Entrano nella miniera sigillata dal 1953 (e noi con loro, VIDEO e FOTO), l'incredibile discesa in un passato cristallizzato: "Sulle pareti i nomi dei minatori. Emozione indescrivibile"
L'incredibile scoperta degli speleologi del gruppo Montorfano di Coccaglio a Pisogne, nella bassa Val Camonica: "Qualche anno fa abbiamo realizzato un volume dedicato specificamente ai minatori di Pisogne e siamo riusciti a intervistare alcuni degli ultimi uomini che avevano lavorato là sotto: ritrovarci tra le gallerie che ci avevano descritto così minuziosamente è stato come fare un passo nelle loro memorie, un'emozione indescrivibile"

BRESCIA. Una tragica alluvione, costata la vita a 11 persone, un labirinto di gallerie – molte delle quali scavate a mano – rimasto sigillato per oltre 70 anni, uno spettacolo di cristalli tra le pareti di roccia. L'emozione, soprattutto, di trovare testimonianze tangibili delle memorie di chi, in quelle gallerie, ha lavorato duramente per estrarre barite e siderite. L'esplorazione effettuata dagli esperti del gruppo Speleo Montorfano di Coccaglio a Pisogne, nelle viscere della montagna che sovrasta l'abitato della bassa Val Camonica, ha portato alla luce più che soli reperti e speleotemi: ha collegato la storia della 'Miniera dei Cristalli' – così è stato rinominato il sito dal gruppo di speleologi – con le storie dei suoi ultimi minatori e dei familiari che, tra le tracce lasciate in profondità, hanno visto il proprio cognome segnato sulla roccia con la fiamma delle vecchie lampade a carburo utilizzate dai lavoratori. Ma procediamo con ordine.
L'alluvione del '53
La miniera di cui parliamo, come detto, si trova nella zona di Pisogne ed il suo ingresso principale è sigillato da oltre 70 anni, da quando il 9 luglio del 1953 una grossa inondazione avvenuta nell'area aveva trasportato fango e detriti oltre gli argini del torrente Trobiolo, travolgendo ogni cosa lungo il suo passaggio.
“Le vittime furono 11 in tutto – racconta a il Dolomiti Franco Di Prizio, presidente del gruppo speoleologico Montorfano di Coccaglio – e tra queste si contano anche 4 minatori che operavano proprio nella 'Miniera dei Cristalli', una delle tante operative all'epoca nell'area fino alla chiusura dell'ultimo sito nel 1966”. Al contrario di quanto riportato in diversi resoconti, dice l'esperto, le vittime non si trovavano all'interno dei tunnel: “Ma nella sala compressori e nelle baracche all'esterno dell'ingresso, al cosiddetto imbocco del vallone. Nessuna salma, in altre parole, è rimasta all'interno della miniera. La forza dell'acqua ne ha però sigillato completamente l'ingresso principale con detriti, costringendo i lavoratori all'interno a risalire i livelli della miniera e a trovare vie d'uscita alternative”.
L'ingresso secondario: un mondo di cristalli
E proprio da una di queste vie d'uscita, da una galleria secondaria il cui ingresso è parzialmente crollato nel corso degli anni, gli speleologi del gruppo Montorfano si sono introdotti nel cunicolo di tunnel, i più profondi dei quali sono rimasti intoccati da quel tragico giorno.














