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La nuova crisi bancaria americana che parte dalla Silicon Valley Bank, c'è da temere? ''Nì'', ecco perché e cosa c'è da sapere

DAL BLOG
Di Orizzonti Internazionali - 16 marzo 2023

Docenti di studi internazionali dell'Università di Trento

Andrea Fracasso, professore di politica economica presso il Dipartimento di Economia e Management e la Scuola di Studi Internazionali dell’Università di Trento

 

Al sorgere di nuovi problemi finanziari negli Stati Uniti, in questi giorni più di qualcuno si sarà chiesto “Ancora? Siamo di nuovo al punto di partenza?”. La risposta è, probabilmente, “nì”. Ovvero , siamo di fronte a nuovi problemi finanziari legati a insufficienti regolamentazione e monitoraggio degli istituti di credito americani, ma di diversa natura e, sperabilmente, estensione del passato.

 

Al centro degli eventi c’è il recentissimo fallimento della Silicon Valley Bank (SVB), un istituto di credito americano dell’omonima regione, specializzato nel finanziamento di aziende hi-tech. SVB nel tempo ha raccolto delle ingenti somme depositate da individui e, soprattutto, aziende locali nei conti correnti dell’istituto. Nel corso degli anni, confidando nel basso tasso di riscossione dei depositi da parte dei risparmiatori, SVB ha investito una parte di queste somme in titoli obbligazionari a medio e lungo termine (cioè asset a basso rischio di credito ma meno liquidi dei depositi ricevuti). Nei giorni scorsi, per motivi non del tutto chiari, molti clienti della banca hanno chiesto la restituzione dei soldi depositati e SVB, a corto di liquidità per rimborsarli, ha cercato di raccogliere delle nuove risorse tramite un aumento di capitale. Questa strategia si è rivelata fallimentare a causa della scarsa adesione degli investitori al progetto, probabilmente consapevoli dei sottostanti problemi di liquidità dell’istituto.

 

Per procurarsi la liquidità necessaria a liquidare i depositi, SVB è stata così costretta a vendere una parte dei titoli obbligazionari a lunga scadenza detenuti in portafoglio. A causa del notevole rialzo dei tassi di interesse avvenuto in questi mesi per opera della Federal Reserve, il valore di vendita di questi titoli si è rilevato al di sotto del loro valore di acquisto (dato che i titoli a cedola fissa perdono valore sul mercato quando i tassi di interesse aumentano) e SVB ha così dovuto registrare delle ingenti perdite (quasi due miliardi di dollari) sul valore dell’azienda, riducendo ulteriormente la capacità di ottenere risorse e aggravando i dubbi del pubblico su una sua possibile insolvenza. Di fronte a questi eventi, un più grande numero di depositanti ha iniziato a chiedere la restituzione dei propri depositi. SVB, nell’impossibilità di far fronte a questa corsa ai depositi, è stata costretta dalle autorità a dichiarare rapidamente fallimento, accelerando così le procedure di intervento pubblico.

 

Nonostante SVB avesse preso una insostenibile posizione di rischio usando depositi per comprare titoli a lunga scadenza e altri investimenti rischiosi nel business high-tech, essa non aveva fatto ricorso a titoli finanziari complessi e non era coinvolta in pericolosi intrecci con altri operatori finanziari. La posizione della SVB rappresenta quindi un classico problema nel sistema bancario per risolvere il quale esiste una semplice ricetta: far fallire l’istituto, vendere le attività buone a operatori più solidi, liquidare il patrimonio degli azionisti e dei prestatori di rischio, e restituire quanto possibile ai depositanti. E questa è proprio la ricetta seguita dalle autorità americane, forti anche del fatto che il Fondo di garanzia depositi (FDIC) garantisce con risorse proprie tutti i depositi fino a 250mila dollari, rendendo così più semplice, rapido e non oneroso per il contribuente il rimborso dei depositi meno ingenti.

 

Purtroppo, questa soluzione standard si è scontrata con il numero elevatissimo di imprese che detenevano depositi ben superiori a 250mila dollari, quindi non assicurati dal FDIC, presso SVB. Ben il 96% dei depositi della banca superava questa soglia. Durante il fine settimana scorso, quindi, l’Amministrazione Biden e la Federal Reserve hanno deciso di annunciare di essere pronte a garantire tutti i depositi di tutte le banche, anche oltre il limite di 250mila dollari per ciascun conto, nella speranza di rassicurare i correntisti in merito alla stabilità dei propri averi e di ridurre l’incentivo a passare all’incasso. La garanzia pubblica sui depositi, secondo il manuale, dovrebbe prevenire la corsa agli sportelli e ridurre l’ampiezza del problema, rendendo non necessari gli interventi che le autorità si son dette disposte a compiere in caso di necessità.

 

Il salvataggio dei correntisti, si noti, non rappresenta un salvataggio della banca e dei capitali di rischio che la sostenevano. Le autorità americane hanno ribadito con forza che la responsabilità dell’insolvenza di SVB sarebbe stata lasciata in capo agli azionisti e ai prestatori di rischio (che avrebbero perso tutto quanto messo nell’istituto), che il management sarebbe stato licenziato e che solo i correntisti sarebbero stati protetti. Questi sono i fatti, almeno per quanto è dato conoscere.

