Omicidio di Noriglio, gli avvocati della vittima Mara Fait: ''Aveva paura e aveva chiesto il codice rosso". Si indaga sul gesto scatenante dell'aggressione con l'accetta
Tra Mara Fait e il vicino che l'ha uccisa con un'accetta c'erano già state denunce. Gli avvocati della vittima: "La famiglia era terrorizzata, si trattava di stalking condominiale, chiesto il codice rosso ma invano". Il presidente della Società italiana psichiatri forensi parla di condizione patologica, Enrico Zanalda: "Non credo si possa parlare 'certamente' di premeditazione"

ROVERETO. Si è costituito e ha confessato Shehi Zhyba Ilir, il 48enne che ha ucciso a colpi di accetta Mara Fait, la 63enne infermiera caposala dell'ospedale di Rovereto in pensione da circa un anno. L'ennesima lite, questa volta all'esterno della palazzina in via Fontani a Noriglio e la terribile tragedia. Un dramma che scuote la frazione di Rovereto, lascia senza parola un'intera comunità. L'arma del delitto è stata ritrovata dagli inquirenti ma ci sono ancora diversi aspetti da chiarire in questa terribile vicenda. C'erano già delle denunce della vittima a carico dell'operaio di origine albanese da anni residente in Vallagarina. I legali della donna, gli avvocati Flavio Dalbosco e Rosa Michela Rizzi, spiegano infatti che era stata richiesta l'attivazione del "Codice rosso" perché aveva paura.
Ma qualcosa si sarebbe inceppato e oggi una comunità si stringe all'anziana madre, unica testimone oculare del delitto e sotto shock, e al figlio, in casa in quei minuti ma che è accorso subito dopo i fatti, e il 63enne, sposato e padre di due figli, che si trova in carcere a Gardolo (Qui articolo). A manifestare vicinanza anche Francesco Valduga: "Un dramma che lascia esterrefatti, sgomenti e senza parole", il commento del sindaco di Rovereto (Qui articolo)
Il 48enne, sposato e padre di due bambini, vive al piano superiore rispetto a Fait in una palazzina composta da altri 4 appartamenti, tutti di proprietà della vittima. I rapporti erano tesi tra provocazioni, minacce e denunce. E proprio al culmine dell'ennesima discussione, questa volta all'esterno dell'abitazione si è consumato il dramma alle 20.30 circa di venerdì 28 luglio: Shehi Zhyba Ilir ha visto la 63enne accompagna all'anziana madre rincasare e i due colpi di accetta alla testa. Poi ha gettato l'arma in un cespuglio e si è diretto a piedi alla caserma dei carabinieri a Rovereto per costituirsi (Qui articolo).
Da quel momento si è mossa in moto tutta l'indagine da parte dei carabinieri con il coinvolgimento di scientifica, polizia e vigili del fuoco. Le autorità hanno completato nel corso della notte i rilievi di rito e sono state raccolte le testimonianze, mentre Shehi Zhyba Ilir è stato interrogato per ricostruire quelle ore drammatiche e convulse prima del trasferimento alla casa circondariale del capoluogo.
Per qualificare il reato è fondamentale capire come è avvenuto esattamente il delitto mentre gli avvocati di Fait sono intervenuti con una lunga nota (sotto in forma integrale) per spiegare che la 63enne "aveva presentato denuncia a marzo e che la pm ha presentato al giudice richiesta di archiviazione". E' vittima di "un contesto evidentissimo di 'stalking condominiale' e che si chiedeva l'attivazione della procedura di Codice Rosso. Lei e i suoi familiari erano terrorizzati dalla situazione, increduli che – pure avendo denunciato i fatti di reato – nessuno li aiutava né li proteggeva. I colloqui con il Pubblico Ministero sono stati vani e neppure la richiesta reiterata di protezione ha avuto effetto".
La dinamica è chiara, ma restano da definire alcuni aspetti. "Stiamo cercando di capire la causa scatenante del gesto folle in quel momento, se può essere collegato alla situazione di conflittualità", ha commentato la pm Viviana Del Todesco in un'intervista ai microfoni Rai. "La persona ha camminato a piedi per mezz'ora, sembra che sia una consapevolezza successiva distante da una condizione psicologica del momento precedente. L'unica testimone oculare (l'anziana madre) non si ricorda, non ha riferito nulla perché in stato di shock o perché non si è resa conto. Quell'elemento rimane inesplorato". E sulle denunce. "Non ho curato il caso, ma la situazione difficile, forse non c'era il sentore di questa pericolosità".
A parlare di possibile condizione patologica è Enrico Zanalda.“Dalla descrizione disponibile dei fatti - dice il presidente della società italiana di psichiatria forense - non credo si possa parlare 'certamente' di premeditazione. Sembra di poter interpretare i fatti come il raggiungimento di una condizione di esasperazione per perduranti dispute di vicinato da parte di entrambe le persone coinvolte. Tuttavia per arrivare a un'azione cosi drammatica da parte del reo, è probabile che vi sia una condizione di patologia mentale che andrà accertata o esclusa dall'autorità giudiziaria. Per esperienza posso dire che i reati tra i vicini di casa, cosi come quelli intrafamiliari, più frequentemente sono commessi da persone con disturbi mentali”.
