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Con la classe in missione sulla Marzola tra ''feriti'', ''diserzioni'' e ''atti eroici':' a l'ècole comme a la guerre

Sono a capo di un plotone di 23 elementi; assieme a me, un altro “docente accompagnatore”, privo di qualsiasi esperienza di montagna, che mi accompagnerà in veste di attendente per governare l’indisciplinata truppa alla conquista del Bivacco Bailoni, “avamposto alpino” sulla severa e selvaggia alpe della Marzola
DAL BLOG
Di Lou Arranca (Alias Ivo Cestari) - 14 dicembre 2019

Rapito dalla Montagna anni fa, pratica escursionismo, percorre vie ferrate e frequenta qualche falesia e palestra di roccia. 

A volte, una cosiddetta “uscita didattica” con gli studenti in qualità di “docente accompagnatore”, può essere tranquillamente raccontata come un’autentica battaglia di guerra, con i suoi caduti, i suoi feriti, le diserzioni, gli atti eroici, le conquiste e le rinunce. Non potrò mai dimenticare quel 24 ottobre.

 

Sono a capo di un plotone di 23 elementi; assieme a me, un altro “docente accompagnatore”, privo di qualsiasi esperienza di montagna, che mi accompagnerà in veste di attendente per governare l’indisciplinata truppa alla conquista del Bivacco Bailoni, “avamposto alpino” sulla severa e selvaggia alpe della Marzola, sopra la collina Est di Trento. La consegna è quella di portare a termine il rilievo architettonico del vecchio manufatto a qualsiasi costo, sprezzanti del Pericolo costituito della minacciosa presenza del Nemico, il terribile Tempo Meteorologico e del suo nefasto alleato, ovvero il Fato.

 

Adunata alle 8 di mattino dei giovani militi/studenti presso il Palazzo della Regione in piazza Dante a Trento, per prendere il carro trasporto truppe che ci dovrà portare agli accampamenti della retroguardia presso la Grotta di Villazzano, e subito si presentano i primi inghippi: mentre impreco silenziosamente con l’Organizzazione Generali dei Trasporti di Guerra Provinciale che inspiegabilmente ha fatto “sparire”il mezzo delle 8.06 mettendo in serio rischio la riuscita dell’Operazione Rilievo, l’attendente mi informa che all’appello manca una giovane recluta. Veniamo a sapere dal Servizio di Controspionaggio, che l’infelice si sta aggirando senza meta e completamente in balia di sé stesso all’interno della Stazione di Treni, alla vana ricerca del Punto d’Incontro previsto. Non aveva letto bene il dispaccio informativo che invece intimava di dirigersi in modo autonomo e solerte presso il Palazzo di cui sopra e che si trova esattamente dalla parte opposta di Piazza Dante.

 

Parto schiumante di rabbia alla ricerca del disperso, mentre un provvidenziale carro bestiame requisito per priorità bellica giunge con 20 minuti di ritardo rispetto all’orario previsto. Intimo ai giovanotti imberbi e alle leggiadre fanciulle di salire con l’attendente e di recarsi al Comando della Grotta di Villazzano, mentre io, recuperato e rimproverato il milite vagante, li raggiungerò più tardi per intraprendere finalmente il lungo avvicinamento nell’infida boscaglia del versante Ovest della Marzola.

 

 

Con un’ora di ritardo sull’orario previsto, iniziamo quindi la salita a passo di marcia, osservati con compassione dai residenti di quel borgo, ultimo baluardo prima dell’Ignoto. Ma ecco che dopo poche centinaia di metri sugli erti tornanti, la soldataglia poco avvezza a rispettare gli ordini impartiti, accelera il passo quasi a voler dimostrare una solida preparazione atletica al sottoscritto, che invece, saggiamente, incede implacabile col proprio passo costante.

 

Non sanno, i poveretti, che li attendono 1200 metri di dislivello da compiere in 2 ore e mezza, prevedendo un paio di fermate per rifocillarsi e visitare antiche fortificazioni (rifugio Prati ai Bindesi e rifugio Maranza). Anche l’attendente, che già si è distinto per l’incongruo abbigliamento, partito vanagloriosamente, lo ritrovo dopo una decina di minuti arrancare in pieno debito di ossigeno sotto il peso del proprio zaino. Raggiunta in qualche modo e con i primi mugugni (ma quando arriviamo, prof?) la tappa ai Bindesi, procediamo in fila indiana allungata lungo le pendici del monte con un occhio al minaccioso annuvolamento sopra le nostre teste.

 

 

 

 

E qui abbiamo le prime perdite: una giovane recluta dell’Est europeo è in evidente affanno, non respira correttamente, si attarda a recuperare fiato e rimane sempre più nella retrovia. Suggerisco all’attendente di assisterla poiché, da solo, dovrò mantenere la guida del drappello fino alla meta prefissata, e quindi li abbandono al loro triste destino. Risalendo di posizione in posizione, incappo in una seconda defaillance respiratoria di un’altra recluta, anch’essa proveniente dalle lontane lande balcaniche. Le suggerisco di attendere e di aggregarsi alla nascente retroguardia e procedo preoccupato alla testa del gruppo.

