“Qui sembra di essere seduti su una pentola a pressione pronta a scoppiare”. A Beirut (LE IMMAGINI) con il fotografo Pavana nella roccaforte di Hezbollah
Secondo la Banca Mondiale quella che si trova ad affrontare il Libano potrebbe essere una delle peggiori crisi economiche dalla metà del 19esimo secolo. Il fotoreporter trentino Michele Pavana racconta al Dolomiti la situazione a Beirut, direttamente dal quartiere della città controllato da Hezbollah

BEIRUT. A poco più di un anno dall'esplosione che ha devastato il porto di Beirut (uccidendo oltre 200 persone e lasciandone decine di migliaia senza una casa), il Libano è sull'orlo del collasso a causa di quella che, secondo la Banca Mondiale, potrebbe essere una delle peggiori crisi economiche registrate a livello mondiale dalla metà del 19esimo secolo.
“Qui sembra di essere seduti su una pentola a pressione pronta a scoppiare” racconta al Dolomiti Michele Pavana, fotografo trentino in Libano per documentare la crisi. Nel Paese l'inflazione continua a galoppare (dall'autunno del 2019 ad oggi la lira libanese ha perso il 90 per cento del suo valore e il tasso d'inflazione annuo nel 2020 ha sfiorato l'85 per cento) e i beni anche più essenziali scarseggiano. “Cibo non ce n'è – dice Pavana – la lira svalutata non vale nulla, un litro di latte costa 15 euro, al mercato nero 1. Una bistecca arriva a costare 100mila lire libanesi, circa 55 euro”.















Nel Paese, che ancora porta le cicatrici di una sanguinosa guerra civile terminata nel 1990, anni di corruzione e mal governo hanno distrutto l'economia. Ora la Banca Centrale (per decenni governata da Riad Salameh, recentemente accusato di corruzione per aver abusato della propria posizione per arricchire sé stesso e la sua cerchia più ristretta) non è più in grado di continuare a sostenere la valuta a causa di un crollo nell'ingresso di fondi esteri nel Paese, spiega il New York Times. In tutto il Libano mancano cibo, carburante e medicine.
“Intere aree di Beirut sono al buio – spiega Pavana – manca la corrente elettrica e i generatori vanno avanti grazie al combustibile preso al mercato nero. Nel quartiere di Beirut controllato da Hezbollah la gente si attacca alla rete dei generatori con un'infinità di cavi, praticamente tutti sono in coda ai benzinai per fare il pieno”. Negli ultimi giorni infatti, dice Pavana, si è verificato un rialzo mostruoso dei prezzi del carburante voluto proprio dall'organizzazione islamista (“non si sa ancora per quale motivo”). Il tutto mentre il Libano si trova ad affrontare la crisi causata dall'ingresso nel Paese di profughi siriani scappati dalla guerra civile.
I rifugiati arrivati in Libano (il Paese con la più alta concentrazione di rifugiati pro capite al mondo) dalla Siria sono circa 1 milione e mezzo e i libanesi, dice Pavana: “Si sentono invasi e sono arrabbiato con il governo” che darebbe, secondo loro, sussidi alle famiglie siriane mentre “molti dormono per strada e i bambini scavano nell'immondizia per plastica in cambio di cibo”. Meno del cibo però costa la droga, che arriva dal confine siriano a nord, controllato da Hezbollah. Nei quartieri sotto il controllo dell'organizzazione islamista, spiega Pavana: “Un generatore viene collegato ad interi isolati e le autobotti portano l'acqua potabile. Si comprano così la fiducia della gente in cambio di mano armata quando arriveranno i problemi da Israele”.
La situazione in Libano era già compromessa ben prima dell'esplosione di Beirut dello scorso agosto, ma sebbene nella capitale la zona abitativa del porto sia stata in parte ricostruita, l'area dello scalo merci non è ancora in funzione aggravando ulteriormente la crisi economica. Nel frattempo le strade di notte restano al buio dopo i razionamenti dell'energia elettrica e alla drammatica situazione sociale ed economica nel Paese si aggiunge una crisi politica che ha portato, dopo le dimissioni del premier Hassan Diab in seguito all'esplosione, alla formazione di tre governi nel giro di solo un anno.














