E' un gran bel mondiale, il calcio è cambiato (tra cooling break, Var, 5 sostituzioni) ma noi ripensiamo all'82 e non vediamo la rivoluzione

Direttore de il Dolomiti
E' un gran bel mondiale. C'è poco da fare. Stadi bellissimi, pieni, con mai così tanti spettatori dal vivo nella storia del torneo, i top player tutti presenti che stanno mettendo in campo il meglio del meglio tra doppiette, triplette, gol spettacolari, giocate da campioni. Ogni partita ha saputo dire qualcosa (e abbiamo appena finito i gironi). Nazionali interessanti dalle più grandi alle più piccole, dalle più blasonate a quelle più sconosciute. L'allargamento a 48 squadre ha regalato nuovi sogni, più storie, più 'democrazia' del pallone, dando speranza e possibilità a paesi un tempo sconosciuti alla geografia mondiale del pallone (e va bene la polemica su Infantino, Trump, l'Ammeriga cattiva però in passato non è stato sempre 'messico e nuvole': i mondiali del '78 nell'Argentina di Videla li abbiamo giocati; quelli nell'Italia di Mussolini del '34 li abbiamo vinti e la stelletta ce la teniamo stretta al petto. Gli ultimi due, nella Russia di Putin e nel Qatar dell'emiro Al Thani li avremmo voluti giocare e si potrebbe andare avanti a lungo).
Nuovi protagonisti, dicevamo, che si mescolano a quelli vecchi e una sola regola, vinca il migliore e chi riesce ad esprimere il calcio più bello ed efficace. L'unica costante, per tutti: il ritmo. Da Haiti alla Germania, dal Giappone al Congo corrono tutti. Pressano in maniera continua. La palla gira, si salta l'uomo, si calcia da fuori area, si verticalizza, non si arriva necessariamente con il pallone dentro la porta dopo 40 passaggi, 35 dei quali fatti nella propria metà campo. E poi il cooling break che va ad aggiungersi all'ormai consolidata regola dei 5 cambi, per il secondo mondiale di fila e all'utilizzo del Var per il terzo con attese infinite ed esultanze rimandate. Il calcio è cambiato. E' una certezza.
E' un altro sport rispetto a 20 anni fa perché quando cambi 5 giocatori per squadra in una partita e spezzi il gioco con una pausa per tempo che rimescola il gioco assicuri un rilancio continuo del ritmo (avete notato che dopo il cooling break succede sempre qualcosa, si rimescolano le carte, si riparte).
Se poi si aggiungono anche le pause da Var è chiaro che si è stravolto quello sport che un tempo si giocava in 11, poi al massimo in 14, tutto d'un fiato, con 40 gradi o 17, per 90 minuti o 120 (per un po' di tempo anche a tempi variabili con il golden gol prima e poi con il silver gol, quelle sì assurdità legalizzate). Il mondo ha imparato a giocare a calcio, tutto. I giocatori sono allenati, tutti. Il pubblico internazionale ha occhi e testa per capire e squadre da tifare per divertirsi. E noi? L'Italia resta a guardare. E rosica. Il circo mediatico nostrano commenta infastidito. Le partite le facciamo analizzare a chi ha vinto i mondiali nel 1982. Qualche volta spunta qualche vecchia gloria del 2006.
Ghana, Capo Verde, le asiatiche, persino le sudamericane vengono spesso snobbate. Massì corrono, ma con i piedi, boh. E poi la tattica è un'altra cosa. Ma, colpo di scena: oh perbacco, giocano, urca che dribbling. Segnano. Parano. Vincono pure. Hanno mandato a casa Montella nostro con i nostri Yıldız e Çalhanoğlu. Incredibile. E pure Cannavaro ha fatto abbastanza pena. Strano perché siamo maestri del calcio. A casa anche un'altra nobile decaduta l'Uruguay, che pure ha insegnato calcio cento anni fa e qui ha fatto orrore. Intanto i nostri analisti, un po' sdegnati, ripensano e discutono di quel 5 luglio del 1982 quando Paolo Rossi si svegliò contro il Brasile infilando una tripletta. Quello sì che era calcio. Che tempi. Sembrano dei nobili francesi che sorseggiano vino mentre comincia il luglio del 1789.
Una rivoluzione è in atto, il mondo gioca a calcio e si diverte e noi non capiamo perché. In compenso cerchiamo di farcelo spiegare da frotte di ultra 70enni e ci stupiamo che i nostri giovani non guardano più le partite. Sai com'è se l'aneddoto standard è l'urlo di Tardelli o l'infortunio di Ciccio Graziani nella finale con la Germania Ovest un pochino respingente rischi di esserlo. Se poi ci aggiungi come novità Paulo Roberto Falcão il focus non si sposta. Già a parlare del 2006 nel 2026 sarebbe roba da ancien régime. Ma almeno correrebbero quei 20 anni che correvano nei primi anni 2000 da quell'82 con il quale già all'epoca venivano sbomballate le generazioni di allora. Ma che oggi ancora si sia fermi a 44 anni fa è davvero inquietante. E addirittura si azzardino paragoni con un calcio che, come dicevamo, è cambiato proprio a livello di regole, di gioco, di approccio, ci tiene ancorati a un passato che non tornerà mai.
E poi quanto era bella la Serie A di Totti, Del Piero, Batistuta, Ševčenko. Vi ricordate quanto eravamo forti? Ora ci nominano giusto per prenderci in giro. Siamo gli unici a casa. Ma senza uno straccio di campione dove dovevamo andare? A prenderle da tutti perché giocano tutti con un altro ritmo rispetto al nostro? Intanto teniamoci i nostri stadi semi vuoti, i nostri tifosi che si menano negli autogrill, i nostri pipponi venduti per campioni per decine di milioni, la nostra Serie A che tra poco sarà passata anche dalla Süper Lig turca e coccoliamoci ripensando al passato. Era uno sport diverso. Un gioco diverso. Il mondo cambia e non è detto che cambi in peggio. Questo è un gran bel mondiale per chi ha voglia di guardarlo.