Il reato è stato commesso con un'accetta. “Sulla scelta dell'arma influisce la situazione logistica - aggiunge Zanalda - quello che in quel momento risulta facilmente accessibile al reo. Essendo delle case di campagna o comunque con possibili attrezzi agricoli, l'accetta è senz'altro uno dei più micidiali. Bisognerebbe comunque conoscere meglio le abitudini di vita e la condizione abitativa, oltre a porgli la domanda direttamente. Se invece si fosse procurato l'accetta appositamente per quello scopo la situazione è completamente diversa”.
Quali saranno le ripercussioni sui testimoni? “Sicuramente drammatiche. Aver assistito impotenti a una scena cos' tragica a scapito di una persona a cui sono affettivamente molto legati, è un trauma psichico rilevantissimo che condizionerà il loro benessere molto a lungo. Il trauma è maggiore di quello che avrebbero avuto se fosse stato un incidente stradale con lo stesso esito. Il fatto che sia l'esito di un'azione compiuta da un altro essere umano aggrava notevolmente l'entità del trauma. Aumenta il rimorso di aver perduto il congiunto per non avere compreso prima che il fatto potesse avvenire. Inconsapevolmente viene vissuta come una situazione più prevedibile e prevenibile di un incidente, oltre alla rabbia rivendicativa che genera nei confronti del reo”, conclude il presidente della società italiana di psichiatria forense.
LA NOTA DI FLAVIO DALBOSCO E ROSA MICHELA RIZZI, AVVOCATI DI MARA FAIT
Abbiamo appreso con sgomento dell’assassinio della signora Fait Mara da parte del suo vicino di casa e condòmino Shehi Zhyba Ilir. Noi sottoscritti avvocati di fiducia della signora Mara Fait, nell’esprimere la nostra vicinanza e le nostre condoglianze al figlio ed all’anziana madre, – per dovere di giustizia –, dobbiamo segnalare che la signora Mara Fait è stata assassinata a Rovereto in un contesto evidentissimo di “stalking condominiale” (art. 612-bis c.p.) (reato consistente in una serie di atti persecutori contro la vittima ed i suoi familiari).
Il 15.03.2023, la signora Fait Mara, nostro tramite, provvedeva a depositare presso la Procura della Repubblica di Rovereto una circostanziata e documentata denunzia-querela che ripercorreva gli accadimenti di anni di vessazioni, minacce e aggressioni in ambito condominiale subìte proprio da quel vicino che poi l’ha assassinata. Chiedeva infine l’applicazione delle misure cautelari ritenute più congrue ed opportune per la tutela sua e dei suoi familiari. In altre parole si chiedeva l’applicazione della procedura del c.d. 'Codice Rosso'.
Il 22.03.2023, a distanza di 7 giorni dal deposito della denuncia, ilpm presentava al Giudice richiesta di archiviazione sostenendo che “è compromessa l’attendibilità complessiva della Fait in quanto la vicenda viene ricondotta in un più ampio teatro di contrasto di vicinato condominiale”. Nessuna indagine; nessuna audizione dei testi indicati e della denunziante; nessuna applicazione delle misure cautelari di protezione della vittima denunziante: eppure la denuncia era corredata da 19 documenti tra cui certificati del Pronto Soccorso e da 11 testimoni dei fatti. Eppure il Shehi Ziba Ilir era già stato condannato per fatti similari.
L’udienza di opposizione alla richiesta di archiviazione è stata fissata al 26 settembre 2023. La signora Mara Fait ed i suoi familiari erano terrorizzati dalla situazione, increduli che – pure avendo denunciato i fatti di reato – nessuno li aiutava né li proteggeva. I colloqui con il Pubblico Ministero sono stati vani e neppure la richiesta reiterata di protezione ha avuto effetto. Fait Mara è stata lasciata sola e terrorizzata con la vecchia madre affidata alla sua assistenza.
Dopo l’approvazione del c.d. 'Codice Rosso', la sostanza del messaggio che le istituzioni mandano ai cittadini è “denunciate perché vi proteggeremo e gli strumenti di legge ci sono”. Mara Fait ha denunciato: nessuna indagine è stata fatta; non è stata sentita né ascoltata dalla magistratura né sono state accolte le sue richieste di protezione; il processo è proseguito per opporsi alla richiesta di archiviazione ma si è invece arrivati alla morte di chi ha denunciato. La legge esiste, il c.d. 'Codice Rosso' è stato approvato per difendere le vittime di tali reati; ma ancora oggi la vittima non è stata creduta, è stata liquidata in maniera sbrigativa e lasciata sola in una grave ed evidente situazione di stalking. Che altro doveva succedere per attivarlo? Le vittime devono essere protette ed aiutate con l’applicazione della legge, è disumano lasciare che una donna sia ammazzata quando la si poteva proteggere, disponendo degli strumenti per farlo.


















