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L'Europa mette al bando il genome editing paragonandolo agli Ogm. Duro colpo per il Trentino e la Fondazione Mach

Il 25 luglio è arrivata la sentenza della Corte di giustizia europea. Per la professoressa del Centro Agricoltura Alimenti Ambiente, Stella Grando: "La ricerca applicata che come obiettivo ha la produzione di nuove varietà di piante resistenti, rischia  di rimanere senza finanziamenti"

Di Giuseppe Fin - 28 luglio 2018 - 19:36

TRENTO. “Esistono nuovi metodi di miglioramento genetico per le colture agricole, ma l'Europa non deve applicare a questi una regolamentazione che ricalchi quella adottata per gli OGM”. Questo l'appello che lo scorso anno era stato lanciato dal mondo della ricerca all'Unione Europe chiamata a colmare un vuoto normativo che riguardava le nuove metodologie di genome editing utilizzate e studiate nel mondo dell'agricoltura per creare piante e frutti migliori, più resistenti ai cambiamenti climatici e ai parassiti.

 

Nulla a che vedere con gli Ogm perché con il genome editing, i cui studi portati avanti anche a San Michele sono un'eccellenza, si punta a modificare il genoma di una cellula senza inserimenti di dna estraneo. Non vengono quindi introdotti elementi diversi o estranei nel patrimonio genetico delle piante.

 

La decisione attesa da parte della Corte Europea è arrivata in questi giorni facendo rimanere a bocca aperta moltissimi ricercatori ma anche gran parte del mondo economico che vede in questa strada un faro di salvezza per l'agricoltura italiana.

 

La Corte, infatti, rispondendo ad un ricorso francese, ha deciso che la direttiva sugli Ogm deve applicarsi anche agli organismi ottenuti mediante tecniche emerse successivamente alla sua adozione. Questo significa che le piante ottenute, ad esempio, con il genome editing, sono soggette a tutte le norme previste in Europa per gli Ogm. Vale a dire che non possono essere coltivate.

 

Una decisione che va ad affossare un processo che poteva avere ricadute molto positive per l’agricoltura e che si traduce inevitabilmente anche in un duro colpo per le ricerche e i tanti passi avanti, soprattutto nell'ambito del melo e della vite, che sono stati fatti dai ricercatori della Fondazione Edmund Mach, impegnati nell'ottenere varietà di piante resistenti alle malattie riducendo l'input chimico in campagna nell'ottica di una agricoltura sostenibile.

 

Per fare il punto su quello che è successo e capire quali saranno le conseguenze della decisione assunta dalla Corte Europea, abbiamo intervistato la professoressa Stella Grando, docente dell Centro Agricoltura Alimenti Ambiente creato dall'Università di Trento insieme alla Fondazione Edmund Mach.

 

Tra gli addetti ai lavori, ma non solo, la decisione assunta dalla Corte Europa è sembrata come un fulmine a ciel sereno. Ci può aiutare a capire cosa è successo?

La notizia è che il 25 luglio la Corte europea di giustizia, quell'istituto che interpreta il diritto europeo, si è espresso relativamente ad una questione posta dal Consiglio di stato francese. Di fatto ha aiutato ad interpretare l'applicazione di una direttiva europea, la numero 18 del 2001, che definisce la emissione deliberata nell'ambiente degli organismi geneticamente modificati.

Negli ultimi 18 anni sono arrivate delle tecniche che non erano contemplate in questa direttiva, come per esempio il genome editing, e che andavano in qualche modo ricondotte o trattate in altro modo. Ora, contro quanto auspicava la comunità scientifica ma anche il mondo produttivo, la Corte ha stabilito che questi nuovi organismi, devono essere considerati geneticamente modificati e quindi soggetti alla direttiva 2001 e non possono quindi essere messi nell'ambiente. Sempre secondo questa sentenza, solo le varietà di piante ottenute attraverso le tecniche di mutagenesi tradizionale, sono esentate dalla direttiva Ogm.

 

Cosa significa ''mutagenesi'' e in cosa si differenza dal “genome editing”?

Quando parliamo di mutagenesi facciamo riferimento a tecniche che risalgono a 30 – 40 anni fa e che, però, nei nostri studi per le piante arboree non hanno avuto mai molto interesse. In poche parole tramite delle irradiazioni forti si provocano delle rotture casuali di dna e da qui si ottengono delle piante che possono avere delle caratteristiche positive. Il genoma editing, invece, è un insieme di tecniche molto recenti che si sono sviluppate negli ultimi 4 – 5 anni, ancora tutte da sviluppare nelle piante arboree, ma con una potenzialità enorme. Permette di fare modifiche mirate e precise in un particolare punto del gene della pianta e quindi provare un miglioramento delle sue caratteristiche. A differenza della mutagenesi, il genome editing è preciso e la modifica è del tutto assimilabile a quello che può avvenire in natura.

 

Se è assimilabile a quello che avviene in natura perchè la Corte di giustizia europea ha deciso in questo modo?

Perché con il genome editing si interviene in laboratorio e questa manipolazione, dal punto di vista del legislatore, va a creare un Ogm e quindi deve essere assoggettato alla direttiva. E' un approccio che non si trova fuori dall'Europa. Negli Stati Uniti, per esempio, non si va a vedere come si ottengono queste nuove piante ma si verificano i risultati finali. Si va a vedere se nella pianta finale le modifiche hanno creato dei rischi per la salute dell'uomo. L'Unione Europea guarda invece al metodo usato.

 

Quali sono le conseguenze di questa decisione?

La sentenza ha raggelato le prospettive di una collocazione nel mercato delle varietà ottenute con questo metodo. Oggi nei laboratori vengono portate avanti tantissime sperimentazioni e queste tecniche sono importanti anche per lo studio dei comportamenti dei geni. L'Ogm non è accettato dall'opinione pubblica e si pensava che con il genome editing, che mima quello che avviene tutti i giorni in natura, potesse lasciarsi alle spalle questa storia. Così non è stato, adesso vediamo cosa accadrà, la ricerca però non si ferma, forse potrebbe rallentarsi.

 

E cosa accadrà ora agli studi portati avanti dalla Fem?

A San Michele, come in altri centri di ricerca, il genoma editing si usa per produrre nuove conoscenze. Noi cerchiamo di usare queste nuove tecniche con progetti dedicati allo sviluppo di piante, come la vite e il melo, con caratteristiche migliorate per la resistenza ai patogeni. Progetti questi che avevano l'intenzione di arrivare prima o poi sul mercato. Ora c'è sicuramente un danno verso chi voleva investire in questa direzione. La ricerca in senso generale non corre alcun rischio ma quella applicata che come obiettivo ha la produzione di nuove varietà di piante resistenti, rischia di non avere finanziamenti. Sbocchi si potrebbero trovare in America dove le applicazioni sono possibili e non ci sono blocchi normativi.

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