"Non consegniamo la vita all'influencer", il vescovo Lauro nell'omelia di Natale: "Sognare di essere invulnerabili è il male dei mali. Amiamo e lasciamoci amare"
Oggi, 25 dicembre, monsignor Tisi ha celebrato il solenne pontificale in cattedrale a Trento: "Alla gioia dell’incontro, purtroppo, continuiamo a contrapporre la suggestione di una vita pensata attorno a noi stessi. Grazie al Dio di Betlemme abbiamo la possibilità di fare esperienza che lasciare entrare ed accogliere l’altro nella vita è antidoto alla morte, liberazione dall’ossessione di sé"

TRENTO. “Non accettare la vulnerabilità, sognare di essere invulnerabili è il male dei mali. Alla gioia dell’incontro, purtroppo, continuiamo a contrapporre la suggestione di una vita pensata attorno a noi stessi. Ma frequentare l’altro, lasciarsi incontrare, impedisce al morso della solitudine, dell’aggressività e talora della violenza di diventare il nostro habitat”. E' un passaggio dell'omelia del vescovo Lauro pronunciata durante il solenne pontificale di Natale celebrato in cattedrale a Trento.
Monsignor Tisi, nella sua riflessione, esordisce con le parole scritte nel diario da Etty Hillesum, ebrea olandese vittima dell’Olocausto. “Che cosa credete? Che non veda il filo spinato? Che non veda il dominio della morte? Sì, ma vedo anche uno spicchio di cielo e in questo spicchio che ho nel cuore io vedo libertà e bellezza. Non ci credete? Invece è così!”
“Questa è la speranza – commenta il vescovo Lauro: - vedere, anche nel posto più indicibile come un campo di concentramento, uno spiraglio di luce. Il volto di Dio che si fa Bambino, piccolo, fragile, vulnerabile è lo spicchio di cielo che può squarciare le tenebre di quest’ora drammatica. La sua vulnerabilità, la sua fragilità, incredibilmente è forza, è vita” argomenta l’arcivescovo riprendendo il “fotogramma evangelico” con le parole dell’angelo ai pastori: “Questo per voi il segno: troverete un bambino, avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia. Racconta non solo un Dio che ama, ma un Dio che si lascia amare”. Questo “attesta che chi non si lascia amare, in realtà non ama nessuno”.
Il fatto di “non accettare la vulnerabilità, sognare di essere invulnerabili è il male dei mali - sottolinea monsignor Tisi. - Finché non percepiamo la tragicità di questa illusione non è possibile costruire un mondo che possa fregiarsi del titolo di umano. Frequentare l’altro, lasciarsi incontrare, impedisce al morso della solitudine, dell’aggressività e talora della violenza di diventare il nostro habitat” commenta ancora l'arcivescovo, annunciando che “Dio viene a liberarci da questa schiavitù e a offrirci salvezza. Ci salva dalla paura che il far posto all’altro, accreditarlo, porti alla rovina di noi stessi. Grazie al Dio di Betlemme abbiamo la possibilità di fare esperienza che lasciare entrare ed accogliere l’altro nella vita è beatitudine, antidoto alla morte, liberazione dall’ossessione di sé. Lo scenario di morte, rabbia, contrapposizione in cui siamo immersi è l’effetto nefasto del non aver riconosciuto la luce che ci ha visitati – sottolinea il vescovo Lauro. - Alla gioia dell’incontro, purtroppo, continuiamo a contrapporre la suggestione di una vita pensata attorno a noi stessi. Tolto dall’orizzonte il volto dell’altro, non resta che affidarsi alle proprie performance, alla conta di quanto possiedi, guardandoti le spalle nel timore di essere defraudato”.
"Non consegniamo la vita all'influencer - ha detto ancora il vescovo. - Viviamo il sogno della performance che però chiude gli occhi e ti impedisce di vedere gli altri e la diversità”.
Dal monsignor Tisi è arrivato anche monito contro la guerra. “Le guerre non hanno mai portato soluzioni. La guerra è una sequenza di sconfitte continue. Abbiamo perso il sogno di globalizzare la fraternità e siamo diventati un mondo di atomi. Chi sogna la pace è definito illusionista, ma l'illusionista è chi non vede soluzione se non sganciando bombe sopra la gente”.
“Da dove, allora, fiorisce la speranza? - s’interroga infine don Lauro. - Dalla disponibilità a lasciarsi avvolgere in fasce. Dal riconoscere il bisogno viscerale di essere amati”.













