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Trento
25 novembre | 06:00

“Mi diceva che senza di lui non ero nulla”. La voce di una donna che ha trovato il coraggio di fuggire da anni di violenze: “Mi faceva credere di essere io quella sbagliata”

Una storia drammatica e forte di una donna costretta a subire aggressioni fisiche e verbali davanti anche ai figli. "Lui mi tradiva continuamente scusandosi del fatto che - essendo più giovane di me - non poteva per tutta la vita fare sesso con una donna sola" racconta Veronica che oggi sceglie di raccontare tutto perché sa che da quel silenzio, altre come lei devono potersi liberare

Foto archivio
Foto archivio

TRENTO. “Non siamo noi ad essere sbagliate. Bisogna credere a noi stesse”. Veronica (nome di fantasia per motivi di privacy) lo ripete oggi come un mantra. Per anni, però, quella frase le è rimasta bloccata in gola, soffocata da una quotidianità fatta di controllo, umiliazioni e paura

 

La sua è una storia tremenda di violenza che con il passare del tempo ha lasciato profondi lividi anche sull'autostima e sulla libertà. “Se uno ti mette le mani addosso o ti violenta, vai dal medico, chiedi un certificato ed è fatta, puoi essere creduta. La violenza psicologica è più subdola e non sempre ti credono” racconta. 

 

La sua storia comincia in una famiglia dove nessuno alzava la voce. Per questo, quando il marito ha iniziato a urlare, insultare, tradire e manipolare, il colpo emotivo è stato devastante.

Una situazione che è andata avanti con il tempo diventando sempre drammatica. Dalle aggressioni davanti ai figli, la solitudine, le aggressioni fisiche e verbali e tanto altro.  La vicenda è iniziata attorno al 2019 e nel 2023 è arrivata per l’uomo una condanna a 2 anni e 8 mesi di carcere confermata poi in appello. Sulla vicenda ora si attende il giudizio della Cassazione

Ma oggi Veronica sceglie di raccontare tutto perché sa che da quel silenzio, altre come lei devono potersi liberare.

 

Quando ha iniziato a percepire che la situazione con il suo ex marito stava diventando preoccupante? C’è stato un episodio in particolare che l’ha allarmata?
Sono cresciuta in una famiglia dove alzare la voce non era mai un’opzione di base, i miei genitori sono delle persone pazienti, gentili e - soprattutto mia madre - empatici. Non ci hanno mai e mai trattati in una maniera spregevole, erano molto presi per tenere su una famiglia nei tempi del crollo del Soviet, ma la nostra impostazione di base era “voi siete amati e accettati”. Quindi nella relazione con lui trovarmi davanti agli urli e alle parole umilianti nei momenti di maggiore stress dopo la nascita del primo figlio è stato quasi traumatico, perché non ero per nulla abituata ai trattamenti simili, anzi, mi congelavo e mi ritiravo, pensando sempre di essere sbagliata io. I primi segni drastici e le prime preoccupazioni sono arrivate quando sono rimasta per la seconda volta incinta.

 

Cosa è successo?
Lui mi tradiva continuamente scusandosi del fatto che - essendo più giovane di me - non poteva per tutta la vita fare sesso con una donna sola. Era diventato normale, parte della vita quotidiana. Due mesi prima della nascita di nostro figlio discutevamo tantissimo sulla modalità del parto, sull’educazione del primogenito, sui lavori domestici, sul fatto che io non contributivo a 100% al bilancio economico familiare ecc. Ad un certo punto è successo un episodio che mi ha spinto per la prima volta a cercare una soluzione di uscita: mentre mi aggrediva verbalmente, il piccolo (1 anno e 8 mesi) gli era vicino e lui l’aveva spinto dandogli una botta sulla testa. Non era grave come azione fisica ed il piccolo non si era fatto male ma era un segnale allarmante che aveva avuto su di me un impatto emotivo e forse anche sul piccolo. Avevo chiesto un aiuto alla mia ostetrica, abbiamo trovato una soluzione temporanea per un paio di mesi per allontanarmi, ma dopo che glielo avevo annunciato è scattata una discussione forte in cui lui m’aveva detto che la mia decisione era stupida e che non ce l’avrei mai fatta senza di lui che mi supportava. In realtà, in quel momento aveva ragione: ero in Italia con un permesso di soggiorno temporaneo, senza lavoro, senza casa, senza patente, senza parenti, incinta di 7 mesi. Non sapevo nulla dei miei diritti e mi sono subito arresa, sono rimasta e siamo andati avanti perché ero e mi sentivo dipendente da lui.

