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Specie di microrganismi sconosciute scoperte su 'mummie' del Trentino Alto Adige risalenti a migliaia di anni fa: la ricerca di Eurac e UniTn

La scoperta è stata annunciata da Eurac che, insieme all'Università di Trento, ha esaminato antichi campioni di placca da resti scheletrici rinvenuti anche in tutto il territorio regionale scoprendo specie di microrganismi finora sconosciute. I risultati dello studio sono stati pubblicati dall'importante rivista Microbiome

 

Di F.S. - 04 ottobre 2021 - 10:52

TRENTO. Sono una ventina i resti scheletrici umani rinvenuti in Alto Adige e in Trentino e risalenti a un periodo compreso tra il Neolitico e l'Alto Medioevo che un team di ricercatori di Eurac e Università di Trento hanno studiato, per approfondire le conoscenze relative al nostro microbiota orale ed il suo sviluppo: nella ricerca portata avanti sul territorio regionale sono stati scoperti microrganismi finora sconosciuti da campioni di placca dentale. I risultati dello studio sono stati pubblicati sull'importante rivista specializzata Microbiome.

 

Anche se oggi siamo abituati a pensare alla placca solo come a un fastidio, spiegano infatti i ricercatori, i campioni di placca calcificati estratti da scheletri antichi sono una fonte preziosa di informazioni. Il team ha scoperto due specie precedentemente sconosciute di un microrganismo comune nei nostri corpi (chiamato Methanobrevibacter). Considerando un arco temporale di 50mila anni, il gruppo di ricerca ha potuto dimostrare che negli ultimi secoli la diversità di questo organismo nel nostro microbiota è diminuita bruscamente.

 

I reperti esaminati hanno un'età compresa tra i 5.500 e i 1.000 anni e la maggior parte degli individui analizzati presentavano malattie del cavo orale, in particolare la parodontite, cioè un'infiammazione dei tessuti che fissano il dente alla propria sede. Visto che all'epoca l'igiene dentale non era certo paragonabile a quella odierna, il Dna della placca si può conservare relativamente bene grazie al processo di calcificazione. Oltre ai resti scheletrici, i ricercatori hanno esaminato 82 analisi della placca dentale pubblicate in altri studi, tra cui uno su un reperto di Neanderthal.

 

In totale sono stati analizzati 102 campioni di placca che coprono un arco temporale di 50.000 anni e provengono da otto Paesi in tre continenti. Per studiare la diversità del Methanobrevibacter, il team ha adottato un nuovo approccio metodologico, decodificando interi genomi delle varianti esistenti dell'organismo. “Era la prima volta che applicavamo il metodo in modo così consistente e su un campione così vasto e non sapevamo a cosa saremmo andati incontro – spiega Lena Granehäll, principale autrice dello studio – è stata una rivelazione scoprire due specie completamente nuove di Methanobrevibacter. Questo ci ha permesso di documentare anche la diversità genetica di questo microrganismo che in precedenza era sconosciuta. Non possiamo distinguere un modello geografico: tutte le specie sono state rinvenute nei campioni indipendentemente dalla provenienza europea, asiatica o africana”.

 

Il team di ricerca ha però notato una chiara tendenza in termini di tempo: le nuove specie scoperte sono presenti nei campioni di placca più antichi. Dal Medioevo in poi sono completamente assenti. “Come mostra il nostro studio, sembra che ci sia stato un calo delle specie di questo microorganismo presenti nella nostra bocca – sottolinea Frank Maixer, microbiologo di Eurac – una tendenza che va di pari passo con quanto già osservato nei campioni estratti dallo stomaco: 5.000 anni fa esisteva una diversità di batteri che è diminuita bruscamente in un tempo molto ridotto”. La ragione? Anche se l'essere umano è cambiato poco a livello genetico negli ultimi 5.000 anni, spiega Maixer, i batteri sono stati esposti a maggiori influenze l'industrializzazione, con nuove terapie evoluzione della medicina e diverse abitudini alimentari, ha avuto un grande impatto sulla composizione della nostra diversità batterica, dalla bocca fino allo stomaco e all'intestino”.

 

“Analizzare campioni microbici antichi è un po' come studiare fossili genetici dei microbi – conclude Nicola Segata, del Dipartimento di biologia cellulare, computazionale e integrata (Cibio) dell'Università di Trento, che partendo dai campioni recuperati dai ricercatori di Eurac ha sequenziato insieme al suo team il Dna dalla placca - e questo ci permette di ricostruire la loro evoluzione. Come in questo caso, possiamo anche trovare nuove specie di microrganismi che potremmo aver perso a causa del nostro stile di vita”.

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