Alla classe politica della seconda/terza Repubblica, un messaggio tratto dalla lezione di Craxi

Socialista dal 17° anno d'età, continua a dedicarsi allo studio del pensiero progressista e democratico
All’inizio di questa primavera più d’uno avrebbe potuto leggere un articolo intitolato "Quello che la sinistra può ancora imparare dalla lezione di Craxi". L’ha pubblicato il 30 marzo scorso “la Repubblica”, storico giornale avversario della politica craxiana. Ne è autore un giornalista noto anche nella nostra regione, Concetto Vecchio. Egli scrive un meditato commento ad un libro di Carmine Fotia, «notista al quotidiano comunista “il manifesto” negli anni del potere craxiano», il cui titolo predice il contenuto: ‘Scusaci Bettino. Craxi, la sinistra, il giustizialismo’. Sì – asserisce Vecchio – ci vorrebbe "una discussione serena sulle idee di Bettino Craxi… un proposito meritorio nel deserto di pensiero nel quale siamo immersi".
Un deserto che non è venuto avanti per caso. È stato un altro competente editorialista progressista come Piero Sansonetti a scrivere su “L’Unità”: "Siamo un Paese che ha visto una eccellente classe politica, quella della Prima repubblica, azzerata da un’inchiesta giudiziaria». Ma torniamo al commentato libro di Fotia: perché chiedere scusa a Craxi? «Per non esserci ribellati al clima di odio contro di lui negli anni di Tangentopoli. Mani pulite – rimarca Fotia – si trasformò in una infernale macchina di distruzione della politica e dei partiti e quindi della democrazia repubblicana".
Ora, quale insegnamento può dare Craxi, secondo l’articolo di “Repubblica”? La risposta è come una sentenza: "ad essere davvero uomini di sinistra". Si cita Walter Veltroni: "La sua politica estera fu grande. Ci fu l’episodio di Sigonella ma anche la scelta di tenere l’Italia nella sfera occidentale, senza intaccare autonomia e dignità del Paese".
Ecco, l’articolo di “Repubblica” diventa uno stupefacente esempio di revisionismo mediatico, esercitato con l’esaltazione della scrittura di Fotia: "Craxi fu un uomo coraggioso, capace di sfidare la dittatura di Pinochet per rendere omaggio alla tomba di Salvador Allende. Fu uno statista capace di tener testa all’aggressività sovietica e alla prepotenza americana e un leader politico moderno cui toccò di guidare un Paese ancora tramortito dal terrorismo, impaurito e fermo. Un innovatore della tradizione socialista, riscattandola dalla subalternità ai comunisti e per questo da essi contrastato con odio".
Ora ci sorge un dubbio: quel mondo giornalistico che ai tempi di Mani pulite, come ricordava il menzionato Sansonetti, si dava appuntamento sul far della sera per concordare la linea e i titoli dei propri giornali – parliamo proprio di “Repubblica”, “Corriere della Sera”, “La Stampa”, “L’Unità” – ci sta prendendo in giro? Per trent’anni ci hanno costruito sopra una narrazione che ha portato a quel deserto di pensiero politico evocato più sopra, distruggendo le vite e il percorso di una classe politica largamente migliore di quelle successive, promuovendo carriere e salotti da cui irridere gli avversari annichiliti dalle procure giudiziarie. Ci ho riflettuto un poco. No, mi son detto, l’ampiezza della revisione – considerati anche i molti libri dedicati alla vicenda umana e politica di Craxi apparsi all’inizio del 2025, scritti da autori specialisti come Fabio Martini de “La Stampa”, Massimo Franco, editorialista del “Corriere della Sera”, fino al libro dal titolo più schietto ‘Craxi, l’ultimo vero politico’, scritto da Aldo Cazzullo, per giungere al sorprendente eppur ponderato articolo di “Repubblica” – è di tale portata per cui si può dire che siamo di fronte ad un pentimento ammirevole. Tardivo e colpevole senza dubbio, ma ammirevole.
E' un messaggio che proverei a mandare a quel mondo politico della seconda/terza repubblica. Si faccia finalmente – come suggerisce Concetto Vecchio – una discussione serena sulle idee di Bettino Craxi, sul suo tempo e sui danni considerevoli arrecati alla vita democratica dalla parabola giustizialista e populista, da quel "clima di odio" richiamato dal libro di Carmine Fotia, per dichiarare: "non si ripeta mai più".












