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"Più di un suicidio alla settimana dall'inizio del 2022 in Trentino". Il focus tra pandemia e guerra: 1 su 3 dichiara esplicitamente di volerlo fare

Durante il convegno "Essere rete per sostenere equilibri complessi" hanno preso parola diversi professionisti e operatori che operano nell'ambito della prevenzione del suicidio. Pandemia, Dad, ma anche la guerra in Ucraina hanno segnato profondamente le persone. Pomipili: "Il suicidio non è una malattia ma un comportamento". Lizzana: "In ogni storia c'è una dimensione umana"

Di Francesca Cristoforetti - 13 May 2022 - 15:57

TRENTO. "Sono oltre 15 i casi di suicidio nei primi tre mesi del 2022, solo in Trentino. Stiamo pagando le conseguenze del post pandemia e dell'arrivo della nuova emergenza della guerra". Riporta questo dato Wilma Di Napoli, psichiatra referente per il progetto di prevenzione “Invito alla vita” e responsabile del Centro salute mentale di Trento, secondo una stima rilevata in tutta la provincia di Trento. 

 

"I numeri erano scesi nettamente tra il 2020 e il 2021 - aggiunge Di Napoli - ora guardiamo con attenzione e soprattutto lavoriamo moltissimo perché è aumentato il disagio mentale e la richiesta di aiuto, la situazione sta diventando sempre più delicata. In particolare per il bene psicologico dei giovanissimi".

 

Il suicidio è un tema che ferisce tutta la comunità. E' questo il tema affrontato al convegno delle reti e tavoli per la prevenzione dei gesti suicidari "Essere rete per sostenere equilibri complessi", il 13 maggio, al Centro Studi Erickson. All'appuntamento, aperto a cittadini, professionisti e volontari interessati alla tematica, diversi professionisti, una serie di servizi, enti associazioni sono stati chiamati a fronteggiare il fenomeno per cercare di capire come prevenire i comportamenti autolesivi, ognuno secondo le proprie competenze.

 

Tra i diversi relatori personalità di spicco ben conosciute in Italia e nel mondo, Maurizio Pompili, autorevole psichiatra suicidologo dell'Università Sapienza di Roma, Ivo Lizzola dell'Università degli studi di Bergamo, profondo conoscitore in particolare del mondo giovanile, Fabio Folgheraiter, dell’Università Cattolica di Milano, ben noto per la sua competenza per il lavoro di rete.

 

"Il suicidio non è una malattia ma un comportamento, - dichiara Pompili - dobbiamo rivedere i paradigmi del fenomeno. Molto spesso si tratta di persone che fino alla fine vogliono vivere. Dobbiamo chiederci che potenziale umano se ne è andato. Il fine del suicidio è quello della cessazione della coscienza, l'ultima opzione laddove tutte le altre sono fallite perché si provano emozioni intollerabili". 

 

In uno studio presentato dal professore, "su un campione di 14.601 suicidi ben 4.347 avevano chiaramente comunicato di volersi suicidare". Le comunicazioni suicidarie sono associate ad un rischio di suicidio "4 volte maggiore rispetto a coloro che non comunicavano l'intento".

 

Pandemia, didattica a distanza, vari fenomeni sociali, economici e culturali di questi ultimi due anni hanno segnato profondamente le famiglie, le comunità locali, le persone più giovani in particolare. Isolamento, solitudine, ansia, depressione, tutti fenomeni che favoriscono l’ideazione e i comportamenti suicidari sono segnalati ovunque in deciso aumento.

 

"Vogliamo darci indicazioni - dichiara Folgheraiter - perché gli operatori non si trovino soli senza protocolli o linee guida, importantissime quando si incontrano sofferenza e dolore. Gli utenti e i famigliari devono trovare la forza di vincere vergogna e la ritrosia per chiedere aiuto. Nei servizi socio-sanitari dobbiamo parlare con parole vere".

 

Pensare la prevenzione richiede nuove strategie, il potenziamento delle reti sociali naturali e di servizio, lo sviluppo della capacità di riconoscere e accogliere le situazioni di crisi. Questo il quadro generale e gli obiettivi che saranno il riferimento naturale dei ragionamenti affrontati durante il convegno. Si tratta perciò di una occasione storica e preziosa, che apre la porta a nuovi slanci operativi nelle tre province e verosimilmente anche altrove.

 

"Le persone più fragili devono essere trattate come una risorsa per la società - sostiene il vescovo di Trento, monsignor Lauro Tisi - basta inseguire questi modelli di uomini e donne irraggiungibili, dei 'superman'. La realtà non può giocare con la vita". 
 

Nelle province di Trento, Bolzano e Treviso da più di dieci anni si è scelto autonomamente di mettere in rete tra loro queste funzioni, le competenze, i professionisti e i volontari, così da permettere sinergie e progettualità condivise. Sono attivi infatti il progetto "Invito alla vita" in Provincia di Trento, la Rete di prevenzione al suicidio dell’Alto Adige e il Tavolo provinciale per la Prevenzione dei gesti suicidari di Treviso.

 

I fecondi scambi di questi ultimi anni tra queste tre realtà hanno palesato la sostanziale concordanza di visione e di intenti e la possibilità di ulteriori sinergie tra le tre reti provinciali.

 

"Il suicidio è uno dei temi che ci obbliga all'interdisciplinarietà, - conclude Lizzana - la guerra stessa in questo momento sta lasciando un segno sui più giovani. Ogni suicidio è una storia a sé e in ogni storia c'è una dimensione umana".

 

Per maggiori informazioni sulle azioni del progetto "Invito alla vita" scrivere a [email protected]

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