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| 01 maggio | 12:52

Spesso liquidato come un "conservatore", un ritratto di Friedrich von Hayek. Oggi per chi partegerebbe?

Il liberale è favorevole ad un ordine politico in cui ognuno possa obbedire alle proprie convinzioni. Il conservatore non ha invece “principi politici che gli consentano di lavorare con chi ha valori morali diversi dai suoi”: egli - arrogandosi una saggezza superiore - non crede al “potere della discussione”.
DAL BLOG
Di Nicola Zoller - 01 maggio 2026

Socialista dal 17° anno d'età, continua a dedicarsi allo studio del pensiero progressista e democratico

I libertari di ogni latitudine possono provare una sincera simpatia - anche se non completa adesione - per le tesi di questo old whig, sovente liquidato come unconservatore”: specialmente se si pensa che Friedrich von Hayek (1899-1992) - di lui  qui proveremo a parlare brevemente - aperse più fronti conflittuali con la politica tory, oltre a impegnarsi tutta una vita contro il collettivismo burocratico ed anche contro le tendenze giacobine di certo liberalismo europeo continentale.

 

C’è proprio un libretto, edito anche da “Ideazione”, che porta un titolo significativo: “Perché non sono un conservatore”.

 

1. Per von Hayek il principio basilare del vero liberalismo è quello di abbattere l’autoritarismo dello Stato limitandone i poteri. Invece il liberalismo razionalista (legato ai retaggi della rivoluzione francese, a differenza del liberalismo britannico) si “nutre del mito del grande Legislatore e apre le porte all’idea collettivista che la società debba essere organizzata attraverso un piano unico di produzione e distribuzione: è il suicidio del liberalismo”.

 

Parimenti i conservatori - spiega l’autore - non si oppongono alla coercizione o all’arbitriofinché usati per scopi che ritengono giusti”. Essi, accettando il primato del potere statuale sulla società civile , si  sentono sicuri solo se sono certi che “qualche autorità ha il compito di mantenere disciplinato il cambiamento”.

 

2. Il liberale è favorevole ad un ordine politico in cui ognuno possa obbedire alle proprie convinzioni. Il  conservatore non ha invece “principi politici che gli consentano di lavorare con chi ha valori morali diversi dai suoi”: egli - arrogandosi una saggezza superiore - non crede al “potere della discussione”.

 

3. Il conservatore attribuisce alla democrazia tutti i mali del nostro tempo. Il liberale considera discutibile non la democrazia ma il governo illimitato. Semmai il problema è dunque quello di imparare a limitare il campo del governo, sia che si tratti di un governo elitario o di un governo della maggioranza. Per il liberale sarebbe peraltro molto più intollerabile che tutti i poteri  fossero nelle mani di una ristretta élite, tuttavia egli non ritiene inutile una limitazione del potere anche quando questo sia nelle mani della maggioranza.

 

4. Il conservatore è ostile verso la cooperazione internazionale e tende a un eccessivo nazionalismo. Il liberale invece rispetta le proprie tradizioni nazionali e può preferirle ad altre, ma non si sente affatto obbligato “ad essere ostile a quanto rappresenta qualcosa di diverso e di nuovo”. Così il conservatore ritenendosi superiore a qualsiasi straniero, crederà di avere la missione imperialista di “civilizzare” gli altri, mentre il liberale promuoverà rapporti volontari e liberi.

 

5. E’ vero che il liberale, come il conservatore, non si prefigge una società livellata  e livellatrice: ma egli distingue tra la disuguaglianza generata da una libera competizione e la gerarchia prodotta da un ordinamento sociale rigido, ostile al mercato e alle libertà.

 

6. E’ ancora vero che il liberale condivide con il conservatore una avversione verso i cambiamenti radicali: è una sfiducia nell’ignoto, che vuol dire anche sfiducia nella ragione, nella possibilità umana di conoscere tutte le risposte e la loro esattezza: chi è troppo sicuro di aver ragione, genera mostri. Ma questo scetticismo non si trasforma in un atteggiamento reazionario: il liberale mantiene un certo grado di fiducia  per lasciare che gli altri cerchino la loro felicità a modo loro e per accettare costantemente questa tolleranza, che è una delle caratteristiche essenziali del liberalismo”.

 

In conclusione, dopo questa sommaria sintesi, se venissimo sbrigativamente all’attualità politica, per chi parteggerebbe Friedrich von Hayek?

 

Probabilmente accetterebbe il destino del nostro Poeta: "...a te fia bello averti fatta parte per te stesso" (Paradiso, XVII 68-69).

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