardare la concessione che è cosa diversa dalla proprietà?

 

Forse lo strumento fiscale potrebbe aiutare. Non utilizzi? Lasci che il decoro cittadino e/o ambientale sia di scarsa qualità? Paga così poi la collettività potrà sistemare. Le obiezioni qui le sento più convinte ma se per un attimo pensassimo che il territorio è un bene limitato e non riproducibile forse potremmo accettare di occuparcene un po' di più e non solo comprando auto ibride. Se poi si pensasse di utilizzare i fondi europei per sistemare, riparare, ripristinare penso che sarebbe nello spirito di salvaguardare le prossime generazioni ma forse costruire altro è una necessità apparentemente più importante. 

 

Ve lo immaginate l'armadio, pardon la città, l'ambiente, quanto spazio e bellezza acquisirebbe. Si d'accordo ci sono poi da risolvere molti altri problemi quali a che poveri donare? Come potrebbero utilizzare questi volumi? Sono sicuro che l'immaginazione può progredire proprio in questi casi. Però se si vuole, si può anche aspettare che crollino da soli o diventino discariche a cielo aperto. La natura infine vincerà, anche su noi stessi.

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