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Chico Forti, 'Ok' del giudice per vedere la famiglia a Trento, la polizia penitenziaria: ''Amarezza e smarrimento. Tante domande ferme. No a giustizia 'due pesi e due misure'''

La vicenda di Forti fa emergere sempre più disparità di trattamento e dopo l'incontro in pompa magna con la premier Meloni con tanto di diretta al Tg1 e i festeggiamenti dei politici di ogni schieramento, oggi è arrivato l'annuncio, sempre di un politico, Andrea Di Giuseppe, parlamentare di Fratelli d'Italia che il giudice avrebbe già concesso il permesso al condannato di visitare la famiglia a Trento. La presa di posizione del sindacato di polizia penitenziaria

Di Luca Pianesi - 21 maggio 2024 - 18:07

VERONA. ''Per noi servitori dello Stato che ogni giorno in carcere combattiamo, per conto dello Stato, una battaglia oscura ma importante per il rispetto della legalità, il sentimento di amarezza e di smarrimento è molto diffuso alla notizia che Chico Forti, condannato per omicidio negli Stati Uniti e sabato scorso tornato in Italia, potrà lasciare temporaneamente il carcere per incontrare la madre". Così, in una nota, Aldo Di Giacomo, segretario generale del Sindacato polizia penitenziaria esterna tutto il proprio rammarico per una vicenda che giorno dopo giorno colleziona sempre più elementi di ambiguità e stranezza.

 

Forti è rientrato in Italia da condannato in via definitiva (che ha anche dovuto ammettere di essere un omicida per poter ottenere il trasferimento) ed è stato accolto in pompa magna dalle massime cariche dello Stato (la premier Meloni su tutti con tanto di diretta sul Tg1, ma messaggi di gioia e felicitazioni sono arrivati da ogni parte politica) quasi fosse un eroe nazionale. Eppure una volta atterrato all'aeroporto è stato prontamente trasferito in carcere perché la condanna è perfettamente valida anche in Italia (e tolte alcune ricostruzioni più o meno giornalistiche non è mai emersa alcuna prova concreta che potesse riaprire il caso in America). Un trattamento che non è mai capitato prima a nessun condannato e che, certamente, non capiterà più in futuro (tra l'altro ad oggi sono più di 2.600 gli italiani incarcerati in giro per il mondo dei quali nessuno parla e si interessa).

 

In queste ore, poi, dopo pochissimi giorni dal ritorno in Italia, sarebbe anche già arrivato il permesso dal giudice per visitare la famiglia a Trento. E a dimostrazione del fatto che la vicenda (personale e dolorosa e, lo ripetiamo per l'ennesima volta, non si può che essere contenti che Forti sia tornato in Italia anche se in carcere, per riavvicinarsi a famiglia e cari) è sempre stata strumentalizzata dalla politica (nazionale e locale) pro bono di sé stessa a rendere nota la decisione del giudice c'ha pensato ancora una volta un politico, Andrea Di Giuseppe, parlamentare di Fratelli d'Italia che ha seguito il caso Forti. Uno di quelli che si è spesi per facilitare il trasferimento in Italia del 65enne in carcere a Miami per 24 anni e condannato all'ergastolo

 

E mentre la stampa informa su come Forti si trovi bene nelle carceri italiane, di quanto stia mangiando e altre amenità simili arriva la nota della polizia penitenziaria carica di amarezza lamentando come mai si fosse vista una così celere pronuncia dei magistrati di sorveglianza rispetto ad altre situazioni simili. E - lamenta il sindacalista - sono tantissime quelle "in sospeso da tempo". "Da quanto ci risulta lo stesso provvedimento adottato per Forti - evidenzia - ha bisogno di settimane di attesa e non di pochi secondi oltre a riguardare casi particolarmente gravi come il rischio di vita del congiunto da incontrare, evenienza che non è valida per Forti".

"Non è in alcun modo giustificabile - aggiunge il sindacalista - un sistema giudiziario 'a due pesi e due misure' perché introduce innanzitutto sfiducia nel personale penitenziario al quale lo Stato chiede il massimo rispetto del regolamento penitenziario sino a pagarne direttamente, come riprova l'alto numero - 250 - di provvedimenti disciplinari, mentre si allargano le 'maglie' per detenuti con condanne per reati gravi. Accade invece, come abbiamo denunciato nei giorni scorsi, che un ottantenne, già agli arresti domiciliari, è tornato in carcere a Santa Maria Capua Vetere per scontare una pena residua. Purtroppo non è l'unico caso. Al 2023 i detenuti in carcere con 70 anni e più sono 1208 (di cui 38 donne), e alcune decine i detenuti over 80 anni. Un quadro allarmante che - continua Di Giacomo - dovrebbe orientare i magistrati a non appesantire la situazione tanto più che i detenuti anziani, ad eccezione dei capo clan e uomini di spicco della criminalità organizzata, vivono la detenzione in condizioni di maggiore difficoltà, tanto più che in altri casi si usano benefici di pena. Tutto questo aggravando il già pesante lavoro del personale penitenziario che in molti casi deve fare da "badante" ai più anziani e che vive la condizione di disparità di trattamento e detenzione tra detenuti", conclude la nota.

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