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Trento
22 agosto | 20:32

Un bombardiere abbattuto, i ricordi d'una bambina, gli eroi della resistenza: gli eredi dei partigiani e dei militari americani salvati sulla Paganella insieme per la prima volta

L'incredibile storia, già raccontata nel dettaglio da il Dolomiti, ha portato ad un viaggio in Trentino delle due figlie del sottotenente Patrick Shereda, che hanno incontrato sulla Paganella gli eredi dei partigiani e dei cittadini intervenuti in suo aiuto e del suo mitragliere, Lee Palser, nel '44. Per l'occasione è stata allestita anche una mostra che, spiega l'avvocato Pierluigi Congedo (al quale si deve l'immenso lavoro di ricostruzione), verrà poi donata in parte alla biblioteca intercomunale di Fai, Andalo e Molveno

A sinistra Cynthia e Jony Shereda insieme a Maurizio Mottes (la cui famiglia, proprietaria dell'albergo al Sole di Fai nascose una famiglia di ebrei nello stesso edificio dove si installò il comando tedesco)

TRENTO. Un aereo abbattuto, una divisa americana e due paracaduti nei ricordi di una bambina che, all'epoca, aveva solo 11 anni: sullo sfondo l'altopiano di Fai, Andalo e Molveno nel dramma della Seconda Guerra Mondiale. È da qui che Pierluigi Congedo (avvocato italiano e inglese, Fellow al Centre of European Law del King's College di Londra e docente di diritto privato europeo e data protection alla Luiss di Roma), il figlio di quella bambina, Anita Clementel, che oggi a 89 anni, è una degli ultimi testimoni oculari diretti di quelle vicende, ha mosso i primi passi per ricostruire, tra lavoro d'archivio e testimonianze, l'incredibile storia di un aereo americano caduto sul versante sud-ovest della Paganella il 28 agosto del 1944 dalla contraerea tedesca, e di come i militari a bordo siano riusciti a salvarsi grazie all'aiuto dei partigiani trentini e della popolazione del posto. Una storia che ha portato ora ad un commovente viaggio in Trentino, proprio nei luoghi dello schianto del B24 Liberator americano, delle due figlie di quel pilota ventiquattrenne, il tenente Patrick J.Shereda, Jony e Cynthia (arrivate pochi giorni fa da New York e Houston) che hanno potuto così incontrare i figli ed i nipoti proprio di quei partigiani (e alpinisti) che 78 anni fa hanno aiutato lo stesso Shereda ed il suo mitragliere, Leonard 'Lee' Palser, a sfuggire alle ricerche da parte dei soldati della Wermacht e alla milizia fascista subito dopo l'abbattimento. Ma procediamo con ordine.

Innanzitutto, la vicenda. Per chi volesse approfondirla nel dettaglio, il Dolomiti ha dedicato ampio spazio a questa incredibile storia in un lungo resoconto (QUI ARTICOLO), ma riassumendo, questo è quanto accaduto: il 28 agosto del 1944 un aereo americano venne abbattuto dalla contraerea tedesca, la cosiddetta Flak, durante il bombardamento dello “Avisio Viaduct”, il Ponte dei Vodi, sulla confluenza dell'Avisio nell'Adige. A bordo c'erano 9 uomini che si paracadutarono dal velivolo per salvarsi dopo il blocco dei comandi ed il principio di incendio a bordo: alcuni vennero presi prigionieri dai tedeschi (e successivamente deportati nei campi di prigionia), altri s'incamminarono verso la Svizzera. A salvare il pilota però, il sottotenente Shereda, finito tra i boschi della Paganella, sarebbe stato proprio Raimondo Clementel, il bisnonno di Congedo, all'epoca 68enne ex guida alpina di Fai, in contatto con i giovani partigiani ventenni nascosti sulle pendici della Paganella con una radio ad onde corte per informare gli Alleati di quanto avveniva sull'asse dell'Adige. Era sua la divisa che Anita Clementel, la nipote di Raimondo e la madre di Congedo, aveva visto quella notte a 11 anni: un ricordo che, oltre 70 anni dopo, è stato il punto di partenza per le ricerche che hanno permesso di ricostruire l'accaduto e di fornire gli elementi per organizzare i toccanti momenti vissuti dai figli e dai nipoti dei protagonisti di questa storia oggi.

