''Se al posto della zona gialla in autunno si fossero adottate le restrizioni della Lombardia si sarebbero dimezzati i decessi per Covid''
Lo studio di Enrico Rettore professore ordinario di Econometria del Dipartimento di Economia e Management dell'Università di Padova (e che a Trento ha contribuito alla nascita di Fbk-Irvapp) ha confrontato Veneto, Trentino, Lombardia ed Emilia Romagna arrivando ad osservare che ''una parte rilevante dei decessi osservati in Veneto (e in Trentino ndr) sarebbe stata evitata adottando restrizioni analoghe a quelle delle regioni vicine''. Per il Veneto si parla di circa 3.000 morti in meno in quelle 13 settimane per il Trentino di oltre 270. Ecco le stime e cosa è accaduto in quei mesi

TRENTO. Circa la metà dei decessi tra dicembre e febbraio si sarebbero potuti evitare con un cambio di colore dalla zona gialla a quella arancione/rossa. Questa la conclusione alla quale è arrivato Enrico Rettore professore ordinario di Econometria presso il Dipartimento di Economia e Management dell'Università di Padova che ha ottenuto un dottorato di ricerca in Statistica sempre a Padova e ha contribuito alla nascita e allo sviluppo a Trento di Fbk-Irvapp (Istituto per la Ricerca Valutativa sulle Politiche Pubbliche).
Per il docente, che ha pubblicato numerosi saggi in diverse riviste tra le quali the American Economic Review, the Journal of Econometrics, the Review of Economics and Statistics, the Journal of the Royal Statistical Society, Veneto e Trentino, unici due territori dell'area rimasti sempre in zona gialla in autunno hanno fatto osservare delle grosse differenze per quanto riguarda i decessi rispetto a Lombardia ed Emilia Romagna che invece hanno applicato restrizioni più severe cambiando colore.
Di che numeri stiamo parlando? Per il Veneto di 3.000 morti in meno (rispetto ai 6.100 avuti nelle 13 settimane della seconda ondata) se si fossero applicate le restrizioni della Lombardia e 1.100 se si fossero applicate quelle dell'Emilia Romagna. Per il Trentino oltre 270 morti in meno con le restrizioni lombarde e un centinaio con le restrizioni emiliane (due settimane di zona arancione). Poco? Tanto? A voi il giudizio. Di fatto si tratterebbe di un quinto dei morti totali registrati durante l'epidemia, in Trentino, nel primo caso.

''A partire da inizio novembre 2020 - scrive Rettore sul sito lavoce.info - il governo italiano ha varato un sistema di monitoraggio settimanale dell’andamento della pandemia “a colori”, sulla base del quale ha assegnato alle varie regioni italiane livelli di restrizioni crescenti. Qui ci concentriamo in particolare sul caso di Veneto, Lombardia, Emilia Romagna e Provincia autonoma di Trento. Si tratta di quattro aree confinanti, nelle quali vive circa un terzo della popolazione italiana: 10 milioni in Lombardia, 5 milioni in Veneto e in Emilia Romagna, mezzo milione in Trentino''. E si tratta di quattro aree che sono state sottoposte a regimi diversi di restrizioni e proprio per questo maggiormente confrontabili.
Il Trentino, in particolare, è rimasto in zona gialla, come vi abbiamo raccontato per settimane in quei giorni di autunno anche perché ha affidato il grosso della ricerca dei positivi ai tamponi antigenici, lanciandosi come territorio ''pilota'' nell'utilizzo di questi strumenti anche nelle farmacie in maniera strutturale. In questo modo nei conteggi nazionali, che invece si basavano solo sui positivi ai tamponi molecolari, non sono stati inseriti il grosso dei positivi reali trovati sul territorio.
E così, nonostante fosse letteralmente travolto dal virus con dati allarmanti sia sulle ospedalizzazioni che sui decessi, a livello statistico nazionale sembrava avere una situazione di assoluto controllo, da zona gialla appunto. Eppure tra ottobre e dicembre in Trentino si è registrata la crescita più alta di decessi d'Italia (+65,4% rispetto alla media dei cinque anni precedenti stando alle analisi compiute dall'Istat QUI L'ANALISI).
Alla fine, come dimostrato sia in quei giorni, dai nostri calcoli statistici, che poi con la pubblicazione di questa slide, mostrata durante un webinar interno dell'Apss (i blu i positivi comunicati in rosso quelli che non venivano comunicati perché trovati con gli antigenici nelle settimane tra ottobre, novembre e dicembre) si è data notizia di poco meno di un terzo dei contagi che si stavano realmente registrando.
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Come il Dolomiti per settimane, e mesi, ci siamo battuti per avere una trasparenza totale sui reali positivi che venivano trovati, almeno per permettere alla popolazione di avere una consapevolezza concreta del contesto nel quale si stava andando a muovere (della serie, ok restiamo zona gialla perché da Roma considerano solo i positivi ai molecolari, ma spiegate alla popolazione che il virus è in realtà molto più forte di quel che state facendo sembrare così che la comunità possa adottare tutte le precauzioni possibili per tutelare la propria salute e la propria vita). Così non è stato, come è noto. Oggi, però, si può cominciare a fare chiarezza su quanto accaduto ed è evidente che non appena lo Stato ha costretto i territori (quindi anche il Trentino) a comunicare anche i positivi agli antigenici (metà gennaio) il sistema dei colori ha cominciato a funzionare più compiutamente.
Per il professor Rettore il mancato cambio di colore e quindi la mancata adozione di nuove restrizioni avrebbe provocato, stando alle stime, un raddoppio dei decessi. ''Fino alla fine di ottobre i decessi nelle due regioni (Lombardia e Veneto ndr) sono pressoché uguali - spiega il docente dell'Università di Padova (QUI ANALISI COMPLETA) -. Poi aumentano più rapidamente in Lombardia, fino alla prima settimana di dicembre. A partire dalla seconda settimana di dicembre i morti lombardi sono crollati: da 700 a 200 circa, nell’arco di tre settimane. In Veneto la crescita è continuata regolare, con un accenno di diminuzione nei primi giorni dell’anno, seguito da un calo a partire dall’ultima settimana di gennaio''.

