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Morto tra gli schianti di Vaia, ''condannato il titolare della ditta''. Giesse: ''Il corpo del povero Vitali preso come un sacco di immondizia e barbaramente allontanato''

La Giesse Risarcimento Danni, gruppo specializzato in casi di infortuni sul lavoro mortali, ha assistito la sorella di Vitali Mardari in un processo lungo e complicato. Da quanto ricostruito il giovane sarebbe stato colpito da una corda metallica che stavano tirando con un escavatore e che lo ha scagliato a 20 metri di distanza. Poi il titolare con altri due lavoratori in nero ha spostato il corpo di Vitali sul ciglio della strada per dare una diversa ricostruzione dei fatti

Pubblicato il - 27 ottobre 2021 - 13:35

SAGRON MIS. ''Il gruppo dei quattro si mise al lavoro, apprestandosi a tirare un lungo cavo d’acciaio che avrebbe dovuto fungere da teleferica per il trasporto del legname. All’improvviso, però, a causa di un errato calcolo delle forze necessarie per l’attività e a causa dell’utilizzo di un mezzo non idoneo, un escavatore, per tendere la corda metallica, la stessa si spezzò, colpendo violentemente Mardari che finì catapultato a una ventina di metri di distanza''. Questo comunica la Giesse Risarcimento Danni, gruppo specializzato in casi di infortuni sul lavoro mortali, che ha assistito la sorella della vittima nel processo sulla morte di Vitali Mardari. 

 

La vicenda era una di quelle che aveva sconvolto l'opinione pubblica. Un tragico incidente sul lavoro con però, all'interno, contorni opachi legati al lavoro nero, addirittura con il corpo del giovane spostato dal luogo dell'incidente per occultare l'accaduto. 

 

Vitali, 28enne moldavo e residente nel bellunese, era stato trovato due anni anni fa, il 19 novembre 2019, senza vita nei boschi di Sagron Mis. La procura di Trento aveva chiesto il rinvio a giudizio del titolare della ditta. che il Tribunale di Trento ha condannato, secondo quanto riferisce Giesse, a 4 anni e 5 mesi di reclusione ''uniti tutti i reati sotto il vincolo della continuazione e senza concessione delle attenuanti generiche''. La sorella della vittima si sarebbe lasciata andare a un lungo pianto liberatorio, al termine di un lungo processo nel quale, purtroppo, ha dovuto rivivere svariate volte il dolore di quel tragico giorno.

 

Ed ecco la ricostruzione di quanto avvenne ad opera della Giesse Risarcimento Danni: 

 

''Erano trascorse poche settimane dal disastro di Vaia quando Vitali Mardari, tramite comuni conoscenti, si accordò con (il titolare di una ditta ndr) per aiutarlo in alcuni lavoretti nei boschi di Val delle Moneghe, nel territorio comunale di Sagron Mis. Senza un regolare contratto, con loro erano presenti altri due lavoratori, anch’essi “in nero”. Il gruppo dei quattro si mise prontamente al lavoro, apprestandosi a tirare un lungo cavo d’acciaio che avrebbe dovuto fungere da teleferica per il trasporto del legname.

 

All’improvviso, però, a causa di un errato calcolo delle forze necessarie per l’attività e a causa dell’utilizzo di un mezzo non idoneo (un escavatore) per tendere la corda metallica, la stessa si spezzò, colpendo violentemente Mardari che finì catapultato a una ventina di metri di distanza. Il titolare, invece che prestare immediato soccorso all’infortunato, con l’aiuto degli altri due uomini trasportò il corpo di Mardari vicino al ciglio della strada, coprendolo anche con dei pezzi di legna, e solo poi avvisò i soccorsi affermando di aver ritrovato il ferito per caso mentre si trovava da solo nei pressi del suo cantiere (gli altri due lavoratori, nel frattempo, si erano prontamente allontanati).

 

Immediati ma vani i soccorsi, coi medici che però subito ipotizzarono un’incongruenza tra le ferite riportate e il luogo del ritrovamento. Le indagini delle forze dell’ordine e del pubblico ministero Giovanni Benelli, unitamente alle testimonianze dei presenti e dei parenti che hanno consentito di ricostruire quanto successo prima, durante e dopo l’incidente, hanno permesso di fare piena luce sulla dinamica dei fatti. E’ emerso così che i tre lavoratori che con il titolare si trovavano nei boschi di Val delle Moneghe erano tutti senza regolare contratto, privi di formazione specifica e di dispositivi di protezione individuale. Non erano quindi impiegabili in lavori ad alto rischio come quelli boschivi, essendo esposti così al gravissimo pericolo poi verificatosi.

 

Da qui la decisione del giudice del Tribunale di Trento, che proprio a fronte dell’agghiacciante ricostruzione di tutto quanto accaduto, non ha voluto concedere all’imputato neppure una sola attenuante. Il titolare è stato altresì dichiarato interdetto dai pubblici uffici per 5 anni e condannato ad una provvisionale immediatamente esecutiva di 110.000 euro, oltre alle spese di costituzione ad assistenza liquidate in euro 8.000 più accessori''.

 

“Si tratta di un caso gravissimo – evidenzia Maurizio Cibien, responsabile della sede Giesse di Trento - accaduto nella più totale noncuranza di qualsiasi norma di sicurezza sul lavoro. A ciò si aggiunge quanto successo immediatamente dopo l’incidente, con il corpo del povero Vitali preso come un sacco di immondizia e barbaramente allontanato, fatto che ha contribuito a far sprofondare la famiglia in un dolore ancor più grande”.

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