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Una rosa per Marco, viaggio sulla cima più alta del Trentino per ricordare un grande amico

Tra sentieri, errori, crepacci, mappe datate e consigli sbagliati abbiamo camminato per 22 chilometri e fatto un dislivello in salita di 2500 metri: ma è stata una delle avventure più belle perché dedicata al mio migliore amico
Dal blog di Lou Arranca (Alias Ivo Cestari) - 09 settembre 2019 - 16:57

Lo avevo promesso al suo funerale: porterò una rosa bianca sulla cima più alta del Trentino, sul Cevedale a 3769 metri. Marco era un amico. Anzi, il mio migliore amico dalle elementari alle medie, e oltre. Sempre insieme, dalla mattina alla sera. Alle medie poi eravamo inseparabili: stessa classe, stesso banco, stessi gusti musicali, stesse passioni. Avevamo fatto assieme tutte le prime esperienze della vita di un uomo: le prime ragazze, le prime sigarette rubacchiate qua e là, le prime letture, i primi dischi in vinile, i primi viaggi in autostop (negli anni ’70 tutto era possibile), le prime birre, i primi concerti.

 

Poi alle superiori ci eravamo iscritti in scuole diverse: lui alle Itis ed io al Liceo Scientifico, ma, soprattutto nei primi anni, ci si vedeva ancora, al Parco di Gocciadoro, a recitare nel Club Armonia, alle feste di Carnevale, nei cortei, nelle occupazioni di scuole o a quella bellissima del Parco di S. Chiara, guadagnato alla città come parco urbano al posto di una speculazione edilizia. Poi arrivò il tempo dell’Università , mi trasferii a Venezia e così ci perdemmo di vista. Ma ogni tanto, quando ci si incontrava casualmente, bastava uno sguardo e la vecchia complicità saltava fuori come se il tempo non fosse passato. La vita ha proseguito il suo corso: tramite amicizie comuni o incontri casuali, si avevano notizie l’uno dell’altro.

 

Ma l’ultima notizia, non mi era mai arrivata: Marco stava male da qualche tempo, peggiorando sempre di più, fino a quando il 12 agosto di quest’anno è partito per le Grandi Praterie che da piccoli immaginavamo essere l’Aldilà.

 

 

Un colpo tremendo, una brutta sorpresa ed il rammarico di non essere riuscito a vederlo per un’ultima volta, per fare uno sghignazzo, una faccia, un gestaccio. Gli amici comuni mi hanno detto che negli ultimi giorni, quando gli avevano ricordato qualcosa di me, aveva risposto: ”Ahhh, ……el mona!”. Al funerale, la migliore amica di sua moglie mi aveva dato una rosa bianca da portare con me su qualche cima in suo onore: mai ci fu impegno più bello! E così, poiché da giorni pensavo al Cevedale per coronare una stagione bellissima, ho subito pensato che non ci sarebbe stata occasione più bella: la cima più alta per l’amico con cui ho condiviso l’infanzia e adolescenza.

 

Dopo un paio di rinvii per il cattivo tempo, finalmente con gli inseparabili Nick Ravannah e Maszk (Max per gli amici) Meru, abbiamo trovato i due giorni di bel tempo che ci servivano per raggiungere prima la cima Zufall (3757m) e poi la Cima Cevedale (3769m) partendo dopo una notte al rifugio Larcher in Val Venezia, dopo Pejo. Come al solito si parte a raccogliere i due vagabondi del Dharma, il primo a Cognola e il secondo alla Rocchetta: vabbè non fa figo come nel romanzo di Jack Kerouac, però questo è quello che passa il convento. Purtroppo la mia Rifattona è stanca e quindi sarà Max a fare da chauffeur su per la Val di Sole e poi la Val di Pejo fino al parcheggio della Malga Mare a quota 2031m.

