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Dalle teorie complottiste sui vaccini agli insulti a Laura Boldrini: post verità e fake news per Antonio Megalizzi

Questo il tema che il giovane ucciso a Strasburgo aveva scritto per il contest di giornalismo partecipativo organizzato da Tempora Onlus con media partner il Dolomiti e partner il Forum Trentino per la Pace
DAL BLOG
Di Massimiliano Pilati - 15 dicembre 2018

Presidente del Forum Trentino per la pace e i diritti umani

I fatti sono noti: Cherif Chekatt, ventisettenne di origine nordafricana ma nato e cresciuto a Strasburgo, la sera di martedì 11 dicembre apre il fuoco in pieno centro a Strasburgo colpendo varie persone. Tra queste c'è anche Antonio Megalizzi, giovane trentino che si trovava nella città francese per seguire da volontario per un network di webradio universitarie i lavori del Parlamento Europeo. Antonio non ce l'ha fatta, è morto, assieme a lui sono morte altre 4 persone (5 se consideriamo anche Cherif Chekatt, ucciso in seguito dalla polizia).

 

Forse un giorno potremmo aprire un serio ragionamento del perché vi sia una sorta di muro che da una parte pone un giovane ragazzo europeo con la voglia di aprirsi al mondo e la voglia di vivere l'Europa come un unico paese e dall'altra vi sia un altro ragazzo, anch'egli europeo, che ha deciso di imbracciare un'arma e, in onore di un Dio (che queste cose non le ha mai chieste), ha deciso di uccidere. Una sorta di precariato accumunava questi due ragazzi, ma un profondo solco su come affrontavano la vita li divideva. Ora sono entrambi morti e forse con loro rischia di morire l'idea di un'Europa che sappia mantenere e garantire vita e prosperità al suo interno ad entrambi.

 

A leggere i suoi interessi, le sue attività, il suo lavoro, i suoi pensieri Antonio era sicuramente una bella persona: un giovane dell'Europa, che amava il giornalismo e che, pur da precario e alla volta addirittura da volontario, ce la metteva tutta per praticare la sua professione.

 

Io Antonio l'ho incrociato un anno fa, lui era uno dei partecipanti alla prima edizione del progetto Comunità e Narrazione - Contest di Giornalismo partecipativo promosso da Tempora Onlus rivolto a giovani dai 18 a 35 anni, che ha proprio il Dolomiti come media partner e premio finale, con l’obiettivo di incentivare prospettive di sviluppo locale, in un’ottica innovativa e tecnologica. Il Forum Trentino per la Pace e i diritti umani è partner di questo progetto (giunto ora alla seconda edizione) e io ero anche membro della giuria che doveva giudicare le tracce dei partecipanti per l’elaborazione del testo inedito da realizzare per concorrere al Contest:

 

Non posso certo dire di avere conosciuto bene Antonio, ci ho scambiato qualche chiacchiera la prima sera e poi lo avevo rivisto in un'altra occasione, durante gli incontri di approfondimento del contest. Sono andato però a rileggermi il suo testo e, d'accordo con Giovanna Venditti, (e con il direttore de il Dolomiti Luca Pianesi che come me aveva dovuto valutare i testi inviati dai partecipanti) animatrice del contest, credo che pubblicarlo sia un bel gesto per ricordare questo caro ragazzo innamorato del giornalismo, dell'Europa e della voglia di vivere.

 

Le post verità. Dalle fake news agli errori di informazione: conseguenze. Come uscirne.

 

di Antonio Megalizzi

 

Se entrassimo in un bar e chiedessimo ad ogni cliente un paio di considerazioni sui temi caldi dell’attualità italiana, come la gestione dei flussi migratori, l’Isis o i costi della politica, probabilmente diverse risposte ci apparirebbero drastiche, semplicistiche e ai limiti del politicamente corretto. Allo stesso modo, comunque, è altresì probabile che gli intervistati agiscano in un range di comportamento che tenda a non eccedere davanti ad altre persone, come a creare una sorta di autocensura, utile al fine di tutelare la propria immagine. Per farla breve: è difficile che ci si senta rispondere “bisogna sparare ai barconi e far affogare i migranti a bordo”; molto più semplice sentirsi domandare: “perché a loro 35 euro al giorno e a noi no?”.

 

Ecco, internet ha abbattuto anche il muro che prima del suo utilizzo permetteva di circoscrivere determinati eccessi alla sfera intima di ognuno di noi, dalla serata al bar al divano con gli amici. E sempre, comunque, con un occhio alla propria immagine pubblica. E ciò è successo grazie alle tre caratteristiche simbolo della rete: la bidirezionalità, l’a-territorialità e l’a-temporalità. La prima permette all’utente un ruolo attivo nel dialogo che nei media tradizionali non poteva esistere, la seconda annulla le lontananze geografiche e la terza elimina ogni relazione con il tempo. Quello che si scrive su internet rimane là, per sempre. Anche se lo fai cancellare da Google. Anche se lo segnali a Facebook. Anche se lo elimini da Twitter. Nell’era degli screenshot, ovvero delle foto ad una schermata del telefonino, il diritto all’oblio pare essere una concessione d’altri tempi.

 

La velocità del web non consente errori, né riflessioni mirate o complesse. La politica, in tutto questo, si adegua, colmando il gap relazionale con la cittadinanza grazie a messaggi semplici, univoci, correlati di hashtag che non si pongono limiti etici e che neanche immaginano i danni che provocano. Una #ruspa può voler dire tutto. E hai voglia a ripetere in televisione che intendi eliminare “solo i campi rom, senza i suoi abitanti”. Il trend è già partito, i “meme” (le immagini sarcastiche accompagnate da testi brevi) anche.