 

Quali erano i comportamenti del suo ex marito? Cosa le diceva/faceva e come ha modificato il suo modo di vivere?
Sarebbe difficile rintracciare nel passato ogni episodio, ogni parola, ogni gesto e riunirli in un racconto che spiega il cambio del modo di vivere, pensare, sentire. Devo ammettere che dopo 3 anni e mezzo di processo e 6 anni da quando mi sono rivolta per la prima volta al centro antiviolenza di Trento, ho potuto costruire un racconto abbastanza lineare e logico, ma lì per lì è impossibile notare il momento di No Return, ed è proprio quello che non permette a tante donne - come me - di dire “sono una vittima di violenza”, perché è subdola, a piccoli passi, ti smonta ogni tuo valore e cambia la tua autostima. Se uno ti mette le mani addosso o ti violenta, vai dal medico, chiedi un certificato ed è fatto, puoi essere creduta. Se la violenza è psicologica, ti dicono pure “ma no, è così bravo, ma sembrate una famiglia perfetta” e ancora meglio: “nelle discussioni di coppia ci sono sempre 2, non è mai colpa di uno solo”. 
Quindi se tornassi ai comportamenti, vado a caso: insulti, urli, colpe, umiliazioni, indurmi in modo subdolo ai rapporti sessuali (sennò se ne trova una), farmi credere che mi aveva trovato sotto il ponte e che non valevo nulla, che senza di lui non sarei nulla e che non facevo niente (né a casa, né nel mondo di lavoro), che i miei genitori erano delle pezze, che sono una madre di m***, una “pu*** russa ciucciac***”. Seguirmi con il gps in macchina, entrare nei miei account, controllare i movimenti del conto, dividere a metà ogni spesa mentre non lavoravo, trattare male le mie amiche o cambiare all’ultimo momento i piani mentre una volta ho provato a festeggiare il mio compleanno alla casa della vicina. Controllo, continuo controllo. Comprare un powerbank con la camera nascosta e filmarmi in situazioni intime, rubarmi la biancheria intima, dirmi di trovarmi un “c*** nero” per stare meglio, mentre doveva stare con i bimbi quando davo le lezioni online, partire all’improvviso e non avvertirmi, criticare il posto di lavoro, dirmi che non capivo nulla perchè avevo un lavoro modesto, mi chiudeva fuori casa, mi diceva di “togliermi dal c***” perchè stavo rovinando i figli, e tanto altro. 

 

Ad un certo punto lei porta dal meccanico l'auto per fare della manutenzione. Li si accorge di quello che stava accadendo. Cosa ha provato e cosa ha pensato? E' stato quello il momento che ha capito che non poteva più andare avanti in quel modo?
Sette mesi prima dell'episodio con il telefono attaccato alla macchina mi aveva seguito e davanti a me aveva tirato fuori da un comparto della macchina un tracciatore minuscolo, io avevo chiamato i carabinieri ma mi hanno chiaramente detto che se non ero in pericolo immediato, non potevano fare nulla e se volevo, il giorno dopo avrei potuto venire in stazione a fare la denuncia. Sono stata quasi subito contattata dal mio avvocato precedente e fortemente sgridata perché, secondo lei, senza prove fisiche nessuno mi avrebbe creduto e mi avrebbero incolpato di calunnia. 
Quindi ero già consapevole che mi spiava e mi seguiva. Lui entrava nei miei account, cambiavo le password ogni 2 settimane, avevo comprato un attrezzo per rilevare le onde degli gps/tracciatori/registratori, mi entrava in casa con la chiave che aveva preso e copiato, ho dovuto cambiare la serratura, si parcheggiava vicino alla mia macchina nel parcheggio del mio lavoro, il posto non abituale. Quindi ci siamo accorti del telefono del suo lavoro attaccato con una calamita sotto la mia macchina, da una parte ero poco sorpresa (del fatto stesso), dall’altra, scioccata perché non potevo credere a una perversione del genere. E’ stato un momento chiave perché - per la prima volta - avevo una prova fisica che riconduceva direttamente a lui. Con la macchina sono andata alla stazione dei carabinieri ed il maresciallo mi ha convinto a raccontare tutta la storia. 

