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Gli insulti a una madre nigeriana perché urla per aver perso la bimba di 5 mesi: quanto stiamo cadendo in basso?

Grazie, cari signori e signore, per avermi ricordato, anche oggi, che siamo caduti davvero in basso. Che l'umanità, per qualche oscuro motivo, sta sparendo dal cuore di molti. Che per (spero pochi) italiani il dolore manifesto è concesso solo ad alcuni
DAL BLOG
Di Idil Boscia - 18 December 2019

Amo raccontare frammenti di vita e tutto ciò che lascia un segno

Cari signori e signore di Sondrio, mi rivolgo a voi, che non avete avuto pietà.

 

A voi che vi siete infastiditi di fronte alle urla di una madre per avere perso un figlio. No, di più, che la avete insultata. Forse, alla voce "dolore", nel vostro vocabolario, si trova specificato che è un sentimento che va soffocato. O, sotto "urla", leggiamo che è qualcosa consentito solo a certe condizioni. Che il dolore ha una provenienza geografica. Che perdere un figlio è meno lancinante se ne hai altri. 

Immaginando la scena che si è svolta al Pronto Soccorso della città lombarda, balzata agli onori della cronaca (dove una madre di 20 anni originaria della Nigeria ha perso la bimba di 5 mesi e si è messa ad urlare in ospedale e i presenti avrebbero detto frasi irripetibili riferite al suo straziante dolore quali ''tanto non può essere così grande visto che gli africani fanno un figlio all’anno''. ''Perdere un figlio per loro non è la stessa cosa''. ''Urla? Sarà un rito satanico. Tribale. Che fastidio. Mettetela a tacere, quella scimmia'' ndr), non possono non venirmi in mente altre situazioni di dolore. E di urla.

 

Quelle di mia madre, quando al telefono ha saputo della morte del padre. Quelle di un marito che perde la moglie. E quelle, se possibile ancora più ingiuste, di chi perde un figlio. Per dirla con Quasimodo, un "urlo nero". E quei genitori non sono più tornati gli stessi di prima. Il vuoto non si colma. Chi ha gli occhi per guardare - e non solo per vedere - dovrebbe saperlo. Dovrebbe sapere che in quel padre è in quella madre si è aperta una ferita che non si potrà rimarginare. Che il tempo che passa e lenisce le ferite è solo un inganno. 

 

Un angelo in più in cielo, si diceva una volta. E quanti filosofi si sono interrogati sul perché di queste tragedie. Forse il tempo una cosa la può fare: aiutare a ripensare al peso delle parole, farci sperimentare il mettersi nei panni dell'altro. Tutto il resto rimarrà, probabilmente, un groviglio. Che, magari, in futuro, una motivazione scientifica potrà in parte dipanare. Perché sopravvivere ai propri figli è una cosa terribile. Perché a 5 mesi hai tutta la vita davanti. E di colpo più niente. 

 

Grazie, cari signori e signore, per avermi ricordato, anche oggi, che siamo caduti davvero in basso. Che l'umanità, per qualche oscuro motivo, sta sparendo dal cuore di molti. Che per (spero pochi) italiani il dolore manifesto è concesso solo ad alcuni. Quello urlato, per la perdita di un figlio, solo a chi è italiano di pelle bianca. Meglio se con un solo figlio. In quel caso, carissimi, potrebbe urlare senza infastidirvi?

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