 

Altri 500 metri e stavolta i problemi riguardano una difficoltà cardiorespiratoria di una fanciulla dai capelli tinti di verde (necessità mimetica, spero). Affido anch’essa al piccolo plotoncino che ci segue a distanza sempre più grande: dovrò trovare una efficace soluzione per non mettere a repentaglio l’intera compagnia che rischia di sfilacciarsi lungo i 7 chilometri che ci separano dal Bivacco. Qualcuno comincia ad accusare vertigini (!) e minaccia la diserzione seduta stante, altri confondono il raglio di un mulo con il ruglio dell’orso M49 e, codardi, fuggono allo sbaraglio.

 

Il risultato è che una piccola vedetta rendenera si provoca uno strappo inguinale dovuto al gesto inconsulto della fuga e che la farà soffrire stoicamente fino alla meta agognata. Riconosco qui però la sua indomita resistenza al dolore e la caparbietà nel suo intento di non deludere il sottoscritto Comandante. Giungiamo quindi al Rifugio Maranza dove il burbero custode non ci permette di abbeverarci alla sua fonte, né di gustare un caffè, né di usufruire delle sue latrine, poiché il manufatto è chiuso ai raminghi soldati che si aggirano in giornate lavorative. Il risultato è che la parte femminile della truppa si disperde tra le fronde più fitte per espletare le più semplici ed elementari necessità fisiologiche, ben attente a non cospargere sul terreno segni cartacei del nostro passaggio.

 

 

Breve sosta per recuperare energie: inizia a piovere, qualcuno chiama la mamma (come un poppante in preda alla disperazione), taluni invece strepitano per dimostrare il proprio valore in battaglia io chiamo l’attendente col telefono da campo, ma l’apparecchio risulta perennemente occupato. L’attesa è snervante e dopo 40 minuti decido in piena autonomia di ripartire lasciando a presidio del Rifugio le 3 reclute infortunate e l’attendente, ancora in cammino. Ci penseranno loro a richiamarmi quando non troveranno nessuno ad attenderli. 

 

Ma dopo qualche centinaio di metri un’altra giovane soldatessa mi implora di abbandonarla nella selva con i piedi orribilmente martoriati da calzature evidentemente inadatte (scarponcini troppo nuovi e calzini troppo sottili). Acconsento per il bene comune ma le ordino di retrocedere al Rifugio, dove ben oltre l’orario immaginato giunge il drappello della retroguardia, e di impartire la mia consegna di non avanzare e di allestire un’infermeria da campo. Sono rimasti con me i più audaci e forti: una geniera di chiare origini germaniche ed un valente fante cinese formatosi presso i Gurkha Nepalesi vanno in avanscoperta, mentre io ho il mio bel “daffare” a convincere una simpatica recluta emilana che le vertigini non possono esserci sui sentieri della Marzola, notoriamente circondati da alberi, mughi e giammai “esposti”.

 

 

Tra mille imprecazioni dovute alla fatica, stanchezza da parte di molti, annunciate rinunce e ammutinamenti, ferite per imperizia nell’incedere su terreno impervio e amenità varie, arriviamo finalmente all’avamposto del Bivacco Bailoni, sotto un cielo plumbeo e solcato da ricognitori nemici. Procediamo rattamente a consumare un veloce rancio. Recuperate le forze, i militi suddivisi in agili gruppi di fuoco autonomi misurano i vari settori del sito, mentre una vedetta munita di drone sorveglia i paraggi dell’operazione bellica.

 

 

Il ritorno a valle, per fortuna presenta meno problemi: recuperati gli infortunati e l’attendente all’ospedale da campo presso il rifugio Maranza, devo segnalare solo una fuga del Gurkha cinese e di pochi suoi sodali desiderosi di arrampicarsi a mani nude sulle brevi vie della palestra di roccia dei Bindesi (complice una mia benevola accondiscendenza giammai però esplicitata) e un piccolo errore di percorso da parte mia (complice una discordante indicazione della segnaletica) che ha fatto subito alzare la cresta dell’insubordinazione alla marmaglia irrispettosa.

 

 

Dulcis in fundo, dobbiamo ancora una volta dividerci in due gruppi a causa della rancorosa malevolenza di un autista del carro dell’Organizzazione Generale dei Trasporti di Guerra Provinciale, che in preda ad un inopportuno senso del rispetto della tabella oraria, (5 secondi cronometrati), ha ritenuto giusto chiudere le porte in faccia ad una parte della truppa per farla scendere con il convoglio successivo costringendo un provato Comandante (cioè me stesso) ad una snervante attesa di 20 minuti presso la Stazione Ferroviaria per riconsegnare i rampolli alle rispettive famiglie.

 

La missione si è comunque compiuta con un sudato e sofferto successo: 5 infortunati, 18 superstiti, nessun caduto, nessun prigioniero, un drone abbattuto.

 

Rimago a disposizione per un dettagliato rapporto.

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