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Trento
01 marzo | 09:59

Il Trentino spende mezzo milione nella gestione grandi carnivori. "Le rimozioni necessarie ma la popolazione deve elaborare che non c'è il rischio zero"

L'associazione teriologica italiana, composta dai massimi esperti di mammiferi italiani, ha fatto il punto sulla gestone degli orsi in Trentino stilando una serie di consigli e di indirizzi

Il Trentino spende mezzo milione nella gestione grandi carnivori

TRENTO. Il ritorno a un'adeguata accettazione sociale nei confronti dei grandi carnivori e in questo contesto la rimozione degli orsi problematici non deve essere un tabù. Un'informazione trasparente e capillare ma anche la consapevolezza che il "rischio zero" di aggressioni o di attacchi non esiste. La possibilità di favorire le attività di ricerca, con finanziamenti, e lasciare piena accessibilità dei dati. Agevolare l'espansione territoriale degli esemplari per migliorare il flusso genetico da e verso la Slovenia e un aggiornamento delle procedure e dei protocolli. Questa in estrema sintesi, la posizione dell'associazione teriologica italiana sulla gestione dei plantigradi nelle Alpi centro-orientali.

 

L'abbattimento di esemplari problematici, purché sia agisca con rigore tecnico e nel perimetro delle regole, il piano Pacobace in primis, può migliorare la convivenza tra uomo e orso e mantenere i territorio in sicurezza ma naturalmente informazioni e prevenzione sono le basi di partenza.

 

Accanto a questo deve esserci "un’elaborazione e accettazione da parte della società della presenza di questo rischio, che va affrontato con la razionalità e la preparazione tecnica con cui vengono affrontati i rischi di origine naturale". Un lungo documento dell'associazione teriologica italiana per ricordare le tappe del Life Ursus e le possibili soluzioni per un cambio di passo nella gestione dei grandi carnivori, ritenuto necessario dopo anni di tensioni con la convivenza entrata definitivamente in crisi con la tragedia dei boschi di Caldes di quasi un anno fa.

 

I dati, recentemente diffusi, parlano di una popolazione dei plantigradi stimata in 98 esemplari (la stima del 2021 era di 85 orsi), mentre quella del lupo è stabile e si attesta sui 200 individui stimati, che formano 30 branchi (Qui articolo). Per la gestione dei grandi carnivori lavorano 5 persone a livello centrale (Settore grandi carnivori) e 70 a livello periferico (Corpo forestale trentino).

 

Si spendono circa 500.000 euro all’anno (costi vivi, risorse della Provincia). Dal 2003 l’organizzazione delle emergenze prevede l’attività di Squadre di emergenza e dei coordinatori, di una squadra catture/abbattimenti, di un Nucleo cinofilo e del Supporto veterinario. 

 

Gli orsi problematici sono in genere meno del 5% della popolazione. Gli orsi pericolosi: in 10 anni dal 2014 in Trentino si sono registrati 8 attacchi all’uomodi cui uno mortale, e 16 falsi attacchiSono stati 8 gli animali rimossi in 15 anni (2 abbattuti, 5 captivati, 1 - Daniza - morì durante la cattura. In 4 casi molto confidenti e in 4 aggressivi), molti di più quelli nei confronti dei quali sono state fatte opere di dissuasione.

 

Una lunga Conferenza in Provincia per cercare di fare il punto della situazione dai metodi di dissuasione alle misure di prevenzione come recinti elettrificati e cani da guardiania, dal ruolo di Ispra all'esperienza in Slovenia, dagli attacchi agli spray anti-orso. La richiesta, interessante, è di attivare un tavolo solo sul lupo (Qui articolo).

 

Un quadro necessario perché a inizio del mese prossimo si discute della modifica della legge sugli orsi, norma che modifica poco l'impianto ma che in parte recepisce le indicazioni sulla possibilità di rimuovere fino a 8 esemplari (ma l'intervento deve essere compatibile con i criteri tecnici e con il Pacobace). Un'occasione, quella della Conferenza d'informazione "La gestione dei grandi carnivori in Trentino", per le associazioni ambientaliste per chiedere un passo in avanti nell'informazione e nella trasparenza delle azioni della politica (Qui articolo). 

