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Prodotti contraffatti venduti via internet, la Guardia di Finanza di Trento arresta 11 persone, decine di perquisizioni in tutta Italia

Le indagini sono iniziate nell'aprile del 2018 a seguito di un monitoraggio della rete internet per il contrasto del commercio online di prodotti contraffatti.  Il colonnello Roberto Ribaudo: "Chi acquista prodotti fuori dai canali commerciali autorizzati deve sapere di rischiare anche gravi conseguenze per la salute perché la filiera della produzione non è tracciata"

Di Giuseppe Fin - 22 November 2018 - 13:07

TRENTO. Borse, accessori e altro abbigliamento del valore che poteva arrivare anche ai 2 mila euro ma che contraffatto veniva rivenduto in internet a 45 – 64 euro. E' una vera e propria filiera del commercio illegale online quella che la guardia di finanza di Trento, guidata dal comandante provinciale, il colonnello Roberto Ribaudo, è riuscita a smantellare.


Un'operazione che ha visto coinvolte dieci regioni italiane e sul campo un centinaio di uomini delle fiamme gialle che hanno eseguito arresti e perquisizioni. Con l'esecuzione di undici misure di custodia cautelare, sei in carcere e cinque ai domiciliari, emesse dal Gip del Tribunale di Rovereto.

 

A finire nei guai per ricettazione anche una trentina di acquirenti consapevoli di acquistare prodotti contraffatti. Tra questi anche una donna veneta che alla presentazione del verbale da parte della fiamme gialle si è dichiarata appartenente alla “Repubblica di San Marco” e quindi di non riconoscere il corpo della guardia di finanza richiamando poi anche la Dichiarazione dei diritti universali dell'uomo.

 

L'operazione è nata dall'attenzione operativa che la guardia di finanza ha per il mondo del commercio online. Nell'aprile del 2018, nel solco di altre importanti operazioni investigative svolte in passato, tra le quali l'operazione “Afrondite” condotta assieme all'Europol, è stata individuata una donna di 51 anni, residente ad Arco ma di origine sarde, che attraverso il proprio profilo Facebook, inizialmente aperto, usando la piattaforma di Market place dedicata agli scambi online tra privati, vendeva e si faceva da tramite per la vendita di prodotti contraffatti.

 

La donna aveva rapporti non solo nei confronti di privati cittadini dei quali gestiva indirizzi e i pagamenti avvenuti tramite postepay, ma aveva affari anche con soggetti terzi che poi rivendevano la merce con marchi contraffatti nel mercato parallelo. Poteva arrivare ad guadagno mensile netto di tali traffici le fruttava più di 2 mila euro al mese.

 

Da qui la guardia di finanza è riuscita tramite le indagini, pedinamenti e intercettazioni telefoniche e ambientali, a ricostruire l'intera filiera e a risalire ad altri soggetti e a tre fabbriche clandestine. 

 

La metodologia criminale di introduzione e produzione dei marchi contraffatti era duplice. C'erano le importazioni da Paesi quali Turchia, Cina e Vietnam. Prodotti sottratti dai magazzini e che venivano quindi importanti senza che le case madri ne avessero l'accortezza.

 

Vi era poi una organizzazione criminale sul territorio del comune di Napoli che si occupava di trasferire questi prodotti attraverso viaggi via terra oppure via posta. Nel napoletano i prodotti venivano stoccati in alcuni magazzini. Questi si trovavano accanto, però, a tre fabbriche clandestine, due a Napoli e una in provincia, dove venivano lavorati dei prodotti contraffatti.

 

Nelle operazioni era coinvolta una vera e propria organizzazione familiare, composta da sei persone dai 27 ai 53 anni, che era in grado di produrre e commercializzare borse di ogni tipo delle più svariate “griffe” di alta moda, acquistando le materie prime, organizzando i turni di lavoro e operando in proprio anche a casa: il gruppo criminale operava a Napoli, dove disponeva di vari appartamenti e locali, usati per la fabbricazione, deposito e vendita della merce contraffatta, la cui produzione arrivava a 160 “pezzi” al giorno.

 

Una volta che venivano raccolti gli ordinativi tramite internet, venivano spediti direttamente agli “venditori finali” che poi li consegnavano al cliente tramite posta. In alcuni casi venivano rimessi anche sul mercato nero.

 

Qui il pdf dell'operazione

 

La rete di acquirenti, sia privati che commercianti al dettaglio, copriva l’intero territorio nazionale: le perquisizioni hanno interessato dieci Regioni d’Italia, in particolare – oltre a quella di Trento - le province di Milano, Bergamo, Cremona, Venezia, Vicenza, Trieste, Pordenone, Firenze, Roma, Viterbo, Napoli, Caserta, Taranto, Catanzaro, Cosenza, Vibo Valentia e Siracusa.

 

In esecuzione del decreto di sequestro preventivo del Gip di Rovereto, sono state sequestrate migliaia di euro, sia in contanti sia su conti bancari e carte ricaricabili, corrispondenti ai guadagni ottenuti dal gruppo criminale che saranno segnalati al Fisco in base alle norme sulla tassazione dei proventi illeciti; tutti coloro che hanno acquistato merci contraffatte, una quarantina di soggetti in tutto, sono stati identificati e denunciati per ricettazione.

 

Nel corso delle quaranta perquisizioni sono stati sequestrati circa diecimila tra capi di abbigliamento (giubbotti, felpe, magliette e maglioni), accessori (scarpe, cinture, borse e borsette) e marchi quali “Moncler”, “Armani”, “Prada”, “Napapijri”, “Woolrich”, “Gucci”, “Fendi”, “Burberry”, “Timberland”, “Dolce &Gabbana”, “Versace”, “Moschino”, “Adidas”, “Luis Vuitton”, Liu Jo”, “Puma”, “Nike” e altri; sono anche stati sequestrati cinque finti “Rolex” di buona fattura, penne e bracciali contraffatti.

 

Al termine delle operazioni sono state smantellate tre fabbriche clandestine, due a Napoli e una a Volla (Napoli), dove sono stati sequestrati sei macchinari e attrezzature, tessili rotoli di pellame serigrafato, punzoni metallici e due cliché (Armani e Louis Vuitton), oltre a ventuno cellulari, due computer portatili e sette carte prepagate su cui far transitare il denaro.

 

Da parte del comandante provinciale della guardia di finanza di Trento, Roberto Ribaudo anche un invito alla cittadinanza ad una maggiore attenzione. "Chi acquista prodotti al di fuori dei canali commerciali autorizzati - ha affermato - deve sapere di rischiare anche gravi conseguenze per la salute perché la filiera della produzione non è tracciata". 

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