 

Ma perché i problemi di liquidità e insolvenza di una e poche altre banche di medie dimensioni ha indotto le autorità americane a offrire un’assicurazione su tutti i depositi di tutte le banche? Perché l’intervento della autorità è stato così ampio? E perché, nonostante la sua portata, esso non ha pienamente acquietato le preoccupazioni degli operatori americani ed europei?  E’ bene partire dall’osservare che il limite massimo sull’assicurazione dei depositi è giustificato dalla necessità di indurre i correntisti a non mettere troppe risorse liquide nello stesso istituto. Chi sceglie di farlo lo stesso, pur sapendo di non beneficiare della garanzia pubblica, dovrebbe quindi pagare il costo della scelta azzardata nel caso di insolvenza dell’istituto creditizio. Questo sistema di incentivi dovrebbe, almeno sul piano ideale, evitare che i grandi correntisti concentrino i propri risparmi in pochi istituti e dovrebbe anche indurli a vigilare attentamente sul comportamento delle banche, rafforzando così “dal basso” il monitoraggio e la buona gestione.

 

Stracciare il limite massimo della garanzia e assicurare tutti i depositi per intero non è, quindi, un intervento banale. Esso rischia di svuotare la credibilità del sistema di incentivi e di punizioni previsti dalla attuale normativa bancaria, favorendo ulteriori prese di rischio e azzardo morale da parte di un più largo numero di operatori. Se le autorità hanno deciso di smantellare questo sistema di incentivi e punizioni offrendo una garanzia a tutti è perché, evidentemente, non lo ritengono un sistema efficace a prevenire eccessi. La scelta è, forse, corretta dato che il sistema non ha evitato l’emergere di questi squilibri nel corso del tempo. Tuttavia, la decisione crea un vuoto importante nel sistema bancario americano: le regole sono lasche, le imprese creditizie non sono tutte sufficientemente sorvegliate, e gli incentivi e le punizioni per prevenire l’azzardo morale vengono rimossi senza essere sostituiti. Un sistema in queste condizioni non può tranquillizzare nessuno.

 

Il ricorso delle autorità americane a misure difensive di questa portata può destare inquietudine negli osservatori anche per il messaggio implicito che porta. Un intervento così potente e immediato potrebbe rivelare una preoccupazione profonda delle autorità per la salute dell’intero sistema bancario americano, sistema che potrebbe essere più fragile di quanto gli operatori non abbiano finora avuto ragione di credere. Dall’aprile 2020, più di 4mila miliardi di dollari di depositi sono stati creati e il 50% di questi è andato a finanziare l’acquisto di titoli a lungo termine. Quanti istituti hanno saputo aggiustare gradualmente le proprie attività e passività per non subire, come è accaduto a SVB, l’impatto dell’impennata dei tassi? Questo è solo un dubbio. Forse il problema non è poi così generalizzato. E’ possibile che le autorità americane siano state indotte a garantire tutti i depositi di tutte le banche per altre ragioni. Dopo aver appreso di un grande, ma non precisato, numero di imprese con ricchi conti correnti presso banche di piccola e media dimensione, ovvero banche sottratte alla scrupolosa vigilanza riservata agli istituti di grandi dimensioni, le autorità potrebbero aver preferito agire in via preventiva per non doversi pentire dopo di non averlo fatto.

 

E’ possibile temessero che l’economia americana non avrebbe retto a una corsa ai depositi da parte di questi mega-correntisti aziendali. E’ opinione comune che le autorità debbano prevenire le corse ai depositi con ogni mezzo, anche qualora queste corse siano mosse da preoccupazioni fallaci e forme di panico senza fondamento. Questo impegno “senza se e senza ma” della autorità a impedire le corse ai depositi potrebbe giustificare la rapidità e l’estensione dei provvedimenti, a prescindere dalla reale entità del problema. A poco più di un anno e mezzo dalle elezioni presidenziali, il Presidente Biden ha probabilmente preferito stare sul sicuro, evitando di creare un nuovo caso “Lehman Brothers”.

 

Va infine ricordata l’importanza strategica della Silicon Valley e delle sue imprese nel modello di crescita americano, sempre più fondato sulla superiorità tecnologica e scientifica delle proprie aziende. Lasciare montare una crisi bancaria nella regione avrebbe inevitabilmente avuto ripercussioni per l’intera economia americana e per le sue prospettive di medio termine. Le autorità potrebbero aver reagito così fortemente per il timore che emergesse una crisi bancaria localizzata nella regione di importanza sistemica per l’economia americana. La sola SVB, dopo tutto, era coinvolta nella metà delle transazioni finanziarie a supporto delle start-up innovative sostenute da venture capital nei settori delle tecnologie e delle scienze della vita. Anche se di media taglia, quindi, SVB era piuttosto connessa al tessuto imprenditoriale nazionale.

