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Pagati 5 euro per raccogliere la frutta e discriminati, al Nord tra caporalato e ''cooperative senza terra''. Sagnet: ''Il lavoro grigio una piaga di cui si parla poco''

Yvan Sagnet è fondatore del movimento 'No Cap' ma anche leader del primo sciopero dei braccianti stranieri in Italia durato circa un mese nell'estate del 2011 nelle campagne di Nardò. "Oggi il problema è il modo di fare impresa che si è diffuso in Italia, quello di lavorare con l'obiettivo di abbattere i costi andando ad incidere sui diritti contrattuali dei lavoratori"

Di Giuseppe Fin - 07 October 2021 - 20:53

TRENTO. “Parliamo di sfruttamento, di caporalato e per qualcuno sono fenomeni che troviamo solo al Sud. Ma non è così, anche il grande Nord deve aprire gli occhi”. Yvan Sagnet, 36 anni, è un attivista e scrittore camerunese famoso per il suo impegno nel campo dei diritti.

 

Conosce bene il fenomeno raccontato da Peter, il 34enne nigeriano che a ilDolomiti (QUI L'ARTICOLO) ha raccontato la propria esperienza nella raccolta della frutta dove, “a causa del colore della pelle” viene pagato meno degli altri. Una situazione registrata anche in Lombardia e in Piemonte.

 

“La discriminazione legata al colore della pelle è un problema strutturale legato al modo di fare impresa” ci dice Yvan Sagnet fondatore del movimento 'No Cap' (QUI IL LINK) ma anche leader del primo sciopero dei braccianti stranieri in Italia durato circa un mese nell'estate del 2011 nelle campagne di Nardò. Un momento simbolico che ha portato ad una svolta decisiva nella storia della lotta al caporalato.

 

Sagnet, in Trentino abbiamo raccolto la testimonianza di come nella raccolta della frutta vi sia una sorta di corsa al ribasso e il colore della pelle fa, purtroppo, la differenza: i neri hanno una paga inferiore rispetto ai bianchi. Cosa sta accadendo?

Lo sfruttamento in Italia è un tema complesso e un problema diffuso. La gente pensa che solo nel Mezzogiorno ci siano situazioni gravi come il caporalato o lo schiavismo. Ma si sbaglia a pensarlo perché anche il Nord non è immune. Lo sfruttamento ha diverse sfaccettature, chi lo fa tramite il caporalato, chi lo fa con il lavoro nero, ma la parte preponderante, maggioritaria è quella del lavoro grigio.

E' chiaro che poi si potrebbero aggiungere anche questioni di discriminazione razziale. Ma è un problema strutturale che va al di là del colore della pelle. Il nocciolo della questione è il modo di fare impresa, quello di lavorare con l'obiettivo di abbattere i costi, abbassandoli, andando ad incidere sui diritti contrattuali dei lavoratori. Questo avviene nel Trentino ma anche in Piemonte, a Saluzzo nella raccolta della frutta e della verdura, ma anche in Franciacorta in Lombardia o in Veneto. Quello del lavoro grigio è un tema da affrontare e la sfida è quella di scardinarlo.

 

Ma quando parliamo di “lavoro grigio” cosa vogliamo dire?

E' un aspetto del lavoro irregolare che si colloca in mezzo tra il lavoro nero e il lavoro normale. Un aspetto difficile da intercettare perché subdolo e nascosto. Un esempio lo possiamo trovare sugli orari di lavoro. I contratti collettivi parlano di sei ore e mezza di lavoro per una giornata in agricoltura. L'azienda ha diritto di chiedere due o tre ore straordinarie ma alla fine i lavoratori arrivano a farne in totale anche il doppio. Questa è una violazione che di frequente si trova come quella del pagamento dello straordinario che dovrebbe essere maggiore rispetto all'orario ordinario ma non è così. Ma parliamo anche di sotto-salario. Se la legge prevede 7 euro all'ora, i lavoratori vengono pagati cinque, quattro o anche tre euro all'ora. Hanno spesso tutti il contratto e se arrivano gli ispettori lo richiedono ma non vanno oltre. Non sanno che alla fine del mese i lavoratori verranno pagati al di sotto di quello che gli spetta. Sono fenomeni difficili sa intercettare ed oggi il lavoro grigio colpisce 2 lavoratori su 3.

 

L'arrivo della pandemia ha peggiorato questa situazione in agricoltura?

