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Trento
05 settembre | 06:01

Suicidi, in Trentino quasi 50 casi all'anno, ecco quali sono i campanelli d'allarme e come comportarsi in caso d'emergenza

I numeri preoccupano e l'attenzione degli specialisti è rivolta anche i più giovani, al via la campagna di prevenzione "Non esiste un solo modo. Per trovare aiuto l’importante è fare il primo passo”. La psicologa e psicoterapeuta Martina Segatta:"Importante parlarne in modo adeguato, corretto e funzionale"

TRENTO. In provincia di Trento si stimano, ogni anno, tra i 40 e i 50 suicidi: un dato preoccupante e che rivela come l'incidenza sul territorio sia tra le più alte in tutta la penisola. Nel dettaglio, questi i numeri: 46 nel 2019, 59 nel 2020, 45 nel 2021 (Fonte Istat) e, anche se non ancora confermati in via ufficiale, 51 nel 2022 e 42 nel 2023.

 

Analizzando l'evoluzione del fenomeno, come conferma la psichiatra referente Apss per il progetto di prevenzione “Invito alla vita” Wilma Di Napoli, dopo un considerevole aumento nel 2020 e una riduzione l'anno successivo, i casi sono tornati a crescere nuovamente nel 2022, con il trend nuovamente in leggera discesa dal 2023.

 

Al di là dei numeri, vien da sé come il fenomeno desti preoccupazione, con la categoria più a rischio che rimane quella degli gli anziani, anche se l'attenzione degli specialisti è rivolta anche all'aumento dell'incidenza tra i più giovani, il cui disagio crescente è testimoniato anche dall'incremento degli accessi ai servizi sanitari, soprattutto per i soggetti tra i 18 e i 25 anni, che nella fase pandemica e post pandemica, come spiega Di Napoli, sono all'incirca triplicati.

 

PREVENZIONE FONDAMENTALE 

 

Fondamentale, appare evidente, è lavorare in ottica preventiva e a tal proposito - in occasione della Giornata Mondiale della Prevenzione del Suicidio in programma il 10 settembre - a livello regionale verrà lanciata una campagna congiunta tra il Forum Prevenzione di Bolzano in collaborazione con “Invito alla vita”, progetto promosso da Apss e coordinato dall'associazione A.M.A di Trento.

 

“Non esiste un solo modo. Per trovare aiuto l’importante è fare il primo passo”, questo il titolo dell'iniziativa e sono varie le iniziative che verranno messe in campo: una campagna social, che partirà il 6 settembre, che prevede interviste a professionisti ed esperti, ma anche a persone che hanno perso una persona cara, e un ciclo di post informativi che approfondiranno alcuni “falsi miti” sul suicidio.

 

Dal 9 settembre verrà distribuito anche l'opuscolo formativo “Non ce la faccio più”: rivolto alle persone che per vari motivi stanno affrontando questo tema, sarà scaricabile dal sito dell'associazione A.M.A e sarà presente anche nelle biblioteche e negli enti locali (tra cui la città di Trento) che aderiranno, il 10 settembre, alla campagna che prevede l'illuminazione dei monumenti di giallo e di arancione per dare visibilità alla tematica.

 

In programma anche una mostra bibliografica (dal 9 al 14 settembre) alla biblioteca comunale di via Roma a Trento e due eventi in presenza: il 15 settembre i volontari di Telefono Amico Trento saranno presenti al pomeriggio, con un gazebo posto all'angolo tra via Oss Mazzurana e Via Oriola, per coinvolgere i cittadini sulla possibilità di esprimere in maniera aperta e diretta tutte le proprie emozioni e pensieri riguardanti il suicidio, con la consapevolezza che uno spazio sicuro in cui esprimerli sia anche il primo passo verso la prevenzione.

 

Il 23 ottobre alle 14 si terrà poi il seminario “Tutto Annodato: dialogo sulla prevenzione del disagio e del suicidio giovanile” in programma al Dipartimento di Sociologia e il 5 novembre alle 20, sui canali social dell’associazione A.M.A., si terrà un evento online di approfondimento sul progetto “Invito alla Vita” e sui servizi del territorio.