 

Da lì saranno più di 1700 metri di dislivello che però, dato il peso notevole degli zaini tra ferramenta alpinistica di emergenza, corde, picozze, ramponi, imbraghi, caschetti, frontaline, sacco letto, ricambi etc., etc, spezzeremo in due tappe: la prima da Malga a Mare al Rifugio Larcher e la seconda dal Rifugio alla Cima Zufall, alla Cima Cevedale e ritorno alla Malga Mare. Per la via del ritorno le opzioni sono aperte.

 

 

L’avvicinamento al Rifugio è semplice: sono solo 600 metri di dislivello su comodo sentiero la maggior parte del quale è un lungo traverso lungo la Val Venezia, solcata da uno degli affluenti del Noce, il Noce Bianco. Nonostante il nostro carico da sherpa, riusciamo a parlare dell’ultimo viaggio in Vietnam del caro Nick “Gran Viaggione”, di Kmer rossi riciclati, di capitalismo “alla cinese”, di inquinamento , di turisti viziati e amenità varie. Giunti al Rifugio di pomeriggio, con Nick scopriamo con sommo piacere una paretona da climbers nelle vicinanze, con un sacco di vie monotiri nuove nuove. Un vero peccato non avere scarpette e rinvii per provare, da ingordi quali siamo, un paio di tiri tanto per ingannare il tempo prima di cena.

 

 

Chiediamo invece al gestore informazioni sulla via del ritorno o alternative di salita attraverso al Vedretta de la Mare!”. E qui si apre un capitolo spiacevole: innanzitutto la mia cartina riporta vie scialpinistiche e sentieri più vecchi di Matusalemme che non esistono più, ma la cosa più grave è che ci viene consigliato un ritorno che il giorno dopo si rivelerà un vero strazio! Stiamo a fare congetture sulla via da seguire per un’oretta guardando dalla finestra. Ci viene assicurato che spostandoci dalla Cima Cevedale verso la Cima Rosole, all’altezza di due roccette avremmo trovato una traccia in discesa e poi un sentiero che ci avrebbe riportato al Larcher. Dal nostro punto di osservazione ci sembra un po’ improbabile, ma si sa che la prospettiva inganna: a noi pare ci sia una densità di crepacci e ghiaccio vivo da paura, ma tant’è.

 

Ma andiamo con ordine.

 

Tralasciamo i dettagli degli argomenti della cena in rifugio e partiamo dalla sveglia del giorno dopo. Decidiamo di alzarci alle 4 per avere molte ore a disposizione, ma poiché il servizio di colazione inizierebbe alle 5.30, dovremo adattarci a farla nel locale invernale accedendo dall’esterno attraverso un scala metallica che ci porta ad uno stanzino freddo al primo piano. Poco male: ci vestiamo e consumiamo la colazione offerta, arricchita dalle magiche pozioni ed intrugli a base di proteine, taurina e altre diavolerie chimiche mie e di Max, che il Viagra a confronto è la dolce Euchessina. Nick è inorridito da quanto noi quasi sessantenni ci droghiamo, e preferisce rollarsi subito qualche sigaretta (!) per svegliarsi.

 

 

 

Alle 5 siamo pronti: accendiamo le frontaline e procediamo speditamente verso il Passo della Forcola, compatibilmente con gli assestamenti digestivi. Fuori è buio pesto, ma al passo il sole compare all’orizzonte e ci regala visuali da favola. Siamo quasi sempre su pietraie immani; ogni tanto un nevaio ma per la maggior parte il percorso si svolge su un crinale che nella parte più alta si rivela abbastanza tosto e con bei precipizi ai lati. Di tanto in tanto qualche blocco scivola a valle sul ghiacciaio ormai ridotto ad una parvenza di ciò che era in passato. Dall’alto vediamo crepacci, seracchi e più in basso le gigantesche morene che percorrono la valle.

