“Dio nasce senza casa e cambia la storia con l’amore”, il vescovo Lauro nell'omelia di Natale: "Amare libera energie, genera futuro, spaccando il guscio mortale della solitudine"
Oggi, 25 dicembre, monsignor Tisi ha celebrato l'omelia di Natale in cattedrale a Trento: "Guerra e violenza non vincono mai: perdono sempre. Il loro salario è disperazione, solitudine e morte. Amare è rendersi disponibili alle novità. Chi ama è creativo e innovativo; a determinarne le scelte è il bene dell’altro, la sua promozione, la sua gioia. Dio solo sa quanto abbiamo bisogno di andare oltre gli steccati ideologici, gli arroccamenti, le nostalgie per un mondo che non c’è più. Dietro a tante rigidità altro non c’è che la difesa di posizioni di potere"

TRENTO. "Cesare Augusto, per “poter contare”, si mette “a contare il popolo”, a uno a uno. Gesù, che “non ha posto nell’alloggio”, si fa bastare una mangiatoia. Il primo, incredibilmente, finisce nei libri di storia; il secondo, come ci ha
ricordato Roberto Benigni pochi giorni fa, ha spaccato in due la Storia, ha portato una legge nuova: la legge dell’amore. Gesù l’amore lo fonda, lo inventa". Queste le prime parole dell'arcivescovo di Trento Lauro Tisi pronunciate durante l'omelia di Natale celebrata in cattedrale a Trento.
Il vescovo ha richiamato anche le parole di Roberto Benigni nel suo recente monologo su Pietro: "Nello suo monologo, l’attore toscano ha affermato: Gesù è Gesù! È la rivoluzione, è un terremoto! Dove passa lui non resta in piedi niente, viene giù tutto! Ogni parola di Gesù è un colpo di piccone. È venuto a cambiare radicalmente la vita, a rovesciarla!".
Don Lauro si sofferma sul simbolo della tenda, dimora di un “Dio senza casa, migrante, in fuga”, segno di un amore che non possiede ma si espone, accetta il rischio, lascia spazio all’altro: "Per poterlo incontrare, dobbiamo resettare tutte le nostre immaginazioni su di Lui e andare a cercarlo lì dove ha piantato la sua tenda. Intrigante e bellissima è l’immagine di Dio che ha come dimora la tenda. Quest’ultima evoca precarietà, movimento, disponibilità al nuovo e alla sorpresa. Sorprende un Dio senza casa, migrante, in fuga, alle prese con le bizze del tempo. Ma non può essere altrimenti l’inventore dell’amore!".
"Amare, infatti, - argomenta monsignor Tisi - è correre il rischio di non avere casa, perché scegli di avere come dimora il volto dell’altro, avvicinato con l’intento di lasciarlo essere diverso da te, disponibile ad accoglierlo nella sua novità e addirittura ad accettarne il rifiuto".
Questo per don Lauro è " l’amore libero e non tossico, che non uccide ma fa vivere. Dio solo sa - denuncia Tisi- quanto le nostre relazioni hanno bisogno di essere sanate da questo amore! Amare è la disponibilità ad essere tenacemente resilienti nel rifiuto della violenza come soluzione ai problemi, quando quest’ultima infuria e offre l’illusione di essere vincente.
L’Arcivescovo allarga poi lo sguardo per ribadire il rifiuto della violenza come soluzione ai problemi: "Guerra e violenza non vincono mai: perdono sempre. Il loro salario è disperazione, solitudine e morte. Amare è rendersi disponibili alle novità. Chi ama è creativo e innovativo; a determinarne le scelte è il bene dell’altro, la sua promozione, la sua gioia. Dio solo sa quanto abbiamo bisogno di andare oltre gli steccati ideologici, gli arroccamenti, le nostalgie per un mondo che non c’è più. Dietro a tante rigidità altro non c’è che la difesa di posizioni di potere. Amare è ritrarsi per permettere all’altro di essere accolto, valorizzato, incontrato, reso partecipe e protagonista. Dio solo sa quanta necessità tutti abbiamo di scoprire la bellezza del dialogo, del confronto, del creare sinergie e comunione.
Nella cattedrale don Lauro fa risuonare un appello: "Il cardinal Martini, nell’ormai lontano 1995, scrisse una lettera alla Diocesi di Milano in cui chiedeva di “ripartire da Dio”, misurandosi su Gesù Cristo e ispirandosi continuamente alla sua Parola. Mi metto nella scia di questo grande vescovo e vi rivolgo lo stesso accorato invito. Entriamo con i pastori nella grotta di Betlemme; deponiamo la suggestione di pensarci senza gli altri; lasciamo cadere l’illusione che, nella misura in cui ingrandiamo il nostro ego, diventiamo forti".
Il messaggio conclusivo è netto: "Nelle fattezze del Bambino di Betlemme scopriamo la bellezza di un Dio che offre una via nuova e inedita per arrivare alla gioia: ritrarsi per dare campo all’altro. Questa operazione, anziché toglierti vita, libera energie, genera futuro, spaccando il guscio mortale della solitudine".