 

A intervenire anche l'associazione teriologica italiana. "In Trentino, il primo caso di mortalità umana causata da un orso (aprile 2023) ha scatenato una forte reazione emotiva e una tempesta mediatica di enormi proporzioni. L’accaduto ha aperto riflessioni e discussioni, sia per il destino dell’orsa ritenuta responsabile dell’incidente, identificata geneticamente e denominata come Jj4, sia, più in generale, sulla gestione dell’intera popolazione ursina delle Alpi centro-orientali. In questo contesto, siamo consapevoli che la gestione faunistica richiede un processo decisionale a cui concorrono diversi fattori e competenze eterogenee, ma l’approccio che l’associazione sostiene ed incoraggia è quello basato sulla presa in conto delle migliori e più aggiornate conoscenze scientifiche nelle prassi decisionali".

 

L’associazione teriologica italiana ritiene che nella gestione dell’orso: sia imprescindibile adottare come guida criteri tecnici oggettivi e scientificamente fondati per operare delle scelte efficaci dal punto di vista ecologico, economico e sociale. Nella gestione dei conflitti con i grandi carnivori, le scelte gestionali devono integrare gli aspetti tecnici e biologici con quelli sociali, in quanto prerequisito per la conservazione delle specie è un'adeguata accettazione sociale e una riduzione dei conflitti.

 

 

A questo fine è fondamentale che siano favorite le attività di ricerca a lungo termine, che permettano di aumentare le attuali conoscenze relative, in primis, ai parametri di dinamica di popolazione, alla sua consistenza e distribuzione e al comportamento degli orsi. L’incremento della conoscenza deve essere supportato non solo a livello economico, ma togliendo ogni potenziale impedimento o limite, per esempio mettendo in piena condivisione e accessibilità i dati dei monitoraggi al fine di permettere il massimo sviluppo di una libera ricerca scientifica.

 

Come previsto dal Pacobace, la rimozione di individui problematici è una azione necessaria primariamente per evitare rischi per le persone, ma anche per favorire l’accettazione sociale della specie a livello locale. Tale rimozione, se mirata, non comprometterebbe attualmente il mantenimento della popolazione in uno stato favorevole di conservazione.

 

Per la riduzione dei conflitti e dei rischi per l’uomo sia cruciale, spiega l'associazione teriologica italiana, realizzare una strategia di comunicazione coerente e mirata nei confronti dei diversi portatori di interesse e di un pubblico generalista. È indispensabile fornire informazioni in modo chiaro e continuo a chi vive in montagna e a chi la frequenta per lavoro o per piacere, prevedendo un coinvolgimento attivo delle comunità locali. Questa è un'azione di conservazione fondamentale, che aiuterebbe ad assicurare la persistenza a lungo termine della popolazione di orso e livelli di rischio accettabili.

 

È importante sottolineare che, laddove orsi e umani coesistono, "il rischio di incidenti, anche mortali, non potrà mai essere azzerato, anche se si mettono in pratica azioni efficaci per la riduzione. È pertanto fondamentale lavorare per far sì che ci sia un’elaborazione e accettazione da parte della società della presenza di questo rischio, che va affrontato con la razionalità e preparazione tecnica con cui vengono affrontati i rischi di origine naturale. Tutto il personale coinvolto in azioni di amministrazione, gestione, comunicazione o educazione deve evitare di contribuire a diffondere il messaggio errato che sia possibile raggiungere il “rischio zero” di un attacco da parte degli orsi".

 

La riduzione dei conflitti attraverso efficaci opere di prevenzione risulta essere di primaria importanza per il mantenimento della popolazione in uno stato di conservazione soddisfacente. "Fondamentale è anche il sostegno degli enti pubblici e della comunità nei confronti di chi si trova a dover mantenere e gestire tali opere".