 

Tutte queste spiegazioni mostrano chiaramente la presenza diffusa di rischi sistemici associati all’attività bancaria e finanziaria, anche di natura quasi ordinaria. Nonostante le mille lezioni apprese dalla crisi del 2007-8, i rischi per il sistema bancario derivanti da episodi di instabilità in istituti, anche piccoli, accomunati da comuni (ed erronee) strategie di investimento continuano a essere elevati e finiscono col richiedere interventi pubblici di grande portata. Questo deve ricordarci che l’attività creditizia è un’attività intrinsecamente rischiosa. Non è quindi intellettualmente onesto sminuire le preoccupazioni di chi ritiene che la regolamentazione e le misure prudenziali debbano avere la preminenza sulla redditività delle imprese finanziarie, anche quando le cose vanno bene e non si vedono nubi all’orizzonte.

 

Durante gli anni dell’Amministrazione Trump in cui controlli e restrizioni sono stati rimossi o alleggeriti (anche grazie alle pressioni delle banche, tra cui SVB), diversi osservatori hanno sostenuto che la riduzione della redditività del comparto finanziario causata da regole troppo rigide avrebbe rischiato di compromettere la crescita del sistema economico americano, limitando l’intraprendenza degli investitori e degli imprenditori. Il rischio che la regolamentazione possa inibire il finanziamento di grandi investimenti avveniristici (quindi rischiosi) esiste. Ma esiste anche il rischio concreto che eccessive prese di rischio portino a crisi di fiducia la cui soluzione abbia un costo non trascurabile per i contribuenti.

 

L’altro rischio è che interventi per garantire la stabilità finanziaria richiedano alle autorità monetarie di prendere decisioni altrimenti non ottimali. Abbiamo già detto di come le autorità statunitensi abbiano modificato nottetempo la copertura assicurativa sui depositi senza contemporaneamente rivedere l’insieme di regole di supervisione e regolamentazione del settore. Un altro esempio di questo possibile corto circuito è il fatto che la Federal Reserve potrebbe ora trovarsi costretta a rallentare la crescita dei tassi di interesse, altrimenti necessaria a contenere l’inflazione, per il timore di creare perdite nei bilanci degli istituti creditizi meno monitorati. Non è un caso che la Fed abbia contestualmente introdotto un nuovo programma di prestiti a lungo termine alle banche che favorisce il mantenimento dei titoli obbligazionari nei loro portafogli fino a scadenza.

 

Questo è sicuramente un modo efficace di impedire la vendita prematura di titoli in perdita, ma rappresenta anche un rinnovato impegno delle autorità a fornire ulteriore liquidità a un sistema economico sofferente per un eccessivo tasso di inflazione. Un ennesimo caso di financial dominance in cui la banca centrale fatica a perseguire i propri obiettivi di inflazione per la necessità di affrontare gli squilibri finanziari emergenti. Anche chi vede con favore un più moderato sentiero di crescita dei tassi di interesse dovrebbe quindi essere impensierito dall’influenza che le preoccupazioni per la stabilità finanziaria continuano a esercitare sulla politica monetaria.

 

Molti si chiedono se questa crisi arriverà in Europa. Difficile da dire la portata del contagio. Da un lato, in Europa la protezione di depositi si ferma a 100mila euro e questo renderebbe il rischio di corsa ai depositi potenzialmente più elevato. Dall’altro lato, lo squilibrio tra attivi e passivi degli istituti creditizi americani di medie dimensioni non sembra trovare riscontro nell’area euro, anche grazie a una supervisione e una regolamentazione più attente. Due, quindi, sembrano essere i fattori che potrebbero spingere gli europei a emulare i risparmiatori americani. Il primo è il panico: comportamenti imitativi potrebbero generare una corsa alla liquidità accompagnata da massiccio ritiro dei depositi e svendita dei titoli obbligazionari sul mercato. Un evento che la prontezza delle autorità potrebbe limitare o evitare, in particolare se esso fosse completamente immotivato. Il secondo fattore di contagio è il possibile riemergere della segmentazione finanziaria nell’area euro.

 

Qualora gli investitori e i depositanti iniziassero a dubitare della capacità di alcuni Paesi di sostenere le proprie banche in caso di problemi, potrebbe verificarsi nuovamente una fuga di capitali dalla periferia al centro dell’area euro, anche con il riaprirsi degli spread sui rendimenti dei titoli di Stato. La Banca centrale europea sta cercando di ridurre il proprio bilancio dopo l’espansione pandemica e potrebbe quindi fare relativamente poco al riguardo, lasciando magari al Meccanismo Europeo di Stabilità di occuparsi delle tensioni bancarie. Sulla riforma MES, tuttavia, ancora pende la mancata ratifica del nuovo statuto da parte dell’Italia. Questo mantiene in vigore le vecchie regole e pratiche (tanto criticate dall’Italia stessa) che hanno reso controverso e tardivo l’accesso degli Stati al MES. Ecco quindi che la discussione potrebbe tornare presto a ruotare intorno alla riforma del MES, alla possibilità della BCE di realizzare ulteriori interventi selettivi sui mercati dei capitali e alla reale coesione politica tra i Paesi dell’area euro. Tutti temi politicamente molto caldi, già da molto tempo. Praticamente un déjà vu.

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