Una Storia militare (con la 'S' maiuscola) che s'intreccia anche con le azioni di alcuni giovanissimi partigiani (ed alpinisti) provenienti da Trento, Bolzano e Udine: Enrico Pedrotti, Matteo Brunetti, Franco Bonatta, coadiuvati in loco da Celestino Donini e Silvio Nicolussi alcuni degli eroici protagonisti dell'unità partigiana dell'operazione Vital (comandata, dice Congedo, dal radio telegrafista Brunetti, istruito dai servizi anglo-americani a Bari dopo l''8 settembre del '43), grazie alla quale venivano trasmesse via radio notizie cruciali per gli Alleati che riguardavano tutto l'asse dell'Adige. Furono loro infatti, dopo aver visto l'abbattimento dell'aereo durante l'osservazione dell'attacco Alleato, a recuperare il mitragliere di quel B24 abbattuto sopra la Paganella, Leonard 'Lee' Palser, nascostosi nei cespuglio dopo essere atterrato con il suo paracadute: il militare statunitense fu portato da Pedrotti nella grotta sotto il Pizzo Gallino da dove trasmettevano per l'operazione Vital. Lì, di fatto, Lee divenne parte del gruppo, con un successivo spostamento in una grotta molto meno visibile e più difficilmente raggiungibile sotto la Malga Andalo, più a sud. Il mitragliere, dopo la conclusione dell'operazione Vital, verrà nascosto da Pedrotti e dagli altri a Molveno fino al giorno della liberazione mentre Shereda, nascosto probabilmente per una notte nella sua stessa casa a Cortalta da Raimondo Clementel, venne accompagnato dal bisnonno di Congedo attraverso il passo del Santel, Cavedago e Spormaggiore fino alla Rocchetta, per poi riuscire ad arrivare in Svizzera e venire in seguito rimpatriato grazie alla Croce rossa internazionale. 

Questa la vicenda, che ha unito e poi diviso persone che vivevano a migliaia di chilometri di distanza e che hanno lottato assieme, qui in Trentino, contro la dittatura nazi-fascista. Ora quelle strade si sono incontrate nuovamente proprio sulla Paganella: questa fine settimana infatti, sono salite ad Andalo le due figlie di Shereda, Cynthia e Jony, arrivate rispettivamente da New York e da Houston, per visitare ai prati di Gaggia, sul versante sud occidentale della montagna, il luogo dove materialmente cadde il B24 condotto dal padre nel '44. Insieme a loro, oltre allo stesso Congedo e alla madre Anita, anche i figli di Franco Bonatta, Marco e Andrea, il figlio e la nipote di Matteo Brunetti, Luca e Mila, i due figli di Donini, Gioacchino e Fortunato, insieme al presidente dell'Anpi di Trento, Mario Cossali, al rappresentate dell'Anpi di Bolzano, Primo Schonsberg, al sindaco di Andalo Alberto Perli e tante altre persone che direttamente e indirettamente ricordavano la vicenda. “Oggi abbiamo parlato di quei giovani ragazzi – dice Congedo a il Dolomiti – alpinisti, sportivi, che studiavano all'università e destinati a carriere borghesi in città insieme a persone dai percorsi legati ai mestieri tradizionali dei villaggi di montagna, che hanno deciso di mettersi in prima linea per combattere il nazi-fascismo nella sua fase terminale. L'obiettivo era far sì che gli eredi di quei partigiani e di quei militari americani potessero incontrarsi e ripercorrere questa incredibile vicenda: dalle figlie di Shereda ai figli di Bonatta, in molti si sono commossi, ed io stesso nel vedere così tante persone arrivate qui dal Texas, dal Friuli, da Milano e da Londra espressamente, come il sottoscritto”.