 

La politica 2.0 si è oramai abituata alla vertiginosa crescita dell’iperdemocrazia in rete. Anzi, potremmo anche asserire che, in alcuni casi, l’ha addirittura fomentata. Così ci ritroviamo a provare la sensazione di sentirci critici culinari, cinematografici, letterari. Viviamo la netta convinzione che il nostro apporto sia davvero prezioso ai fini di un dibattito pubblico sulla geopolitica, o sui diritti umani, grazie ad un misero post su Facebook.

 

Il concetto di “libertà d’espressione” finisce così per democraticizzare agli estremi ogni dialogo. Sono ormai celebri le conversazioni online del Professor Roberto Burioni, attivo sui social media contro la disinformazione in materia di vaccini, che una volta su Twitter si ritrova a tu per tu con professionisti d’altro genere, che hanno letto su un blog che vaccinarsi porta all’autismo e che credono più alle teorie complottiste di arricchimento delle cause farmaceutiche, che alla scienza e alla sua oggettività. Questo esempio, in sintesi, potrebbe simboleggiare gli errori del mondo dell’informazione sui social media. E il motivo, probabilmente, è semplice: il lettore non è mai stato abituato a munirsi di spirito critico. Il giornalismo ha titillato la sua pancia fino a consentirgli, una volta che gli è stata concessa la possibilità, di esternare la sua rabbia in modo così disordinato.

 

Non a caso le fake news, le bufale online, per intenderci, vivono un periodo d’oro senza precedenti, grazie alla complicità di diversi fattori: la poca dimestichezza di un considerevole numero di utenti coi social media; la comprovata difficoltà di un 47% di italiani (indagine Piaac) di elaborare un testo dopo averlo letto; il crescente disagio sociale successivo alla crisi economica.

 

Mettiamo questi ingredienti in un calderone, spruzziamoci della propaganda politica, aggiungiamo un pizzico di demagogia ed il piatto è pronto. Basta quindi pubblicare la foto di un’attrice americana, farla passare per la sorella della Presidente della Camera Laura Boldrini, scrivere che si è arricchita grazie ai centri d’accoglienza ed ecco 40,50,70 mila condivisioni correlate di commenti ignobili. Commenti che non si fermano neanche di fronte all’evidente realtà. L’utente schiavo delle proprie convinzioni, una volta saputo che la foto non mostrava effettivamente la sorella della Boldrini, risponderà che comunque potrebbe succedere in futuro e che si tratta di uno scandalo.

 

Eccoci quindi al fulcro del problema: la post-verità. Una verità che ognuno di noi ritaglia a proprio piacimento, e che non viene limata neanche dai fatti reali. E mentre la giurisprudenza internazionale si interroga su come gestire il fenomeno delle bufale, dato che la questione della responsabilità penale viene scaricata da uno stato all’altro, in base alle differenti visioni giuridiche della libertà d’espressione, il giornalismo guarda timidamente all’accaduto. Da una parte lo schifa, dall’altra ne è quasi attratto. Prima ne denuncia la mancata correttezza, poi ne copia il sensazionalismo ingiustificato.

 

Eppure, una marcata differenza di autorevolezza tra un blog creato in cinque minuti grazie a Google e una carriera tutelata da un’iscrizione ad un ordine professionale dovrebbe notarsi. Perché, dunque, è stato così semplice per i blogger approfittarsi dell’attimo di sbandamento del giornalismo tradizionale? Come mai l’utente medio, su una piattaforma come Facebook ad esempio, non riesce a distinguere l’affidabilità dell’informazione di Repubblica da quella del Fatto QuotidAino?

 

Probabilmente il fenomeno social media si è abbattuto sul mondo dell’informazione con una violenza tale da non permettere lo sviluppo di strategie di contrattacco. Il giornalismo si è arroccato nel suo autoreferenziale mondo fatato, sviluppandosi sempre più come una dimensione elitaria e concedendo al web uno spazio “popolare”, poco controllato, dando quindi l’impressione che l’informazione tradizionale fosse figlia dei poteri forti, mentre quella di internet rappresentasse la reale voce del popolo.

 

Tutte le correzioni proposte per fermare questa stortura, oramai, vengono valutate dalla cittadinanza come una strategia del “sistema” per tappare le ali alla libertà d’espressione in rete, unico spazio realmente democratico. E poco importa se i colossi di quello spazio vivono grazie alle informazioni che la privacy fatica a tutelare. O se il loro fatturato supera il Pil di una nazione. O se, nel caso delle bufale, un blogger riesce ad intascare 400 euro al giorno grazie alla condivisione di un post fasullo che inneggia alla violenza razziale. Loro saranno sempre “quello che i giornali non ti dicono”, quelli che smascherano l’élite che si arricchisce alle tue spalle.

 

L’amara realtà è che la post-verità ha modificato la concezione di un’informazione in una maniera tale da rendere estremamente complicato trovare una soluzione che contempli la libertà d’espressione e il veicolare una notizia che corrisponda ad un fatto realmente accaduto. Non bastano i plug-in di Facebook, come i corsi di formazione serali sui social media. Serve una presa di posizione forte, che parta dal Ministero dell’Istruzione e che educhi la cittadinanza ad un utilizzo consapevole dei social network. Perché la scuola non sarà di certo la principale responsabile della diffusione delle bufale via web, ma se centinaia di migliaia di persone sono ancora convinte che Mussolini abbia vinto un Nobel per la pace, la regressione informativa crescente ha origini ben più lontane del semplice disagio sociale.

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