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Belluno
16 settembre | 17:01

Mardari era morto nei boschi del Primiero colpito dalla teleferica, lavorava in nero e il corpo era stato spostato. La Corte d'appello conferma la condanna al titolare della ditta

La Corte d’appello di Trento ha confermato la condanna a 4 anni e 5 mesi di reclusione emessa, in primo grado, dal Tribunale di Trento nei confronti del titolare dell'impresa boschiva. La sorella di Vitali Mardari: "Giustizia è stata fatta"

di Redazione

BELLUNO. "Giustizia è stata fatta". Questo il commento di Ludmila, la sorella di Vitali Mardari, l'operaio morto colpito da una teleferica nei boschi del Primiero nel corso di alcuni lavori di esbosco a seguito della tempesta Vaia. Le indagini delle forze dell'ordine avevano stabilito che il corpo era stato poi spostato dal luogo dell'incidente (Qui articolo). 

 

"Un simile comportamento - spiega Ludmila - doveva portare proprio a questo, era quanto auspicavamo e per questo ringraziamo i giudici che, per due volte, si sono espressi in questo senso. Nessuno ci riporterà mai Vitali, che manca nelle nostre vite ogni singolo minuto di qualsiasi giornata, ma sapere che chi lo ha trattato in quel modo ora pagherà, con tutta probabilità, con il carcere, ci dà, quanto meno, un doveroso senso di giustizia".

 

La sorella della vittima, assistita da Giesse Risarcimento Danni, gruppo specializzato in casi di infortuni sul lavoro mortali, si è lasciata andare a un pianto liberatorio, al termine di un lungo processo nel quale, purtroppo, ha dovuto rivivere svariate volte il dolore di quel tragico giorno.

 

La Corte d’appello di Trento, uniti tutti i reati sotto il vincolo della continuazione e senza concessione delle attenuanti generiche, ha confermato la condanna a 4 anni e 5 mesi di reclusione emessa, in primo grado, dal Tribunale di Trento nei confronti del titolare dell'impresa boschiva: il 45enne residente nel bellunese, unico imputato nel caso giudiziario riguardante la tragica morte di Vitali Mardari, 28enne di origine moldava, avvenuta il 19 novembre 2018.

 

Erano trascorse poche settimane dal disastro causato dalla tempesta Vaia quando Vitali Mardari, tramite comuni conoscenti, si accordò con il 45enne per aiutarlo in alcuni lavoretti nei boschi di Val delle Moneghe, area nel territorio comunale di Sagron Mis.

 

A seguito delle indagini è emerso che Mardari era stato ingaggiato senza un regolare contratto, presenti anche altri due lavoratori, sempre "in nero". I quattro operai si sono subito messi a lavorare e stavano tirando un lungo cavo d'acciaio che avrebbe dovuto funzionare da teleferica per il trasporto del legname.

 

"All’improvviso - spiegano i tecnici di Giesse Risarcimento Danni - a causa di un errato calcolo delle forze necessarie per l’attività, anche a causa dell’utilizzo di un mezzo non idoneo (un escavatore) per tendere la corda metallica,  la stessa si è spezzata, colpendo violentemente Mardari che finì catapultato a una ventina di metri di distanza".

 

Invece di prestare immediato soccorso all'infortunato, il 45enne, con l’aiuto degli altri due operai, trasportò il corpo di Mardari vicino al ciglio della strada, coprendolo anche con dei pezzi di legna. Solo successivamente avvisò i soccorsi affermando di aver ritrovato il ferito per caso mentre si trovava nelle vicinanze del suo cantiere. Gli altri due lavoratori, nel frattempo, si erano allontanati.

 

Immediati ma vani i soccorsi, coi medici che però subito ipotizzarono un’incongruenza tra le ferite riportate e il luogo del ritrovamento. Le indagini delle forze dell’ordine e del pubblico ministero Giovanni Benelli, unitamente alle testimonianze dei presenti e dei parenti su quanto successo prima, durante e dopo l’incidente, hanno consentito di fare piena luce sulla dinamica dei fatti.

 

E' emerso che i tre lavoratori che si trovavano nei boschi di Val delle Moneghe con il titolare della ditta erano tutti senza regolare contratto, privi di formazione specifica e di dispositivi di protezione individuale, sottolineano i tecnici di Giesse Risarcimento Danni. "Non erano quindi impiegabili in lavori ad alto rischio come quelli boschivi, essendo esposti al gravissimo pericolo nei fatti poi verificatosi".

 

Da qui la decisione del giudice del Tribunale di Trento che, proprio a fronte della ricostruzione di quanto accaduto, non aveva concesso all’imputato neppure un’attenuante. Il 45enne era stato dichiarato interdetto dai pubblici uffici per 5 anni e condannato a una provvisionale, immediatamente esecutiva, di 110 mila euro, oltre alle spese di costituzione ad assistenza liquidate in 8 mila euro più accessori.

 

Poco fa la Corte d’Appello di Trento, dove i legali del datore di lavoro avevano presentato appello, ha confermato in toto la dura condanna comminata in primo grado. "A questo punto – commenta Maurizio Cibien, responsabile della sede Giesse di Trento – per il datore di lavoro del povero Vitali si dovrebbero spalancare le porte del carcere. Siamo infatti convinti che, se anche la difesa dovesse tentare un ricorso in Cassazione, non cambieranno le sorti giudiziarie nei confronti del 45enne; i primi due gradi di giudizio sono stati estremamente chiari in questo senso: chi ha barbaramente nascosto Vitali come un sacco di immondizia pagherà presto con la reclusione".

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