 

 

Un’ora prima del previsto siamo a pochi metri dalla Cima Zufall a 3757m, un’”angusta cima” (come indicato da più parti) che rappresenta la seconda vetta del Trentino con una minicroce in metallo che dal basso assomigliava di più ad una telecamera. Poco prima della cima notiamo un perfido traverso che ci porterebbe direttamente alla Cima Cevedale, e la ciurmaglia (gli altri due) vorrebbe approfittarne evitando la Zufall. “Razza di ammutinati! Ciurmaglia infida! Vigliacchi tremebondi! Abbiamo detto due cime e due cime siano!” inveisco, riportando prontamente i due traditori sulla retta via e raggiungendola con un ultimo sforzo.

 

 

Primo obiettivo raggiunto: facciamo fatica a stare in tre attorno alla crocetta, tanto che Nick (che non si era tolto lo zaino dalla schiena e tanto meno la picozza), rischia di infilzarmi un occhio con la punta della stessa. Lo fulmino con l’altro occhio e tanto basta: immediate scuse e atti di sottomissione!

 

 

 

Mezzoretta per foto, barrette drogate e commenti fuori luogo di routine (dovuti allo stato di alterazione psichica per poco ossigeno) e cominciamo a muoverci dall’”angusta cima” in discesa verso la traccia di cresta del ghiacciaio per raggiungere l’altra vetta. Con molta calma indossiamo ramponi, imbraghi, corde, nodi, caschetti, ostiando per gli immancabili strappi che i ramponi, al primo passo sui blocchi di pietra, come bisce rivoltose ci procurano nei pantaloni costosissimi e firmatissimi. Capita quando non sei ancora nella neve e scivoli sulle perfide puntazze di acciaio! Dopo un’altra mezzora, iniziamo la traversata dapprima sul versante sud e dopo la grande roccia a metà percorso, sul vertiginoso versante nord. Più in basso vediamo il Rifugio Casati per chi sale dalla Lombardia o da Solda. Procediamo legati a 5 metri l’uno dall’atro, pronti a fare sicurezza casomai a qualcuno girasse la testa e iniziasse a scivolare per una stupida distrazione, e anche stavolta prima del previsto (le distanze in montagna sono spesso ingannevoli, così come le pendenze) arriviamo alla nostra meta ambita.

 

 

 

Non è stato nemmeno troppo faticoso nonostante l’aria rarefatta dei 3769m, ed io non vedo l’ora di compiere il mio personale omaggio all’amico Marco: scarto delicatamente la rosa ormai essiccata ad arte, la sistemo con cura sulla croce di vetta e aggiungo il “santino” che riporta una bellissima citazione di Stanley Kubrick: Non sono mai stato sicuro che la morale della storia di Icaro dovesse essere: “Non tentare di volare troppo in alto”, come viene intesa in genere e mi sono chiesto se non si potesse interpretarla invece in modo diverso:”Dimentica la cera e le piume e costruisci ali più forti”.

 

Un’improvvisa commozione mi sale agli occhi e immagino che Marco stia volando sopra di noi con uno sguardo leggermente beffardo (come era nel suo stile) ma benevolo.

 

 

Confortato dai due amici mi riprendo e scattiamo una serie di immagini controllando a questo punto la via del ritorno che si presenta come una vera incognita. Già scendendo dalla vetta pietrosa dobbiamo “scainare” con i ramponi ai piedi dato che una decina di metri sotto inizia la vedretta che ci attende maliziosa. Ci sembra di scorgere infatti antiche tracce di qualche altro escursionista ma la sensazione è che nessuno ci sia passato da almeno una settimana.

 

Infatti in prossimità del ghiaccio vivo, quando scompare la neve, scompare anche qualsiasi traccia, segno, omino o qualsivoglia segnacolo: dobbiamo navigare a vista verso le due famose roccette in cresta che indicano il momento di svoltare a valle puntando verso il rifugio 1000 metri di altezza più in basso. Compaiono numerosi crepacci, a volte seminascosti da fragili ponticelli di neve. Li evitiamo aggirandoli o saltandoli con un balzo quando sono piccoli, e continuiamo su un ghiaccio bagnatissimo che si sta sciogliendo a vista d’occhio al sole di mezzogiorno.