 

Alcuni episodi di aggressione sono avvenuti davanti ai suoi figli. Ci sono gesti, parole o atteggiamenti di loro che le sono rimasti impressi?
Durante la convivenza il grande aveva spesso paura del padre (“palula di papà” mi diceva da piccolo). Durante uno degli episodi violenti avevo protetto il grande e mi ricordo il suo pianto disperato nelle mie braccia mentre il padre cercava di colpirlo sulla testa urlandoci addosso. Mi ricordo dopo la separazione ma prima delle denunce, il grande che, tornava dalla casa del padre e diceva “superdonne di m***” (perché il padre aveva in qualche modo avuto accesso al mio telefono e al whatsapp, e leggeva i messaggi del gruppo delle amiche chiamato SuperDonne, oppure “voi (io e la piccola), c*** di femmine”, oppure avevano paura che io li abbandonassi per un amante (riportato direttamente dal figlio perché influenzato dal padre) oppure che io mandassi in prigione il padre (detto direttamente a loro dal padre), e quindi loro non saprebbero dove andare... Nonostante tutto questo proteggevano sempre il padre… e tutt’ora mi dicono: “si arrabbiava con noi e perdeva pazienza, perchè ero difficile” (figlio grande), “eh, era pieno di cose da fare, non aveva pazienza”.

 

Aveva provato a chiedere aiuto a qualcuno prima della denuncia?
Si, nel novembre 2018 mi ero rivolta per mail al consultorio chiedendo l’aiuto, non ho ricevuto risposta. Un’amica mi aveva passato i contatti di una casa rifugio e del centro antiviolenza, sono andata due volte all’ultimo mentendo sulla mia destinazione (ai tempi non mi seguiva), ma dopo la reazione molto forte delle operatrici (mi proponevano di andare via con i bambini nella casa rifugio per le donne, ero troppo spaventata), mi sono ritirata e loro hanno chiamato l’assistente sociale della valle che ha fatto partire un processo penale che si è chiuso con l’assoluzione completa perché non sono mai andata avanti con le testimonianze, ho fatto finta che andava tutto bene, ero troppo sottomessa, lui diceva che mi avrebbe tolto i figli se andassi via, non avevo la patente, il lavoro, i soldi, la macchina. 
All’inizio una sola amica era a conoscenza dei fatti e mi sosteneva enormemente, ma non poteva aiutarmi più di quello che faceva. Gli altri (nemmeno i miei genitori) non sapevano nulla finché non era partito il primo processo. Mi ero confidata con la sorella e la cugina del padre dei bambini. Conoscevano il suo carattere, la sorella aveva pur subito la violenza da parte sua, ma hanno preferito non intromettersi. 
Più avanti, quando eravamo separati ma prima della denuncia con il cellulare sotto la macchina, avevo già un cerchio di amici e vicini di cui mi fidavo, quindi è stato leggermente più facile. Anche la mia famiglia era al corrente e mi sosteneva tantissimo, pur online.

 

C’è qualcosa che, secondo lei, dovrebbe essere migliorato per proteggere le donne in situazioni simili?
Assolutamente. Educazione sessuale e all’empatia alle scuole di tutti i gradi, prevenzione, informazione chiarissima, una raccolta pratica degli aiuti disponibili, la rete pronta se la donna decide di lasciare una situazione di violenza. E' fondamentale credere alle donne. 
Se mi rivolgo a un consultorio o al centro antiviolenza, non mi devono spaventare, mi devono subito, lo stesso giorno, dare degli strumenti, dell’appoggio psicologico, spiegarmi i miei diritti e le conseguenze delle mie decisioni, non spingermi ad andare in casa rifugio come unica soluzione, se non ci voglio andare.
Il sistema deve cambiare: dopo la seconda denuncia ai carabinieri nel 2022 avevo supplicato l'assistente sociale di aiutarmi, a trovarmi una casa (io e lui abitiamo tutt’ora vicinissimi). “No”, mi è stato detto che non ci sono possibilità, anche perché il servizio sociale non era stato avvertito e coinvolto dal Tribunale. Non solo le case rifugio. Servono piccoli appartamenti pubblici a rotazione per 2-6 mesi, vicino ai servizi essenziali nei quali le donne possono accedere finchè non trovano una nuova sistemazione, finchè non trovano un nuovo equilibrio e possano impostare e ricostruire una nuova vita, specie se ci sono bimbi piccoli. 

 

Se potesse rivolgersi a una donna che si trova in una situazione di minaccia o violenza, quale messaggio le darebbe?
Di chiamare, di farsi dire cosa potrebbe fare per ottenere l’aiuto. Non sei sola e hai diritto alla vita serena. non sei sbagliata, non sei stupida, non sei puttana. Non credere a lui, credi a te stessa. Se ti sembra…non ti sembra.

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