Giovane trascinata e picchiata in treno dal suo ragazzo, la psicoterapeuta: "Accettare aiuto significava per lei riconoscersi come vittima di violenza: non è facile"
L'episodio, avvenuto la sera di sabato 7 gennaio, era stato raccontato da una testimone che era intervenuta in difesa della ragazza, la quale aveva risposto di aver "tutto il diritto di farsi picchiare dal suo ragazzo". Il commento di Tomasi: "L’intervento esterno rischiava di farla sentire più parte 'degli altri' e non più con i suoi amici. La violenza di genere all’interno delle coppie è spesso difficile da identificare"
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TRENTO. "La risposta di rabbia della ragazza fa pensare che il soccorso della testimone l’abbia più messa in difficoltà che aiutata e quindi è normale che dall’esterno questa reazione possa lasciare quasi sgomenti". E' questo il commento della psicoterapeuta Giulia Tomasi riguardo la vicenda della giovane trascinata per i capelli per poi essere picchiata sul treno dal suo ragazzo, davanti ad altri passeggeri.
Nella testimonianza, giunta a il Dolomiti soltanto qualche giorno fa, veniva riportato un episodio avvenuto su un treno regionale sabato 7 gennaio, intorno alle 21. Durante il viaggio la testimone si era trovata nello stesso vagone con un gruppo di 5 ragazzi e 2 ragazze tra i 16 e i 20 anni circa. Tra urli e schiamazzi a un certo punto una delle due giovani del gruppo, probabilmente minorenne, spiega la donna, era stata trascinata sui sedili vuoti da uno dei ragazzi per essere colpita anche al volto. A quel punto la testimone e un'amica sono scattate in piedi per difendere la giovane che però ha reagito rispondendo: "E' il mio ragazzo, ho il diritto di fare quello che voglio e di farmi picchiare da lui", riporta il racconto.
"Per comprendere il punto di vista della ragazza ci serve però provare a metterci nei suoi panni - spiega l'esperta -. Lei si trova sul treno con il suo partener e il suo gruppo di amici. Inizialmente si stavano divertendo e il fatto di dare fastidio agli altri passeggeri probabilmente faceva sentire ancora di più una forte coesione di gruppo, ma a un certo punto la situazione degenera e il suo partner inizia ad aggredirla. Probabilmente la ragazza ha iniziato a chiedersi 'Cosa sta succedendo? Cosa posso fare?' e in quel momento una persona esterna interviene e le presta soccorso: shock".
Seguendo quindi una lettura della dinamica di gruppo "l’intervento esterno rischiava di farla sentire più parte 'degli altri' e non più con i suoi amici - dice Tomasi -, ma soprattutto offrire assistenza significava per la ragazza vedersi come una vittima di violenza, cosa nella quale lei non riusciva (o non voleva) riconoscersi. Probabilmente dal suo punto di vista l’unico modo che aveva per rimanere nel gruppo, e anche per rimanere con il suo ragazzo, era (in un certo senso) negare la realtà, trasformare quello che stava succedendo: 'Non sono una vittima di ciò che mi accade, io scelgo per me, so scegliere il meglio per me'. Questo ci spiega come mai abbia infatti detto alla sua soccorritrice".
Mettendo da parte però il grado di consapevolezza della ragazza in quella determinata situazione (che nessuno può conoscere se non lei stessa), "in generale sappiamo che la violenza di genere all’interno delle coppie è spesso difficile da identificare: solitamente viene introdotta nella relazione un po’ alla volta, in modo sottile e quindi fraintendibile. Di solito la dinamica violenta si manifesta tramite piccole aggressioni verbali: si viene sminuite, derise, criticate per qualsiasi cosa (lavoro, come ci si veste, come si parla)".
Questi comportamenti all’inizio si insinuano "in maniera silenziosa, mai in modo chiaro ed evidente". "Piano piano - prosegue la psicoterapeuta - le aggressioni aumentano di frequenza ed intensità e si passa 'dalle parole ai fatti' (violenza fisica). L’escalation avviene in modo subdolo e le aggressioni sono sempre seguite da scuse; pertanto, la vittima fatica a definire la propria relazione come una relazione violenta ed è difficile identificare se stesse come vittime. Quando la consapevolezza arriva è però è accompagnata da forte vergona e grandi sensi di colpa, è quindi difficile per la vittima parlarne e chiedere aiuto".
A tutto ciò si aggiunge l'adolescenza, momento della vita in cui "il gruppo dei pari è di fondamentale importanza, perché risponde al forte bisogno di appartenenza tipico di questa fase evolutiva: gli amici sono il mondo sociale nel quale ogni adolescente porta se stesso. Risulta pertanto fondamentale essere leali nei confronti del gruppo. Possiamo quindi parlare di paura di essere esclusi o rifiutati, perché tradire il gruppo o uno dei suoi membri significa affermare la propria identità e il proprio pensiero in quanto differente da quello degli altri e il rischio è proprio l’esclusione: non tutti gli adolescenti si sentono in grado di farlo".
Secondo i dati nazionali raccolti da Espad (la ricerca sui comportamenti d’uso di alcol, tabacco e sostanze psicotrope legali e non, da parte degli studenti e delle studentesse di età compresa fra i 15 e i 19 anni frequentanti le scuole medie superiori italiane), per l'anno 2021 viene riportato che "le condotte violente tra gli adolescenti (partecipare a risse tra gruppi, fare gravemente male a qualcuno, colpire un insegnante e/o danneggiare beni pubblici e private) escludendo le risse, sono aumentate rispetto ai dati raccolti negli anni precedenti", conclude Tomasi.