 

 

Ed ecco che all’improvviso Nick sprofonda fino alle ascelle. Max ed io puntiamo subito le picozze per sicurezza aspettando che l’amico riemerga dall’orrendo baratro. Tocca poi a Nick provare a passare, provando a saggiare la consistenza della neve che copre interamente il crepaccio malvagio e pure lui sprofonda fino alla vita. Ora toccherebbe a me: provo a stare a monte fin dove me lo permette la corda che ci tiene legati e per fortuna sprofondo solo fino alle ginocchia.

 

Abbiamo capito che è meglio evitare le zone “nevose” e cerchiamo di stare sul ghiaccio vivo sotto il quale scorre acqua con sinistri rumori, fino a raggiungere un’”isola di roccia” sulla quale saltiamo sopra come naufraghi in cerca di terraferma. Scendiamo fin dove è possibile facendo stridere i ramponi su un mix di rocce e fango, e alla fine di questa lunga cresta scura decidiamo di slegarci perché la corda ci impiccia non poco.

 

Ora arriva un altro attraversamento in direzione di un laghetto di fusione dopo il quale sinistre placche oblique dovrebbero essere incise da una traccia di sentiero (a detta del rifugista…).

 

 

Tagliamo orizzontalmente tutta la vedretta sul ghiaccio che versa la fine assomiglia ad un permafrost disciolto su una base di “vetrato” bluastra molto sinistra: nuovi terreni mai sperimentati prima, soprattutto nei pressi del laghetto effimero che si caratterizza per una sorta di sabbia mobile appoggiata a lastre di ghiaccio puro. Aggiriamo la pozzangherona infernale e puntiamo a quella che poi scopriremo essere una trappola diabolica. Di tracce nemmeno l’ombra e tantomeno omini. E dove sarebbe ‘sta minchia di sentiero? Proseguiamo per una specie di selletta fino a quando l’inclinazione ce lo permette ma poi ci assalgono i dubbi: sotto di noi lastre lisce fanno un salto di decine di metri verso il nulla. Più avanti una pietraia per nulla promettente.

 

Controllo su una app la nostra posizione rispetto ad una psudotraccia indicata a puntini rossi: siamo almeno 100 metri più in alto, ma in corrispondenza di questa traccia c’è solo un impetuoso torrente in piena che scende da sotto la vedretta.

“Che famo?”. Nick propone di proseguire, io di scendere in qualche modo tra una placca e altra pregando Buddha e divinità pagane varie, mentre Max propone di ritornare indietro e cambiare decisamente rotta. Facciamo un mix delle tre cose: andiamo avanti tre metri scendiamo di una decina di metri e torniamo indietro abbracciando massi instabili e muovendoci con cautela su una microcengia sabbiosa. Basta un attimo e facciamo un salto di una trentina di metri nel torrente impetuoso!

 

Coll’assistenza dell’amico Marco, che dalla Grande Prateria ci sta evidentemente osservando , riusciamo a tornare sui nostri passi e attraversiamo il torrente in un punto “abbastanza” tranquillo sulla destra orografica, e qui ci sembra di riconoscere qualche ometto distrutto: “Ecco ‘stocacchio di sentiero!”. Siamo più tranquilli, eppure da qualche parte dovremo riattraversare il ruscello demoniaco pieno di acqua e massi pericolanti, perché inequivocabilmente più in basso i segni rossi bianchi ricompaiono miracolosamente dall’altra parte. E’ evidente che in condizioni “normali” ci deve essere stato un passaggio sul rivo, ma questa piena di acqua ghiacciata l’ha cancellato da chissà quanto tempo.