''La differenza tra le due regioni inizia a manifestarsi circa un mese dopo l’inizio della zona rossa in Lombardia; si attenua un mese dopo l’inizio delle restrizioni di fine anno - prosegue il professore -, comuni a tutte le regioni, fino a sparire del tutto. L’area compresa tra la linea arancione e la linea blu tra il 6 dicembre e il 28 febbraio vale circa 3 mila decessi. Il Veneto ha avuto 6.170 morti nelle 13 settimane. Se – come ci sembra plausibile – le differenze osservate tra Lombardia e Veneto in questo arco di tempo sono attribuibili al diverso regime di restrizioni, 3 mila è una stima ragionevole dei decessi che sarebbero stati evitati se il Veneto fosse stato soggetto alle stesse restrizioni della Lombardia. Cioè, secondo questa interpretazione, circa la metà dei decessi osservati in Veneto in quel periodo sarebbe dovuta alla differenza tra zona rossa/arancione e zona gialla''.
E il Trentino? E' quello che il professore definisce il ''terzo test'' (il secondo era il confronto tra Veneto ed Emilia Romagna che descriveremo qui sotto) che propone per validare la sua spiegazione: confronta il Veneto con il Trentino, ''due aree - spiega - soggette alle stesse restrizioni per l’intero periodo dal 6 novembre al 6 gennaio''. ''Tenuto conto che l’andamento osservato per il Trentino è più irregolare a causa della sua ridotta dimensione demografica - si legge nell'analisi - poiché il Trentino ha circa un decimo degli abitanti del Veneto, non si osservano particolari differenze: in entrambe le regioni il calo importante dei decessi avviene a partire dall’ultima settimana di gennaio, cioè quando si manifestano gli effetti delle restrizioni natalizie''.

''Per mettere alla prova la plausibilità della nostra spiegazione - aggiunge ancora Rettore - mostriamo l’andamento dei decessi in Veneto comparati con quelli dell’Emilia Romagna. I due andamenti sono pressoché sovrapposti fino alla prima settimana di dicembre. A partire dalla seconda, il profilo dell’Emilia Romagna si abbassa rispetto a quello veneto. I decessi delle due regioni ritornano ad essere comparabili a partire da fine gennaio. Anche in questo caso, la differenza tra le due regioni ci sembra facilmente attribuibile alla zona arancione istituita in Emilia Romagna nel periodo dal 15/11 al 5/12. L’area compresa tra la linea arancione e la linea blu tra il 6 dicembre e il 31 gennaio vale circa 1.100 decessi: seconda la nostra interpretazione, sono quelli che sarebbero stati evitati se il Veneto fosse stato soggetto alle stesse restrizioni dell’Emilia Romagna. In linea con quanto ci si attende, l’effetto della zona arancione risulta essere inferiore all’effetto della zona rossa, ma tutt’altro che trascurabile''.

''Nella nostra interpretazione dei fatti, che abbiamo documentato, - conclude il docente - gli effetti ci sono e pure corposi: la nostra stima basata sul confronto tra zone confinanti dice che una parte rilevante dei decessi osservati in Veneto (e in Trentino ndr) sarebbe stata evitata adottando restrizioni analoghe a quelle delle regioni vicine. In particolare, provvedimenti analoghi a quelli adottati in Lombardia nelle cinque settimane da inizio novembre a metà dicembre, i mesi critici per lo sviluppo della seconda ondata, avrebbero dimezzato il numero dei decessi registrati in Veneto (e in Trentino ndr) tra dicembre e febbraio''.