 

Le misure e le politiche gestionali della popolazione di orso nelle Alpi, in virtù della loro potenziale conflittualità con le attività antropiche, devono essere aggiornate e definite attraverso processi decisionali oggettivi, trasparenti, basati su solide conoscenze scientifiche, e soprattutto partecipativi di tutte le componenti sociali.

 

"Non sussistono evidenze scientifiche che giustifichino la rimozione di un numero importante di orsi con lo scopo di diminuirne la consistenza e le interazioni con gli umani. Tale azione generalizzata non garantirebbe la rimozione di individui problematici e quindi la riduzione dei conflitti, allo stesso tempo non è possibile valutare quali sarebbero le risposte comportamentali degli orsi rimanenti. In assenza di certezze relative all’efficacia di tali interventi, è invece certo che la rimozione di un numero consistente di orsi rischierebbe di compromettere lo stato di conservazione della popolazione. Malgrado la popolazione di orso delle Alpi centro-orientali sia in crescita numerica, persistono minacce che non garantiscono uno stato di conservazione favorevole della specie nel lungo periodo ai sensi della direttiva Habitat".

 

È opportuno, conclude l'associazione teriologica italiana, "agevolare l’espansione della popolazione di orsi e creare condizioni favorevoli all'instaurarsi di un flusso genico spontaneo da e verso la Slovenia che contrasti l’attuale riduzione di variabilità genetica". 

 

Quadro conoscitivo sull’orso Ai sensi della Direttiva Habitat (92/43/CEE), l’orso è una specie di interesse comunitario che richiede una protezione rigorosa

In Italia sono presenti due popolazioni: quella delle Alpi centro-orientali (divisa in due nuclei: il primo nelle Alpi centrali, cui fa riferimento il presente documento, e l’altro nelle Alpi orientali, a cavallo tra Austria e Slovenia), e quella appenninica. Obiettivi, metodi e azioni per la conservazione della popolazione di orso bruno alpina sono contenuti nel Piano d’Azione interregionale per la conservazione dell’Orso bruno sulle Alpi centro-orientali (Pacobace), elaborato sulla base delle migliori conoscenze scientifiche, di un ampio processo di partecipazione e discussione e pubblicato nel 2010.

 

Il progetto Life Ursus

Il progetto di reintroduzione dell’orso bruno nelle Alpi centrali ha beneficiato di un finanziamento europeo della durata complessiva di 8 anni, denominato Life Ursus, avviato nel 1996 dal Parco Naturale Adamello Brenta, in collaborazione con la Provincia di Trento e l’Istituto nazionale per la fauna selvatica (Infs, oggi confluito in Ispra).

 

Il rilascio degli animali è stato preceduto da un approfondito studio di fattibilità, redatto nel 1998 dall’Infs, che ha discusso l’opportunità della reintroduzione nelle Alpi centrali dal punto di vista ecologico e socioeconomico. In particolare, le indagini hanno valutato l’idoneità ambientale delle aree occupate dagli ultimi orsi presenti nel Gruppo di Brenta e individuato l’estensione dell’area in grado di ospitare una minima popolazione vitale di 40-60 individui.

 

La minima popolazione vitale indica il numero minimo di individui in una popolazione necessari per assicurane la sopravvivenza nel medio-lungo periodo. L’area individuata comprendeva tutto il Trentino occidentale e parti di Lombardia, Alto Adige e Veneto (6.500 chilometri quadrati).

 

Su tale area sono state applicate tutte le azioni previste dal progetto di reintroduzione. Lo studio, tuttavia, sottolineava come le probabilità di sopravvivenza della nuova popolazione sul lungo periodo fossero legate a un’ulteriore espansione territoriale che permettesse l’instaurarsi di un flusso genico con la popolazione presente nelle Alpi orientali. Inoltre, l’indagine demoscopica condotta sulla popolazione locale in quegli anni nell’area di progetto (fra Provincia di Trento e Bolzano, Lombardia e Veneto) indicò che la maggior parte degli intervistati (tre persone su quattro) fosse favorevole a un intervento di reintroduzione a tutela della popolazione di orsi residua.

