Inchiesta Benko, il Trentino a 16 anni da “Giano Bifronte” è punto e a capo tra questioni mai risolte, "Autonomia dei piaceri" e curiose coincidenze
Due inchieste gemelle, fili rossi e nomi ricorrenti: nel 2008 è stata “Giano Bifronte”, oggi tocca all'indagine "Benko". Il Trentino con un nuovo tsunami giudiziario torna a guardarsi allo specchio e scoprirsi sinistramente simile a quello del passato tra favori, intrecci e "piazeroti"

TRENTO. Un profondo e ramificato scandalo giudiziario in Trentino a ridosso delle elezioni che arriva all’improvviso e che sconvolge il panorama politico, imprenditoriale e amministrativo del territorio tra arresti, misure cautelari e indagati di primo piano.
Oggi la chiamiamo inchiesta “Romeo” o Benko, qualche anno fa la stessa cosa veniva nominata “Giano Bifronte”. Due inchieste ben diverse, sia chiaro; eppure così simili e un intreccio da sottolineare: se nei primi anni 2000 uno dei protagonisti dell'inchiesta era l'architetto di Arco, Marco Angelini, oggi lo è Paolo Signoretti che in passato, curiosa coincidenza, lavorava proprio nello studio di Angelini. Inchieste che affondano le proprie radici in un mondo che viene raccontato, tra intercettazioni, ricostruzioni e capi di accusa, in maniera talmente trasparente da diventare inquietante.
'Piazeropoli', potremmo ribattezzarla noi più che Tangentopoli visto che qui ci muoviamo su un equilibrio fatto di 'piazeroti' (piccoli piaceri alla trentina) in cambio di poche migliaia di euro, scambi di materassi, quadri comprati per altri, roba davvero di basso livello che definirle ''tangenti'' appare decisamente troppo. ''Piazeroti'' la parola più appropriata.
C’è un passato e un presente, o se vogliamo c’è l’attualità e c’è un precedente. Certe cose non cambiano, evidentemente. Ma arriverà anche il momento della resa dei conti, quella vera, di un’Autonomia sempre più sfilacciata e avvinghiata su sé stessa, che concretizza i suoi diritti e doveri nell’intramontabile immagine della “magnadora” in cui tutti dal Sistema hanno da guadagnare. Di riffa, di raffa, di rimbalzo.
L’autonomia come spartizione di piaceri, piccoli e grandi, in cui “vincono” tutti e di cui nessuno (fino a che non arriva la Finanza, si intende) sembra chiedere conto.
E allora non sorprende verificare, senza particolare necessità di rimestare nel torbido o scavare chissà quanto in profondità, che dei fili rossi (e persino dei nomi) uniscono le due inchieste lontane 16 anni ma vicinissime nelle loro dinamiche.
Facciamo un passo indietro.
GIANO BIFRONTE
Sono le 7 del mattino di martedì 16 settembre 2008 quando suona il campanello di casa Grisenti. Grisenti Silvano, già assessore provinciale ai lavori pubblici e presidente di Autostrada del Brennero.
È il momento esatto in cui deflagra l'inchiesta "Giano Bifronte", uno dei più significativi scandali giudiziari in Trentino negli anni 2000. Di sicuro quello più mediatico e "diffuso".
L’inchiesta è coordinata dai pubblici ministeri Pasquale Profiti e Alessia Silvi, e nel giro di poche ore quel 16 settembre vengono eseguiti arresti e misure cautelari che coinvolgono figure di primo piano: tra questi, Fabrizio Collini, imprenditore noto come "il re degli appalti", e l’architetto Marco Angelini. E un’altra quindicina di persone vengono iscritte nel registro degli indagati, fra cui nomi illustri come il già citato Silvano Grisenti e Mario Malossini, figura di spicco di Forza Italia e presidente della Commissione dei 12.
Le accuse spaziano da corruzione a turbativa d’asta, concussione e truffa.