 

L'ANALISI DELLA PSICOLOGA E PSICOTERAPEUTA MARTINA SEGATTA

 

Per comprendere meglio il fenomeno, ma anche i tratti fondamentali della campagna di prevenzione, abbiamo intervistato la psicologa e psicoterapeuta Martina Segatta, referente del progetto per A.M.A.

 

“È fondamentale trasmettere l'importanza di parlare in modo adeguato, corretto e funzionale del tema del suicidio” premette Segatta, spiegando come questo rappresenti un tabù nella nostra società, e in generale nella cultura occidentale: “Spesso si è portati a pensare che affrontando l'argomento si possa in qualche modo istigare ad un certo tipo di atto. In realtà avviene il contrario: rappresenta il primo passo anche in ottica di prevenzione del fenomeno, ed è proprio questo l'obiettivo della campagna”.

 

Ad essere precisato è inoltre il fatto che avere un pensiero suicidario, anche se questo può sembrare strano, sia qualcosa che può essere normale: “Mi spiego, quando una persona vive una fase caratterizzata da un dolore emotivo molto forte, caratterizzata dalla perdita di speranza per il futuro o del significato della propria vita, accade che certi pensieri possano farsi largo nella mente”

 

Ed è proprio in questi momenti lo stigma può giocare a nostro sfavore: “Risulta infatti difficile, e talvolta impossibile, parlarne dal momento che la paura di essere in qualche modo etichettati può avere la meglio. E questo vale sia per le persone interessate dal pensiero, sia per quelle che si relazionano con loro”.

 

Il rischio per queste ultime, spiega la psicologa, è quello infatti di essere portate a sminuire il problema con frasi come "vedrai che passerà", "è solo un momento", "pensa positivo" oppure "capita a tutti": queste però, seppur pronunciate con le migliori intenzioni, non fanno altro che contribuire a far sentire una persona in difficoltà ancora meno capita.

 

“Al netto che il minimo comune denominatore del fenomeno è sempre un intenso dolore emotivo e psichico che non si può affrontare da soli – prosegue Martina Segatta – e non necessariamente, ci tengo a sottolinearlo, collegato ad un disturbo psicologico o mentale, è importantissimo saper riconoscere i segnali d'allarme”.

 

Cogliendo lo spunto, le chiediamo quali siano quelli principali: “I più identificabili sono un pensiero intenso e persistente di perdita di speranza, di significato della propria vita e del suo valore, apatia e anedonia (incapacità di provare piacere, ndr) nel fare le cose di sempre e una tendenza all'isolamento e al tagliare i rapporti col prossimo: quest'ultimo, seppur sia difficile rendersene conto, è il primo campanello d'allarme che può essere colto dalle persone vicine”.

 

Ma cosa fare, dunque, quando ci si rende conto della presenza di questi segnali?

 

“Se riguardano noi stessi, sembrerà banale, chiedere aiuto è sempre la miglior soluzione” spiega Segatta, sottolineando come esistano numerosi servizi specializzati pubblici e privati, ma anche associazioni e linee di ascolto telefoniche gratuite. Tra queste quella gestita dal progetto “Inno alla vita” e raggiungibile ogni giorno, dalle 7 del mattino all’1 di notte, chiamando il numero 800-061650: “É importante capire che non c'è un solo modo di chiedere aiuto, e che l'importante è fare il primo passo per poi venire reindirizzati al servizio più adeguato che sarà in grado di fornirci strumenti e risposte adeguate alla situazione”.

 

Ma come comportarsi, invece, se i campanelli d'allarme riguardano una persona a noi vicina?

 

“Se qualcuno ci comunica di nutrire pensieri suicidari o ci riporta frasi come "non vale più la pena vivere", "non riesco ad andare avanti" o "non ce la faccio più" – viene specificato – la prima cosa da fare è provare a mettersi in una posizione di ascolto non giudicante, cercando di permettere alla persona di aprirsi e di parlare anche di temi molto faticosi o dolorosi, cercando poi di invitarlo a chiedere aiuto”.

 

Da prendere in considerazione c'è poi un'ulteriore eventualità: “Se ci si trovasse in una situazione di vera emergenza legata al tema del suicidio, è fondamentale ricordare come il primo punto di riferimento a cui rivolgersi è il Pronto Soccorso che è sempre operativo 24 ore su 24”.

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