“L'ingresso di quella prima porzione di miniera – continua Di Prizio – era noto, entrando però siamo riusciti a liberare, dopo due settimane di scavi, una sezione che ci ha permesso di accedere al reticolo di gallerie di comunicazione; quelle in altre parole che i minatori usavano per spostarsi da un livello a un altro. E questa è stata, per così dire, la grande scoperta. Negli ultimi anni avevamo realizzato un volume dedicato specificamente ai minatori di Pisogne e siamo riusciti a intervistare alcuni degli ultimi uomini che avevano lavorato là sotto: ritrovarci tra le gallerie che ci avevano descritto così minuziosamente è stato come fare un passo nelle loro memorie, un'emozione indescrivibile”.
Nella 'Miniera dei cristalli', tra gli anni '30 e '40 in particolare, si estraevano come detto principalmente barite e siderite, metalli di grande importanza per diverse industrie, tra le quali anche quella degli armamenti. Oggi nei tunnel si trovano ancora le rotaie per il trasporto del materiale (“sembrano ancora nuove”, dice Di Prizio), circondate da formazioni incredibili che racchiudono cristalli di varie forme e colori. Uno spettacolo che ha spinto gli speleologi a rinominare la miniera – la cui posizione esatta, per evitare l'arrivo di curiosi inesperti e i conseguenti rischi, non è stata comunicata.
Un viaggio nella memoria
“Scendendo un centinaio di metri dall'ingresso secondario – continua Di Prizio – siamo riusciti ad accedere a gallerie tappezzate di colate calcaree bianchissime, con vaschette di roccia contenenti le cosiddette 'perle di grotta', insiemi di carbonato di calcio che si formano attorno a granelli di detrito e che possono assumere varie colorazioni: dal bluastro, per la presenza di carbonato di rame, al bianco per il carbonato di calcio, dal rossastro per l'ossido di ferro al nero determinato dall'ossido di manganese”.
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Ancor più emozionante è stato però ritrovare le testimonianze umane affiorate sulle pareti: “Abbiamo ritrovato diversi nomi segnati nella roccia: le tracce dei minatori che avevano lavorato qui. Sono apparsi diversi 'Picinelli', un nome originario dell'abitato di Pontasio, e ancora 'Staffoni' o alcuni originari della zona di Malonno, appartenenti probabilmente a minatori che, dopo la chiusura dei siti più a nord, si sono spostati a Pisogne per continuare a lavorare. In molti casi quei minatori erano i nonni, o i bisnonni, delle persone che abbiamo intervistato per realizzare, insieme a Giacomo Goldaniga, il volume Miniere e minatori di Pisogne – Storie e vita di miniera”.

L'esplorazione del gruppo speleologico è stata portata avanti nelle scorse settimane e continua in questi giorni per mappare la miriade di tunnel che formano il complesso minerario.

“Per noi speleologi – continua l'esperto – mettere piede in un contesto rimasto sigillato per 70 anni è un'emozione indescrivibile, che abbiamo condiviso anche grazie a un video dell'esplorazione. Ancora più emozionante è stato però ricevere le moltissime fotografie e documenti che, negli scorsi giorni, ci hanno inviato i familiari dei minatori che hanno lavorato qui a Pisogne”.
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Testimonianze, come si può notare nelle fotografie, che vedono i minatori intenti a lavorare, chi nei tunnel a spingere i carrelli, chi all'esterno per selezionare il materiale recuperato. Altri ancora mangiano – e fumano – appoggiati alla parete con i caschi sulla testa, altri portano avanti le operazioni di scavo distruggendo la roccia davanti a loro.

I rischi: “I passaggi sono pericolosi, devono essere affrontati solo da speleologi”
La miniera, come detto, è comunque ancora in fase di esplorazione per poter arrivare a mappare tridimensionalmente l'intero sito, che comunque non verrà aperto al pubblico: “Le scale di legno che un tempo utilizzavano i minatori – conclude Di Prizio – sono marcite e noi siamo riusciti a muoverci nei tunnel utilizzando tecniche speleologiche. Per questo non abbiamo voluto condividere il luogo esatto per l'ingresso alla miniera, che ha ovviamente il suo nome storico: per evitare che eventuali inesperti si avventurino nelle gallerie rischiando di farsi male. Sul territorio di Pisogne potrebbe aprire il prossimo anno al pubblico la miniera di Quattro Ossi, già inserita nel progetto del Parco minerario di Pisogne, ma per la 'Miniera dei cristalli' il discorso è diverso”.


