Ma l'emozione ha toccato anche la madre di Congedo, Anita Clementel: “A 89 anni – dice l'avvocato – si è ritrovata come testimone vivente tra il gruppo di figli e nipoti dei protagonisti di questa storia. Una storia che lei, a 11 anni, ha vissuto direttamente sulla sua pelle e che ricorda ancora. Molto felici di questo viaggio anche Jony e Cynthia, due sorelle unitissime, con straordinaria visione globale e al tempo stesso all'unisono nel sentirsi preoccupate per la crisi odierna della democrazia in tutto il mondo occidentale, minacciata da attacchi interni ed esterni. Hanno enormemente apprezzato l'accoglienza ricevuta, con quelle due bandiere americane sulla terrazza della Baita Lovara, a Piani di Gaggia sopra Molveno, ad accoglierle al suono dell'arma antiaereo". Il gruppo è partito da Andalo nella mattinata di sabato e poi, con le jeep di vigili del fuoco e forestali, sono arrivati fino al luogo della caduta dell'aereo: “Abbiamo trovato tra gli alberi diversi frammenti del velivolo – continua Congedo – ad esempio delle scaglie della corazza dei mitraglieri”. In seguito il gruppo è sceso per il pranzo e per ammirare una mostra allestita proprio a Baita Lovara (ad opera di Del Maschio e Tessadri e aperta fino alla fine di agosto), nella quale sono stati esposti diversi oggetti rinvenuti nella grotta nella quale Palser è rimasto insieme ai giovani partigiani dell'operazione Vital (il mitragliere americano aveva tra l'altro realizzato una serie di ritratti dei suoi 'compagni', che si possono scoprire Qui), alcuni documenti che testimoniano il viaggio, quel giorno, dei bombardieri americani partiti dalla Puglia e altra oggettistica rinvenuta in una seconda grotta, nel punto d'osservazione del bisnonno di Congedo, Raimondo Clementel, sulla Val Manara e sull'Hotel Dolomiti, all'epoca sede della milizia fascista.

Nella giornata di domenica invece, il gruppo è salito a visitare proprio la 'seconda' grotta di Pedrotti, Bonatta Palser in un altro momento emozionante nel quale si sono incrociati presente e passato. “Dobbiamo ricordare – aggiunge Congedo – che quest'area all'epoca era “Zona d'Operazione Alpenvorland”, in sostanza un avamposto su terra italiana del Terzo Reich, dove si applicavano le stesse regole d'ingaggio della Germania, non della Repubblica di Salò. In poche parole, se Shereda e Palser fossero stati catturati, sarebbero stati trasferiti nei campi di concentramento come POW (prisoners of war, prigionieri di guerra), ma i partigiani rischiavano molto di più: se fossero stati colti nell'atto di aiutare il nemico, il mio bisnonno e quei ragazzi sarebbero stati impiccati nel giro forse di un'ora nel centro del paese, come avvenne in Friuli, Emilia Romagna, Toscana, Piemonte. Nonostante i rischi però, non hanno esitato ad intervenire dopo l'abbattimento dell'aereo nel corso dell'operazione al Ponte dei Vodi. Forse questo è il coraggio che oggi ci manca di fronte a situazioni che richiederebbero altrettanta visione a difesa della libertà e della vita umana”.

Operazione i cui dettagli, continua l'avvocato, sono ben visibili in una serie di documenti (desecretati), dai quali è possibile capire anche la strategia di attacco adottata dagli Alleati: “In sostanza per colpire il ponte (che nel giro di nemmeno due anni subì qualcosa come 200 bombardamenti) seguivano una direttrice dalle valli di Fiemme e Fassa, dove i tedeschi avevano sistemato meno contraerea, per poi passare sopra Lavis e lanciare le bombe. In seguito i velivoli dovevano passare sopra la Paganella ed è proprio in quella fase che il B24 è stato colpito dalla contraerea”. Primo Schonsberg, conclude Congedo: “Ha detto di essere qua per mantenere viva la fiaccola della memoria, ed io credo sia importante sottolineare come tutti i protagonisti di questa incredibile vicenda abbiano rischiato le loro vite nel nome della libertà e di quei valori sui quali le nostre società sono ripartite dopo l'orrore della guerra: credo che ancora oggi sia possibile imparare molto da loro. Anche per questo il supporto fotografico, digitale e didascalico da me presentato in questi mesi insieme alle sorelle Shereda e ai figli di Lee Palser ai fini della mostra s'intende offerto in donazione alla biblioteca intercomunale di Fai, Andalo e Molveno, salvi ovviamente i diritti di proprietà intellettuale dei proprietari degli originali, in America e in Italia”. Ed il primo passo non può che essere tenere vivo il ricordo delle loro gesta.

