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Dalla funivia per il Bondone al bacino di innevamento alle Viote: c'è chi dice ''no''

50 milioni di euro per un collegamento che non si ripagherà mai che dovrebbe portare migliaia di persone in quota a vedere cosa? A fare cosa? E poi quel laghetto sul modello dell'orribilmente finto specchio d'acqua di Madonna di Campiglio per inseguire ancora un modello di turismo superato e obsoleto
DAL BLOG
Di Lou Arranca (Alias Ivo Cestari) - 23 luglio 2019

Rapito dalla Montagna anni fa, pratica escursionismo, percorre vie ferrate e frequenta qualche falesia e palestra di roccia. 

Oggi non racconterò di escursioni più o meno divertenti sulle montagne, ma di un tema che mi sta a cuore, sia per la mia formazione di architetto (con esami in urbanistica) sia per il lavoro svolto molti anni fa come impiegato presso il Comune di Trento, proprio in occasione della Madre di tutte le Varianti al PRG di Trento, (quella del 1989) elaborata del professor Vittorini.

 

L’occasione mi è stata data dalla lettura di due punti in particolare che sono stati deliberati nell’approvazione del Piano, in attesa di prima e seconda adozione. E’ il momento quindi di dar voce alla mia contrarietà sia come tecnico che come appassionato di montagna, per quello che riguarda quello che secondo me può essere definito come l’attacco mortale alla già moribonda (per colpa di scelte già mortifere del passato) montagna di Trento.

 

Pur apprezzando in linea di massima lo sforzo del Comune di Trento di limitare il consumo di territorio comunale, attraverso la riqualificazione del patrimonio edilizio esistente e l’incremento delle aree ad uso rurale e del verde pubblico, (riservandomi una più approfondita analisi di alcuni altri punti), vorrei esprimere la mia totale contrarietà a due punti importanti, in quanto in contrasto proprio con il principio di salvaguardia del territorio.

 

Il collegamento funiviario con il Monte Bondone: vecchio incubo del secolo scorso che ancora si ripresenta nonostante le continue bocciature per insostenibiltà economica e di aggressione ad una montagna martoriata nel tempo da troppi interventi senza senso. ​Non si fa cenno infatti alle trasformazioni pesanti che dovrebbero corredare questo intervento in termini di parcheggi, servizi e collegamenti viari alla viabilità esistente in fondovalle, né tantomeno a quello che dovrebbe essere costruito alla stazione di arrivo in funzione delle piste di sci.

 

Gli enormi costi di costruzione, di realizzazione e di gestione (si è letto di circa 50 milioni di euro) non trovano assoluta giustificazione per un utilizzo “economico” di questo collegamento, che a meno di un costo perenne per la comunità sotto forma di finanziamento pubblico, dovrebbe portare migliaia di persone in quota. A vedere cosa? A fare cosa? La stazione sciistica del Bondone da decenni è ormai classificata come “minore” e di sicuro non reggerebbe per limiti geomorfici ambientali (è molto piccola rispetto ad altre aree) e urbanistici.

 

Infatti non c’è nessun nucleo residenziale, nessun paese, nessun centro se non un’accozzaglia indefinita di alberghi, molti dei quali dismessi o all’apparenza tali, da “servire” o per i quali “dedicare” una simile opera faraonica. I costi dei biglietti sono stati ipotizzati tali da rendere assolutamente insostenibile per una famiglia media il fardello economico in una stazione sciistica asfittica che non regge il paragone, tantomeno dal punto di vista economico, con mete poco lontane e più strutturate (pur se malamente, come nel caso della Paganella).

 

 

 

 

Il bacino di innevamento artificiale nella zona protetta delle Viote. Non poteva durare a lungo il periodo senza l’orribile manufatto in calcestruzzo del cosiddetto “relitto SICE” (struttura portante di un non mai completato parcheggio a due piani), che subito si pensa di “valorizzare” sotto le mentite spoglie di un laghetto artificiale per cultori dei cartoni animati e del mondo disneyano, un ennesimo bacino di innevamento artificiale sempre in funzione della cosiddetta “stazione sciistica” ormai abbandonata dai cittadini rispetto a qualche decennio fa, in funzione di un turismo proveniente dall’est europeo drogato da continui interventi di promozione turistica a spese della collettività, che a detta di alcuni operatori alberghieri, procura a volte più danni (anche materiali) che benefici.

 

Il delirio creativo che caratterizza negativamente l’operato della Giunta Provinciale piegato alla costruzione di bacini di innevamento artificiale che stanno appestando il territorio trentino come bubboni devastanti, ha contagiato anche il Consiglio Comunale cittadino. Si giustifica infatti l’intervento specifico, in funzione di un invaso di acqua utile in caso di siccità (?) o di incendi, o, peggio, di un “grazioso laghetto” utilizzabile dai turisti sul modello del pessimo esempio di Montagnoli a Campiglio, falso e ridicolo con le sue sponde a sassolini cimiteriali e i teli impermeabili bianchi che sul fondo dovrebbero scimmiottare i chiari fondali del Lago di Tenno per procurare l’effetto di acqua smeraldina.

 

La realtà nemmeno tanto mascherata, è invece quella di costruire l’ennesimo bacino di innevamento artificiale con i suoi costi in termini ambientali ed economici per sostenere un’attività come quella dello sci alpino destinata, in conseguenza delle trasformazioni climatiche che porteranno inesorabilmente la quota di innevamento naturale sempre più in alto, ad una lenta e fatale agonia prolungata da questi miopi interventi. Lo sci alpino è uno sport ormai a sfondo classista e non più popolare a causa dei costi stratosferici per praticarlo, tra attrezzatura, spostamenti e costi dei biglietti delle società impiantistiche che per sopperire alla mancanza di neve naturale, chiedono ed ottengono, pesando sulla comunità, interventi nefasti sull’ambiente: dai bacini, agli sbancamenti, ai collegamenti funiviari e alle infrastrutture di servizio.

 

 

 

A parte queste brevi considerazioni, quello che non funziona è il modello turistico di riferimento a cui sono debitrici queste due opere che ha segnato fortemente il territorio trentino e il Bondone a partire dagli anni ‘60, con condizioni climatiche ed economiche assai differenti. Continuare su questa linea perdente significa perseverare in una visione miope e senza futuro al pari di un accanimento terapeutico. Da anni, più voci propongono un salto di qualità e una visione innovativa della montagna di Trento, che potrebbe essere un modello per l’intero arco alpino e che in territorio oltreconfine è già stata sperimentata.

 

Una progressiva rinaturalizzazione che la porti ad essere goduta senza impianti di risalita, privilegiando le attività sportive dolci quali scialpinismo, ciaspole, trekking, arrampicata, sci da fondo, mtb, e tutte quelle compatibili con questa scelta. Che favorisca l’insediamento di piccoli allevatori con l’economia che ne consegue, la creazione di percorsi didattici e ricreativi per i bambini, e di tutte quelle iniziative che si possano inserire in un’idea di turismo sostenibile ed ecocompatibile, utilizzando in parte le strutture esistenti e demolendo quelle non più necessarie.

 

La vecchia viabilità è comunque più che sufficiente per sostenere un turismo meno aggressivo; andrebbero sviluppate invece soluzioni di trasporto collettivo di alleggerimento meno inquinanti (navette a metano o elettriche o a idrogeno) e meno costose per la comunità, senza faraoniche funivie dal fondovalle.

 

 

P.S. Foto d’archivio dell’autore in occasione di una recente uscita sulla Ferrata Segata, al doss di Abramo. Ph. N. Del Toro

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