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| 19 ott 2021 | 11:43

Femminicidio Perraro: per i giudici Manfrini ha agito con "crudeltà", infliggendo sofferenze "diverse e ulteriori" da quelle necessarie ad uccidere la moglie

I giudici della Corte d'Assise di Trento hanno depositato la sentenza con la quale Marco Manfrini è stato condannato all'ergastolo (con un anno di isolamento) per l'omicidio della moglie Eleonora Perraro al bar Sesto Grado

Femminicidio Perraro: per i giudici Manfrini ha agito con "crudeltà"

ROVERETO. Era il 6 luglio scorso quando, alla Corte d'Assise di Trento, Marco Manfrini è stato condannato all'ergastolo per il brutale omicidio della moglie Eleonora Perraro (Qui Articolo), avvenuto nella notte tra il 4 e il 5 settembre 2019 al bar Sesto Grado: i giudici ora hanno depositato la sentenza di condanna, confermando l'efferatezza del crimine per il quale il roveretano dovrà scontare la pena massima. A prescindere dai motivi che hanno scatenato la brutalità di Manfrini la notte dell'omicidio, scrivono i giudici: “Il delitto si è inserito, con triste linearità, nel quadro di un rapporto improntato all'abuso ed ha costituito il culmine di una escalation di violenza di cui la Perraro fu vittima”.

 

Considerazioni che i giudici hanno messo nero su bianco dopo aver rigettato tutte le ipotesi avanzate a più riprese dall'impianto difensivo costruito dall'avvocata Elena Cainelli che, sostenendo l'innocenza di Manfrini, ha prima tirato in ballo la presenza di un fantomatico terzo uomo e poi la presunta colpevolezza di Achille, il cane della coppia, all'epoca dell'omicidio un cucciolo di Labrador di soli 10 mesi. Ad aggravare la posizione di Manfrini anche lo stato di grave alterazione alcolica della moglie, che avrebbe ostacolato “la possibilità di contrastare l'aggressione”.

 

Per la Corte insomma non ci sono dubbi: ad uccidere Eleonora Perraro è stato il marito, e l'efferatezza del crimine (secondo i giudici il roveretano ha avuto l'intenzione di “arrecare ad Eleonora sofferenze ulteriori e diverse da quelle necessarie per causarne la morte”) ha causato nella vittima “un livello di dolore esorbitante rispetto a quello implicito al fine di commettere l'omicidio”, testimoniando in pratica la “crudeltà” dell'azione e la “capacità delinquenziale” di Manfrini. A prescindere quindi dalla mancanza di una confessione (Manfrini si è sempre dichiarato innocente dicendo di “non ricordare” cosa sia successo quella notte) va ricordato, continuano i giudici, che la vittima è stata ritrovata “con il reggiseno alzato” a scoprire entrambi i seni (seppur al di sotto della maglietta) e la biancheria intima indossata al contrario.

 

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