 

 

Ognuno per sé: Nick si toglie scarponi e calzini e attraversa come possibile con i piedi nell’acqua gelida la decina di metri che ci separa dall’altra riva; Max scende più a valle e trova un punto di attraversamento camminando su instabili sassi bagnati rischiando di farsi travolgere dalle acque. Io resto immobile facendo esercizi di respirazione per non innervosirmi, ma quando scorgo Max dall’altra parte, scendo anch’io comunicando a gesti dato che non è possibile sentirci a causa dello scrosciare delle acque. Mi fa capire all’incirca da che parte passare a serpentina cercando i sassi che affiorano meglio e in qualche modo raccomandando l’anima al Diavolo e con i bastoncini a mò di stampelle passo dall’altra!

 

Finalmente ‘sta palla è finita!” Il rifugio non è lontanissimo e non vediamo l’ora di andare a chiarire le info ricevute la sera prima! Ma purtroppo non è così: dopo 5 minuti di esercizio di ravanaggio degni del nostro mentore Monsieur De Ravanàge (geografo francese del XIX sec. del quale rimando la lettura qui (http://girovagandoinmontagna.com/blog/ravanage-larte-incasinarsi-montagna/)), ecco che compare un altro rombante torrentello ancora più rabbioso e “impossibile” da attraversare. Se rimaniamo tra i due torrenti dovremo scendere ben sotto il rifugio Larcher dove abbiamo lasciato qualche chilo di zavorra da zaino e risalire esausti le morene o peggio aggirarle a valle. Ovviamente non possiamo fare altro che tentare arditamente l’attraversata.

 

 

Nick riesce a trovare il punto dove saltare di masso in masso con qualche fortuna; Max risale di un centinaio di metri e passa sopra un’esile lingua di ghiaccio sotto la quale l’acqua corre come uscita da una condotta forzata; io mi sposto a valle fino a trovare un altro passaggio sui sassi meno rischioso ma con l’incognita successiva della salita della morena sabbiosa. E infatti dopo aver balzellato su sassi bagnati e mobili devo risalire obliquamente i fianchi della morena notoriamente costituiti da fianchi ripidi e sabbiosi puntellati da enormi massi pronti a schiacciarti come un moscerino.

 

Aiutandomi con i bastoncini e afferrando qualsiasi pietra apparentemente stabile arrivo finalmente sulla cresta sommitale che scavalco a carponi. Sono esausto e suono il fischietto per avvisare gli altri due che vengono a recuperarmi offrendomi un superalcolico ungherese di dubbia provenienza: non vedendomi, pensavano fossi passato a miglior vita travolto dal liquido serpente infuriato!

Stavolta siamo finalmente fuori dai pericoli e sgranati a seconda del proprio passo da discesa, arriviamo al rifugio dove (buon per lui) non troviamo il gestore ma la signora, che gentilmente “concorda” con noi che effettivamente il sentiero tende a “scomparire” durante le piene ….

 

Magari sarebbe stato opportuno “esplicitare” questi dubbi la sera prima, senza darci false speranze per un “facile e veloce” ritorno che in un paio d’ore ci avrebbe riportato alla base. Ma tanta è la soddisfazione per le due vette raggiunte e per la degna ravanata che contraddistingue la nostra filosofia escursionistica che lasciamo perdere eventuali polemiche e affrontiamo l’ ultima ora di discesa che, doloranti a piedi, ginocchia, schiena, caviglie, zebedei, collo, etc, ma stoici e assetati di birra anche calda, ci porterà al punto di partenza . In 22 km abbiamo fatto un dislivello in salita di 2500m, seppur in due giorni, grazie ai saliscendi affrontati.

 

 

Sdraiato ai piedi della macchina in attesa che Max arrivi con le chiavi, con la gioia ed il dolore nel cuore guardo per un ultima volta verso le Grandi Praterie. Ciao Marco! Giornate come questa saranno indimenticabili!

PH. Massimo Burchiellaro, Nicola Pagano e Ivo Cestari

 

 

 

Itinerario seguito:

 

 

 

Per info:

http://www.girovagandointrentino.it/zufallspitze-m-3757-cevedale/

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