 

È importante, tuttavia, ricordare come già allora circa un terzo degli intervistati avesse dichiarato che avrebbe diminuito il numero di escursioni in montagna in caso di immissione di orsi, a indicare la paura di possibili aggressioni nei confronti dell’uomo.

 

La popolazione delle Alpi centro-orientali

La consistenza stimata alla fine del 2021, ultimo monitoraggio genetico condotto, è di 78 orsi [intervallo di confidenza 73-92, piccoli dell’anno esclusi; femmine stimate 40 (intervallo 37-47), maschi stimati 38 (intervallo 36-45). Tali valori confermano la correttezza delle previsioni ottenute nello studio di fattibilità, che prevedeva un tasso di crescita annuo compreso tra il 5 e il 10%, e quindi stimava il possibile raggiungimento di 70 individui in 18 anni. L‘areale a cui si riferisce questa stima comprende le Alpi centro-orientali fra le regioni Lombardia, Trentino-Alto Adige e Veneto, compresa parte dell’Austria e della Svizzera in cui sono tuttora presenti in modo irregolare solo maschi in dispersione.

 

L’area di presenza delle femmine è limitata invece al Trentino occidentale, a ovest del fiume Adige. Nell'orso, l’espansione e la colonizzazione di nuovi territori, specialmente da parte delle femmine, è un processo molto lento. Infatti, sono soprattutto i giovani maschi ad allontanarsi, compiendo spostamenti anche di centinaia di chilometri in pochi giorni (dispersione), mentre le femmine tendono a rimanere prossime alle aree di nascita.

 

Nel complesso, tra il 2005 e il 2022, un minimo di 53 orsi maschi si sono allontanati dall’areale centrale della popolazione alpina (Trentino centro-occidentale) verso le regioni e gli stati confinanti, ma di questi più di due terzi sono morti, scomparsi, o rientrati. Al contrario, nessuna dispersione di femmine è stata documentata a oggi.

 

Tuttavia, nell’ultimo triennio si sono fatte sempre più frequenti le segnalazioni di femmine accompagnate da prole in Lombardia al confine con il Trentino-Alto Adige, a nord del gruppo di Brenta settentrionale e in Trentino meridionale, indice del tentativo di espansione geografica della popolazione oltre la core area storica. L’espansione della popolazione verso est è ostacolata dalla presenza di una densa rete infrastrutturale e urbana, cui si sommano barriere “sociali” derivanti da una bassa accettazione sociale e la mortalità degli individui in dispersione.

 

Studi svolti sulla popolazione alpina hanno dimostrato che gli orsi tendono ad evitare le persone, modificando i ritmi di attività (riposando di giorno e muovendosi nelle ore crepuscolari e notturne) e la loro distribuzione (frequentando aree a maggiore copertura forestale, meno frequentate dalle persone e più inaccessibili). La mitigazione dell'impatto delle infrastrutture, la riduzione del disturbo, e il miglioramento della connettività, favorirebbero l’espansione della popolazione alpina in Italia e verso Austria, Svizzera e Slovenia, territori che offrono notevoli possibilità di espansione, come hanno dimostrato i modelli di idoneità ambientale elaborati nel corso degli anni.

 

La mortalità indotta dall’uomo (volontaria e accidentale) è attualmente il principale fattore di regolazione del numero di orsi nelle Alpi centrali e si stima sia la causa del 60% della mortalità di orsi adulti, oltre a influenzarne negativamente la dispersione, ostacolando quindi un naturale ampliamento dell’areale dell’orso. Nonostante attualmente la popolazione alpina mostri una crescita media annua del 10%, la sopravvivenza della stessa a lungo termine è da considerarsi a rischio in caso di aumento della mortalità, in particolare quella femminile. Infatti i fattori che maggiormente influenzano la dinamica delle popolazioni di orso sono il numero e la sopravvivenza delle femmine adulte, il numero di femmine che si riproducono e la sopravvivenza dei giovani.

