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Un'ora sotto la valanga, Giovannini: ''Ho visto la parete fratturarsi e poi è venuta giù. Mi sono sentito come Ötzi ma non ho mai mollato''

Un fronte valanghivo vastissimo di oltre 50 metri e una lunghezza di 600 metri circa in val d'Ultimo. Il noto alpinista ricorda quei momenti fino all'arrivo dei soccorritori: "Ho iniziato a sentire i brividi per il freddo, così come delle raffiche di vento fortissime: temevo altre valanghe fino a quando ho sentito le voci e ho visto il muso del cane. Grazie ai soccorritori"

Da sinistra Fulvio Giovannini e Maurizio Belli
Di Luca Andreazza - 15 dicembre 2019 - 19:50

TRENTO. "Ho visto una frattura di una decina di metri aprirsi e il distacco della valanga: enorme. Ho provato a scappare ma è stato tutto troppo veloce". Così Fulvio Giovannini rivive quell'ora trascorsa sotto la neve in val d'Ultimo quando sabato 14 dicembre la massa si è staccata tra l'Orecchio di Lepre e il passo Film a quota 2.800 metri circa, che aggiunge: "Poi mi sono fermato, coperto di neve e vedevo un bagliore: ho cercato di restare calmo e speravo che qualcuno venisse a tirarmi fuori, anche se mi sono sentito come Ötzi".

 

Un fronte valanghivo vastissimo di oltre 50 metri e una lunghezza di 600 metri circa. "Mi è sembrato di essere sulle montagne russe. All'inizio 'galleggiavo' - prosegue l'alpinista - quindi ho iniziato a entrare e uscire dalla neve: vedevo questi lastroni di ghiaccio e neve intorno fino a quando non mi sono fermato a pancia in giù nella coltre. Mi sento un miracolato e ringrazio i soccorritori, grandissimi professionisti, una macchina davvero al top. I miei compagni di escursione sono stati accolti e aiutati alla caserma dei vigili del fuoco nelle ore successive alla valanga. Saremo sempre grati nei loro confronti".

 

Un'ora nella neve e la speranza, ovviamente, di vedere arrivare i soccorritori. "Ho cercato di restare calmo e pensare in modo positivo. Vedevo un bagliore e questo mi ha aiutato - continua Giovannini - poi ho provato a muovermi per cercare di liberarmi ma ero come cementato nella neve, se non altro avevo capito di essere tutto interno. Inoltre riuscivo a respirare abbastanza bene. Lì mi sono definitivamente tranquillizzato e non ho mai mollato. Il primo pensiero è andato ai miei compagni, speravo stessero bene. Speravo anche che gli escursionisti sul fronte opposto della montagna avessero visto la valanga e avessero chiamato i soccorsi".

 

Fortunatamente, invece, sono stati gli stessi compagni di gita a lanciare l'allarme, incolumi e sfiorati dall'enorme valanga. A quel punto è entrata in azione la macchina dei soccorsi. Un dispiegamento di forze importante tra il pelikan e l'elicottero dell'Aiut alpin Dolomites con a bordo l'unità cinofila della stazione del Soccorso alpino della guardia di finanza di Tione

 

L'operazione è stata resa ulteriormente complicata dal vento in quota e un intoppo, la tecnologia che non ha funzionato a dovere. "Avevo con me l'artva - evidenzia Giovannini - ma per qualche motivo ha segnalato la mia presenza molto più a monte rispetto alla mia reale posizione: stiamo cercando di capire le motivazioni di questo errore. I miei compagni hanno, infatti, iniziato a scavare per provare a cercarmi, senza però trovare nulla in quanto ero diversi metri più a valle".

 

La svolta quando è stato notato sbucare uno sci dalla slavina. "A un certo punto - ricorda Giovannini - ho iniziato a sentire i brividi per il freddo, così come delle raffiche di vento fortissime: temevo altre valanghe, mi è venuto in mente Ötzi e il suo destino. Un po' per sdrammatizzare mi sono identificato nell'uomo del Similaun, ma è un pensiero che ho scacciato via altrettanto rapidamente perché non volevo assolutamente fare quella fine. Poi ho iniziato a sentire le rotazioni dell'elicottero, le voci avvicinarsi e poi il cane. Una grande gioia".

 

Tantissima paura, ma Giovannini è stato estratto praticamente illeso, anche se in stato di ipotermia, quindi il trasporto all'ospedale di Merano, da dove è stato dimesso già ieri sera dopo accertamenti e approfondimenti del caso. "I soccorritori - spiega Giovannini - mi hanno detto che in quella zona non ricordano una valanga di quelle dimensioni. Oltretutto aveva nevicato pochissimo, appena 3 centimetri e quindi il distacco è stato inaspettato per certi versi". 

 

Quella che sarebbe dovuta essere una gita tranquilla si sarebbe potuta trasformare in tragedia. "Si cerca di prevedere tutto - dice l'alpinista - ma non sempre questo è possibile. Anche per questo avevamo lasciato detto itinerario e destinazione. La mia ragazza è stata bravissima a mantenere la calma e restare tranquilla e fiduciosa, nonostante la notizia che fossi stato travolto".

 

L'alpinista è noto, infatti, per le imprese, anche estreme, reduce dall'esperienza in Alaska con Maurizio Belli per una traversata di quasi mille chilometri conclusa a primavera (Qui articolo). "Sono 30 anni che pratico scialpinismo e che frequento la montagna. In base alle informazioni, alla preparazione e alla nostra esperienza non ci sarebbero dovuti essere pericoli - conclude Giovannini - ma nella natura non si è mai al sicuro. Questa valanga si è staccata a causa dei cumuli di neve e si può vedere, ma il sovraccarico era davvero ampio per essere identificato subito: quasi tutta la parete è venuta giù e il fronte era molto duro e pieno di lastre. Sono stato davvero fortunato".

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