Il copione, diciamolo, è più o meno sempre quello: dagli atti emerge un intreccio tra politica, amministrazione e imprenditoria, con la gestione degli appalti pubblici finalizzata, secondo l'accusa, a consolidare consensi politici e favorire imprese amiche. Il “teatro” non manca mai (Grisenti è soprannominato "Caterpillar" per la sua capacità di controllo del sistema), ma dopo la chiusura del sipario, almeno mediaticamente, nel giro di qualche anno arrivano anche le condanne. E neanche troppo leggere.
ARCHITETTI
Un ruolo centrale in quell’inchiesta lo gioca anche l'architetto Marco Angelini. L'architetto arcense d’altronde è stato, tra la fine degli anni Novanta e i primi del Duemila, uno dei perni attorno a cui sono ruotate molte delle scelte della Margherita e in particolare di Silvano Grisenti.
Un ruolo, quello dell'architetto, spesso svolto nell'ombra, lontano dai riflettori, in cui consigliava, suggeriva e influenzava le strategie da adottare: un'attività che gli era valsa l'appellativo, a lui peraltro non particolarmente gradito, di "Cardinale Richelieu" della Busa.
Nel 2008 Angelini è accusato di turbativa d’asta e corruzione: secondo le indagini, avrebbe partecipato a un sistema che facilitava l'aggiudicazione degli appalti pubblici attraverso procedure irregolari. Tra le accuse mosse nei suoi confronti, il sospetto di aver collaborato con altri indagati per influenzare i bandi e assicurarsi vantaggi economici, a danno della trasparenza amministrativa. Alla conclusione delle indagini (che avevano portato anche a tante archiviazioni con gli indagati che erano riusciti a dimostrare la loro innocenza come ci si augura potranno fare anche le figure coinvolte in questa inchiesta), nel dicembre 2008 aveva patteggiato a 1 anno e 3 mesi e 200 mila euro di risarcimento allo Stato, stando alle fonti giornalistiche dell'epoca.
Tra i suoi fedelissimi, fino a qualche anno prima dei fatti, c’è un giovane Paolo Signoretti. Che a distanza di 16 anni nelle carte degli inquirenti sembra occupare un ruolo simile in un’inchiesta che mescola, ancora, politica, appalti, piaceri rimandando un'immagine (perché lo ribadiamo ancora: nulla è definito e spetterà ai magistrati appurare colpe e responsabilità) del sistema tutt'altro che edificante.
SIGNORETTI
E così veniamo ai giorni nostri. “Romeo” Benko, Santi, i “piazeroti”, lo tsunami giudiziario.
Secondo l’accusa, il ruolo di Paolo Signoretti, imprenditore e uomo capace di muovere la politica locale, è quello di aver manovrato potentati pubblici e privati del territorio per favorire Benko.
Insomma, un ruolo chiave nel processo di infiltrazione del “cattivissimo” austriaco nel tessuto economico-sociale trentino e altoatesino; e una figura di riferimento per gli associati.
Signoretti, classe ’79 trentino, sembra essere il classico filo rosso che unisce tutti i puntini della vicenda: è indagato per i contributi elettorali al sindaco di Arco Alessandro Betta e all’ex assessore provinciale Luca Zeni, per la sponsorizzazione alla Cestistica Rivana, società di basket di cui è ex presidente la sindaca di Riva Cristina Santi, e per i finanziamenti all’amico Andrea Merler, vicepresidente di Patrimonio del Trentino.
Insomma, un quadro impietoso quello delineato dall'accusa. Impietoso ma di fatto non sorprendente, considerando che Signoretti e Heinz Peter Hager, il suo "corrispettivo" altoatesino in questa vicenda, tra di loro si dicevano: "Le norme in Trentino basta cambiarle".
I protagonisti dell'inchiesta 2008, dal vivo e negli sms di cellulari di "prima generazione" si dicevano probabilmente le stesse cose. Se non cambierà davvero qualcosa, finirà che metteremo alla prova il famoso detto "non c'è due senza tre".