 

Entrando nel dettaglio di quanto accaduto quel giorno, spiega Congedo: "Secondo il 'rapporto dell’equipaggio aereo disperso' (rapporto confidenziale custodito presso i National Archives of Record Administration americano, declassificato nel 1973 come 'ristretto', e ricevuto da Congedo nel 2017 a Londra), il primo a saltare dall’aereo fu il radio-operatore, seguito dai mitraglieri. Il navigatore e il mitragliere di prua si lanciarono tramite le porte scorrevoli di prua. Il mitragliere della torretta superiore del bombardiere (o ‘fortezza volante’) si lanciò dal portellone sinistro. Come scrive William Lucht, primo sottotenente a capo dell’aereo, due membri dell’equipaggio si ferirono nella caduta. Lui riuscì ad incamminarsi verso la Svizzera ed incontrò il radio operatore Louis Ritcher tre giorni dopo la caduta dell’aereo lungo la stessa via di fuga che stava percorrendo verso la Svizzera lungo la Val di Non, continuando insieme il percorso ("Quella mattina - si legge nel testo originale del rapporto confidenziale esaminato da Congedo - apprendemmo che Lt. Patrick Shereda stava percorrendo la stessa via ed era un giorno avanti a noi. Noi eravamo gli unici tre (su nove) ad arrivare in Svizzera. Gli altri erano stati o catturati o vissero in Italia fino alla giorno della vittoria").  In base alla convenzione di Ginevra sul trattamento dei prigionieri, si apprende dallo stesso rapporto che i tedeschi informarono il governo americano di chi avessero catturato (trasferendo i prigionieri in campi per prigionieri di guerra dell’aereonautica americana), fornendo anche il dettaglio di cosa avessero indosso al momento della cattura. Per esempio, Theron Powell, internato a Bolzano il 29 agosto, viene trovato con 1600 lire e 200 franchi svizzeri, 2 bussole, 2 cartellini di alluminio di identità, uno stemma nazionale, un paio di pantaloni ed una camicia ‘civili’, una borsa, un coltellino". 

 

Altri due, dice Congedo: "Vennero presi prigionieri a Molveno. Lo stesso rapporto rivela in una nota relativa al pilota Shereda che “il mitragliere di prua è stato preso da membri della resistenza". Si tratta proprio di Lee Palser effettivamente preso in consegna da tre giovanissimi partigiani, a rischio della vita. Una scheda ‘top secret’, poi declassificata in ‘restricted’, del gennaio 1945 rivela alcune informazioni sulla fuga del sottotenente Shereda. In particolare, che a Denno aveva appreso che tre suoi avieri erano stati presi dai tedeschi ed essendo feriti erano stati ricoverati all’ospedale di Cles, che in Svizzera gli altri due sfuggiti alla cattura erano stati ricoverati in ospedale, e che sulla via per Bormio vi erano numerosi posti di blocco militari tedeschi. Nello stesso rapporto il sergente Sebastian Tringali, di un altro equipaggio dello stesso squadrone, dichiara di aver visto sette paracadutisti lanciarsi dall’aereo, che non vi erano tracce di fumo o di fiamme, e che l’apparecchio avrebbe volteggiato per circa 5 minuti prima di schiantarsi. Secondo lui 'se non vi erano stati feriti gravi, tutti avrebbero avuto il tempo di lanciarsi”, lasciando intendere che l’aereo si sarebbe schiantato senza esplodere'". 

 

Tutte informazioni, spiega l'avvocato, che coincidono con le testimonianze raccolte quasi 80 anni dopo da Congedo in varie circostanze, a partire da una prima telefonata da Londra con i familiari del sottotenente Patrick Shereda. Proprio la figlia del sottotenente gli permise di parlare con Lee Palser, l’ultimo aviatore ancora vivo a New York, deceduto pochi mesi dopo quella telefonata chiave per ricostruire sia l’andamento della operazione che i nomi dei partigiani che lo avevano nascosto alle pendici del Brenta. Una registrazione che lo stesso Congedo, al quale si deve l'immenso lavoro di indagine e ricerca che ha permesso di ricostruire la vicenda, aveva promesso a Palser di pubblicare in Italia: "Senza i nomi in essa inclusi o ottenuti intervistando l'anziano aviere, non si sarebbero mai individuati con certezza i nomi dei partigiani, i nomi dei testimoni indiretti ancora viventi". In conclusione, il docente chiede alle autorità di "valutare l'opportunità di conferire dei riconoscimenti repubblicani anche postumi ai protagonisti di questa storia" e si mette a disposizione, tramite il Dolomiti "per fornire qualsiasi informazione utile riguarda a questa storia di altruismo e valore civile da non dimenticare". 

 

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