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A Pejo il ricordo di Giacomo Matteotti a 94 anni dall'uccisione, Leveghi: ''Simbolo di libertà con origini trentine''

Il 30 maggio 1924 alla Camera il socialista tiene un discorso durissimo per denunciare violenze e brogli del fascismo. Il 10 giugno avrebbe dovuto parlare della corruzione del governo, un discorso che non farà mai. Leveghi: "La resistenza inizia quel giorno. La storia non sempre va avanti, ma torna indietro"

Di Luca Andreazza - 10 giugno 2018 - 19:41

PEJO. Il paese di Pejo si è fermato davanti alla "casa avita" per ricordare Giacomo Matteotti, tra le figure di più alto livello della storia italiana. Il 10 giugno ricorre, infatti, il novantaquattresimo anniversario del rapimento e della morte del politico, giornalista e antifascista italiano, segretario del partito socialista unitario.

 

Un simbolo di giustizia e libertà. "Valori - spiega Mauro Leveghi, storico esponente del Psd, attuale dirigente della Camera di commercio e presidente del Trento Film Festival - permanentemente universali. La democrazia non sono gli investimenti nelle opere pubbliche, la discriminante è la libertà. La resistenza al fascismo inizia in realtà in quel giorno perché è stato il primo uomo libero. La storia non sempre va avanti, ma spesso torna indietro e bisogna saper prestare attenzione".

 

Perché a Pejo? I nonni e bisnonni di Matteotti erano di Comasine, come suo padre, Girolamo Stefano, mentre la madre Isabella Garzarolo è di Fratta Polesine, paese che poi diede i natali al politico socialista.

 

"Un aspetto questo che si porta dietro - dice Leveghi - probabilmente di cultura e formazione asburgica è anti-interventista. Nonostante la tragica fine, Giacomo Matteotti è riuscito a influenzare il pensiero successivo, l'11 giugno il presidente Sergio Mattarella ricorda la figura di Giuseppe Saragat protagonista della convulsa storia italiana del secondo dopoguerra e leader storico della famiglia socialista".

 

E' il 30 maggio 1924, quando Giacomo Matteotti tiene un durissimo discorso alla Camera dei deputati per denunciare soprusi, violenze e brogli elettorali del 6 aprile: chiede l'invalidazione delle elezioni. Un passaggio che si conclude nella frase rivolta ai suoi compagni "Io, il mio discorso l'ho fatto. Ora, a voi preparare il discorso funebre per me".

 

"Era stato intransigente - evidenzia Leveghi - un discorso puntuale e dettagliato di nomi e luoghi. In quel momento si alza il velo sulla vera natura del fascismo, che non poggia le proprie basi sulla democrazia, lì emerge la fortissima negazione della libertà".

 

Un'altra tappa si sarebbe dovuta tenere il 10 giugno. All'ordine del giorno l'approvazione del bilancio provvisorio del governo.

 

"Quel giorno - conclude Leveghi - avrebbe dovuto presentare le sue indagini sulla corruzione del governo, in particolare la vicenda delle tangenti nell'ambito della concessione petrolifera alla Sinclair Oil. Questo scandalo finanziario che coinvolgeva anche Arnaldo Mussolini, fratello del duce".

 

Giacomo Matteotti era un esperto in quel campo e il discorso sarebbe stato altrettanto duro e curato. Un discorso che però non verrà mai pronunciato: una squadra fascista capeggiata da Amerigo Dumini, probabilmente per volontà di Benito Mussolini rapisce e uccide il politico, il suo corpo fu ritrovato quasi due mesi dopo. Ma anche Comasine, allora come oggi, si era stretta intorno al socialista di origine solandra. 

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