Non abbiamo aspettato la pandemia per parlare di sfruttamento. Esisteva anche prima e la situazione nell'ultimo anno è continuata, è aumentata la difficoltà nell'organizzazione della manodopera ma la situazione dei lavoratori non è cambiata.

La pandemia ha posto un problema. La regolarizzazione della manodopera. Nei mesi scorsi abbiamo assistito ad un problema legato al fatto che molti lavoratori provenienti dall'Est e usati dalle aziende agricole italiane per la raccolta della frutta non potevano arrivare per via delle misure europee anti-Covid19. In Italia, per risolvere questa carenza, aziende e Governo hanno pensato di regolarizzare i lavorati extra comunitari spesso vittime del lavoro in nero e della legge Bossi-Fini che consente un ricatto senza precedenti. Si è cercato di far emergere questo nero. L'ex ministra Bellanova ha lanciato una sorta di sanatoria che si è però rivelata un flop per le condizioni inaccessibili a cui si sono trovate davanti diverse aziende e molti lavoratori, una tale burocrazia che non ha permesso di raggiungere il risultato auspicato per regolarizzare.

 

E i controlli che avvengono nelle aziende agricole? Cosa serve in più per contrare il fenomeno dello sfruttamento o del lavoro grigio?

Il tema dello sfruttamento in agricoltura è complesso. Ci sono diversi livelli e ognuno dovrebbe fare la propria parte. Le associazioni di categoria dovrebbero pretendere dai propri iscritti il rispetto dei diritti dei loro lavoratori. Anche lo Stato può fare la sua parte. C'è la necessità di arrivare ad una riforma dell'Ispettorato del lavoro.

Occorre poi rivedere il metodo di controllo. Gli ispettori non possono limitarsi a guardare i contratti e le busta paga ma servono più approfondimenti, serve analizzare l'inquadramento dei lavoratori, gli orari fatti e se questi sono rispettati.

 

I centri per l'impiego non stanno funzionando?

Non abbastanza, andrebbero riformati. Oggi purtroppo abbiamo il caporalato che è diventato un centro per l'impiego illegale a cui si rivolgono diverse aziende. Al Nord abbiamo le cosiddette cooperative “scure” o “senza terra”. Queste cooperative sono spesso guidate da persone dall'Est, fanno arrivare dei propri connazionali e li sfruttano allo stesso modo usato dai caporali. Sono sistemi che si sono diffusi molto al Nord e che hanno fatto nascere una sorta di caporalato legalizzato.

La cooperativa viene aperta alcuni mesi, magari tre per la raccolta delle mele, e durante questo periodo forniscono gli “schiavi” alle aziende, non pagano tfr, non riconoscono nulla al lavoratore. I centri di impiego negli ultimi anni sono stati smantellati dalla globalizzazione e serve una riflessione su questo punto. L'illegalità diventa legale perché vige in alcuni settore la cultura dell'impunità.

 

Lei ha fondato un'associazione, un movimento, per contrastare il “caporalato” in agricoltura e per favorire la diffusione del rispetto dei diritti umani, sociali, e dell’ambiente. Si Chiama 'Nocap” ed oggi sta anche lottando contro le grandi catene.

Io sono stato un bracciante, sono stato sfruttato ed ho lottato. Ho deciso di fondare questa associazione perché c'è un altro problema che per me è la madre di tutte le criticità che abbiamo affrontato. Dobbiamo capire che lo sfruttamento o il caporalato non sono le cause ma gli effetti di un sistema economico globale che ha origine nello strapotere delle catene. Il modello di sviluppo della grande distribuzione organizzata non può essere sostenibile. Finché saranno le grandi catene a decidere i prezzi nei prodotti agricoli le aziende saranno spinte, per andare avanti, a sfruttare la manodopera a basso costo. Questa è la madre di tutti i problemi e da parte di tutti serve una maggiore consapevolezza, il consumatore deve capire cosa sta acquistando per fare le giuste scelte. Per questo noi come associazione abbiamo dato vita al bollino “Nocap”. Questo per rendere più trasparente la provenienza di un prodotto, le sue modalità di produzione, il rispetto dei diritti umani, l’applicazione di contratti legali, e non ultimo il rispetto per l’ambiente e il benessere degli animali. Un sistema anche per valorizzare e premiare l’impegno delle aziende che con noi condividono principi e valori basati sul rispetto dell’uomo e dell’ambiente, ma anche e soprattutto per i consumatori, per sensibilizzarli e accompagnarli verso scelte etiche affinché non siano inconsapevolmente co-responsabili di un sistema di sfruttamento dei lavoratori.

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