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Strage di pecore in Val di Borzago: alla base potrebbe esserci un sistema che specula sui contributi europei. Indagini in corso e l'Enpa si costituisce parte civile

Dopo i fatti di luglio e agosto, con il ritrovamento di 47 e 180 capi morti, la Procura di Trento si prepara ad aprire un processo per indagare su diversi possibili illeciti. La determinazione della causa di morte, riportata dal referto dell'Istituto zooprofilattico, rischia di aprire un "vaso di Pandora" sul sistema dei titoli per ettaro erogati dall'Unione Europea

Di Davide Leveghi - 19 settembre 2019 - 06:01

TRENTO. Era nell'aria, dopo che alle 47 pecore ritrovate morte in Val di Borzago alla fine di luglio (qui l'articolo) si erano sommate 180 carcasse recuperate nella stessa valle, un mese dopo, dal corpo forestale di Spiazzo Rendena (qui l'articolo). Alla fine un fascicolo è stato aperto dalla Procura di Trento per indagare sulle cause dei numerosi decessi, mentre l'Enpa, l'Ente nazionale protezione animali, annuncia già che si costituirà parte civile.

 

Alla base delle morti sospette potrebbero esserci degli illeciti. Le pecore, trasportate dalla provincia di Modena lo scorso 6 luglio con la formula del “prestito”, meccanismo che si applica per mantenere i contributi assegnati dalla Pac europea e dal Piano di sviluppo rurale provinciale, hanno manifestato sin dal primo momento alcune criticità.

 

Magri e deperiti, come testimoniato dall'ispettore della Stazione forestale di Spiazzo e da diversi testimoni, i capi ovini, componenti un gregge di circa 600 unità, sarebbero giunti in Val di Borzago dopo un trasporto in camion dall'Emilia. Lasciate sui pascoli della valle, avrebbero manifestato problematicità esplose coi fatti accaduti nella notte tra il 25 e il 26 luglio e il 22 agosto, a seguito di cui i veterinari dell'Asl hanno emesso un'ordinanza che vieta l'alpeggio di nuovi capi nella zona, almeno fino al chiarimento della cause di morte.

 

I decessi si spiegherebbero probabilmente non con un agente patogeno specifico ma a causa degli acciacchi di un gregge disabituato al clima alpino e per questo più sensibile alle condizioni ambientali di montagna. Come acclarato da più parti, infatti, questi animali provenivano da fuori regione e versavano già in condizioni critiche all'arrivo in Val di Borzago. Pecore da latte, e non da carne come quelle trentine, che vecchie e defedate – gravemente deperite - sarebbero state più disposte a soffrire gli effetti degli sbalzi di temperatura e l'attacco dei simulidi, moscerini che si nutrono di sieri cutanei e che trovano in questi tipi di pecora più superfici glabre dove mordere.

 

Da Spiazzo fanno sapere che a breve verrà diramato un comunicato stampa, previa autorizzazione della Procura, dopo che l'ispettore della Sezione forestale Bruno Todeschini aveva raccolto materiale per l'indagine, mentre oggi venivano conclusi dall'Istituto zooprofilattico sperimentale delle Venezie gli atti irripetibili.

 

Sotto la lente della Procura, inoltre, potrebbe entrare un sistema, al limite delle speculatorio, già da tempo in vigore sui pascoli trentini: quello dei contributi europei per ettaro, che attira da fuori regione allevatori e proprietari di capi di bestiame per farli pascolare sugli alpeggi provinciali. Definiti da una programmazione settennale in sede europea (2014-2020), i titoli per ettaro, acquisiti da chi già li possiede e non li utilizza o mediante bandi pubblici, fruttano mediamente a chi li compra (entro il prossimo anno), in un sistema nato per integrare economicamente la propria attività, ma proprio perché senza limiti cumulativi passibile di distorsioni lucrative, 180 euro in Trentino e 270 euro nel resto d'Italia – con una forbice divenuta più stretta rispetto al settennio precedente (2007-2013), in cui si davano mediamente 80 euro in Trentino, 350 a livello nazionale.

 

Per esercitare l'attività per cui i terreni sono adibiti, su cui vigilano la forestale e gli ispettori nazionali, non è per forza necessario utilizzare bestiame proprio, ma ci si può avvalere di greggi terzi, pascolate durante la stagione da pastori che spesso sono giovani o stranieri inesperti e sottopagati. Un sistema dove è facile, vista la scarsità di controlli nel corso dei trasporti – molto spesso lunghi centinaia di chilometri - mettere sui pascoli pecore non abituate al clima alpino, vecchie e alla fine della “propria carriera” - quindi in attesa di essere macellate – e prive della profilassi a cui sono sottoposti rigorosamente i capi trentini.

 

Un sistema in cui, pertanto, l'inadeguatezza degli animali finisce per creare situazioni che possono portare alla loro morte, per l'imperizia dei pastori, per condizioni climatiche avverse e improvvise, per uno stato di deperimento già previo all'arrivo sui pascoli.

 

Ad avanzare questa ipotesi, su cui la Procura appunto verificherà, è la stessa Enpa, che per volontà della presidente nazionale Carla Rocchi ha deciso di costituire l'associazione come parte civile nel processo, ventilando l'ipotesi di diversi reati tra cui maltrattamento di animali. Una situazione che dopo Vaia, a giudizio degli animalisti, potrebbe aggravarsi in virtù della direttrice volta a sfruttare i terreni svuotati dalla caduta degli alberi per adibirli a pascoli.

 

Una circostanza che gli allevatori, invece, considerano positiva, laddove lo sfruttamento proveniente da fuori venisse finalmente limitato dall'intervento pubblico.

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