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Ripartenza e spostamenti tra regioni limitrofe: perché non riaprire il “nordest”?

Perché non tentare, in sinergia, di ripristinare - nel rispetto di regole e sicrezza - già da fine maggio o inizio giugno una circolazione ampia di merci, persone e risorse all’interno di questo spazio comune, fino poi a favorire un turismo cauto tra mare e montagna, che conceda ai cittadini delle tre regioni un respiro sufficiente ad affrontare la stagione calda con qualche speranza in più di ripresa economica e meno disagi psicologici
DAL BLOG
Di Il Lanternino - 09 maggio 2020

di Stefano Zangrando, docente, traduttore e autore

C’è un silenzio forse comprensibile ma curioso, nel dibattito politico intorno alle ripartenze post-pandemiche, intorno al “nordest” – scritto così, tutto attaccato e minuscolo, come hanno proposto Cristiano Dorigo ed Elisabetta Tiveron, curatori del volume collettivo Lettere da nordest (Helvetia Editrice 2019) di cui in questo blog si era già parlato (qui) e che è stato presentato a Trento a Rovereto lo scorso gennaio. «Porta continentale tra Occidente ed esotismi orientali» lo definiscono i curatori, e Francesco Jori nella postfazione lo descrive come «una macro-regione globale sia per l’esposizione al mercato mondiale, sia per l’inclusione di soggetti che provengono da tutto il mondo, senza confini precisi dal punto di vista della circolazione delle merci, dei capitali e delle persone ed anche delle culture»: parole che suonano stranamente lontane dal chiuso di un pianeta immobilizzato da un virus.

 

Del resto è noto: le tre regioni che costituiscono il nordest, il cui sostrato storico comune attraversa l’intera modernità, sono ancora più interconnesse in termini economici, sociali e culturali dal secondo dopoguerra, allorché il boom fece impennare il tessuto produttivo veneto – con sensibili effetti collaterali sull’ambiente e su una cultura popolare rimasta arretrata – mentre il Friuli-Venezia Giulia e il Trentino-Alto Adige, terre di confine assieme al Cadore bellunese, si riallestivano nei limiti più o meno ampi concessi loro dallo statuto speciale. Le stesse migrazioni post-belliche in provincia di Bolzano si registrarono in gran parte da queste regioni, oltre che da quelle del meridione. Il resto lo hanno fatto, negli ultimi decenni, il ridimensionamento delle industrie, il rimescolamento demografico portato dalle migrazioni straniere e una vitalità (inter)culturale molteplice e feconda.

 

Sicché, tra varietà e omogeneità, nel libro menzionato Jori giunge ad affermare che «di nordest non ce n’è uno; ce ne sono tanti, accomunati peraltro dall’esigenza di elaborare un percorso comune; perché è questo che richiedono i tempi a chi non voglia rimanere marginale, cioè periferia». Ora, ha senso un discorso del genere all’epoca del Covid-19, dei ripiegamenti localistici e della riabilitazione dei confini che sta producendo? Io credo di sì. Quello cioè – visto che è comunque dai territori che occorre ripartire – di stimolare una riflessione politica sull’opportunità di riportare in connessione quanto prima, nel rispetto rigoroso delle misure di salute pubblica, quello che è ancora un macrospazio con tratti geo-economici, popolazioni e potenzialità comuni.

 

Se ad esempio la buona gestione dell’emergenza pandemica da parte del Veneto pare stia finalmente suggerendo misure adeguate anche al Trentino, che invece era partito male, mentre il Friuli-Venezia Giulia ha goduto fin dall’inizio di decorsi migliori e la provincia di Bolzano guarda a modelli d’Oltralpe custodendo gelosamente la propria autonomia amministrativa, e tutto questo mentre nel nord-ovest il numero di contagi e ricoveri impone ancora la massima cautela, perché non confrontarsi, prendere spunto gli uni dagli altri, utilizzare i margini di negoziazione e autogestione concessi dal governo centrale per provare a ripartire insieme, favorendo i movimenti commerciali e di persone fra le tre regioni limitrofe?

 

Eppure pare essersi persa ogni traccia di una simile coscienza macro-regionale, che sembra svanita persino tra i governanti leghisti di queste zone, figli di un partito che ne ha cavalcato il marchio per un ventennio in forme demagogiche, populiste e anti-romane. D’altra parte è vero che, per come le restrizioni comandate da Roma stanno inducendo vari leader regionali a fare la voce grossa per motivi spesso più elettorali che fondati, il rischio di un localismo rideclinato, ma pur sempre egoista e deteriore, è alto.

 

Nel caso del nordest, tuttavia, si tratterebbe appunto non di tracciare confini più larghi di quelli regionali, ché rischierebbero di delineare una mitologia territoriale fuori tempo massimo, bensì di fare di necessità virtù: finché non sarà prudente riavviare ogni tipo di traffico e scambio con le altre regioni del nord più colpite dal virus, si tenti almeno, in sinergia – seguendo le indicazioni di esperti avveduti, aumentando tamponi e test sierologici e isolando opportunamente i nuovi focolai di contagio – di ripristinare già da fine maggio o inizio giugno una circolazione ampia di merci, persone e risorse all’interno di questo spazio comune, fino poi a favorire un turismo cauto tra mare e montagna, che conceda ai cittadini delle tre regioni un respiro sufficiente ad affrontare la stagione calda con qualche speranza in più di ripresa economica e meno disagi psicologici.

 

Con un po’ più di libertà e benessere, insomma – accordando loro, sulla base della condotta mantenuta nelle fasi più dure delle restrizioni, la giusta dose di responsabilità e fiducia.

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