 

La diminuzione della variabilità genetica rappresenta un’altra importante minaccia nel medio-lungo termine per la conservazione della popolazione alpina, ed è dovuta al basso numero di individui fondatori (due maschi e cinque femmine), al mancato scambio genico con la popolazione più vicina, quella dinarica, e all’impossibilità di venire a contatto, nel breve tempo, con altre popolazioni.

 

Nel 2010 e con maggior dettaglio nel 2023, sono stati osservati un aumento della consanguineità e un trend negativo di alcuni indici di diversità genetica. Questo processo può causare una riduzione della fertilità e una maggiore suscettibilità a malattie, con conseguenti effetti negativi sulla popolazione. In questo senso, la diversità genetica potrebbe essere ripristinata garantendo un costante e intenso flusso genico spontaneo con la vicina popolazione dinarica attraverso corridoi ecologici.

 

Gli orsi "problematici" e gli strumenti gestionali

Il Pacobace contiene indicazioni e procedure d’azione nei confronti degli orsi problematici, che sono coerenti con un più recente (2015) documento sulla gestione degli orsi problematici in Europa. Con il termine orso problematico, si intende generalmente un individuo la cui dannosità (alle proprietà e/o alle persone) è ripetuta e frequente al punto da rappresentare una questione gestionale da affrontare in maniera risolutiva.

 

Categoria estrema degli orsi problematici sono quelli considerati pericolosi, ossia il cui comportamento è manifestamente aggressivo nei confronti delle persone, ponendo quindi seri rischi di incolumità pubblica. Misure gestionali preventive per far fronte agli orsi problematici vanno attuate in modo routinario e includono la prevenzione dei danni, la messa in sicurezza delle fonti di cibo antropiche, l’indennizzo dei danni subiti, l'educazione, la formazione del personale e la comunicazione al pubblico.

 

Per la popolazione di orso alpina, la gestione degli orsi problematici prevede come extrema ratio la rimozione degli individui classificati come tali, rimozione che può avvenire tramite captivazione permanente o abbattimento. Tali azioni sono peraltro contemplate dalla normativa europea che prevede una deroga allo status di protezione a patto che non esistano altre soluzioni valide e che l'intervento non pregiudichi lo stato di conservazione della specie. Può essere prevista la rimozione di orsi che si rendono responsabili di attacchi a persone o che manifestano comportamenti di particolare confidenza o dannosità. In Trentino, complessivamente, tra l’avvio del progetto di reintroduzione (maggio 1999) e agosto 2023, sono stati registrati 7 casi di attacco (definito come un'interazione con contatto fisico e ferimento) da parte dell'orso alle persone nelle Alpi centro-orientali, di cui un caso mortale e i restanti con ferimenti di varia entità.

 

Nella maggior parte dei casi (5 su 7), questi attacchi hanno coinvolto femmine con piccoli al seguito e la dinamica degli attacchi, in linea con quanto già noto sulla specie a livello globale, risponde a comportamenti difensivi delle madri nei confronti dei piccoli. Il rapporto Ispra-Muse redatto nel 2021, nell’ambito dei lavori del tavolo tecnico-scientifico per la gestione dell’orso nella provincia di Trento, evidenzia che il numero di orsi che manifestano comportamenti problematici ogni anno è rimasto costante dal 2005 al 2020, compreso tra 0 e 3 individui.

 

L’importanza delle attività di comunicazione

Uno dei fattori imprescindibili per garantire la conservazione dell’orso è l’accettazione sociale. Il già menzionato studio di fattibilità individuava la necessità di lavorare su questo aspetto e in particolare, di informare costantemente la cittadinanza sulla potenziale pericolosità degli orsi per le attività umane e per le persone. Dopo una intensa fase di comunicazione, attuata anche grazie ai fondi europei durante gli anni di realizzazione del progetto Life Ursus, le attività divulgative sono state indicate come una delle sei linee di intervento da portare avanti per la gestione ordinaria dell’orso da parte della Giunta provinciale della Provincia Autonoma di Trento (Delibera n. 1428 e 1988 del 2002), rimandando alla stesura di uno specifico piano di comunicazione.

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