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Bolzano
25 novembre | 20:02

"Mi ha violentata mentre gli urlavo di smetterla. Mi sono salvata con un calcio. Dopo ha implorato perdono, dicendomi però "negherò anche davanti all'evidenza""

Il dramma di Giulia, che dopo anni ha trovato il coraggio di parlare di quanto le è accaduto. "Denunciare? Non ci ho nemmeno mai pensato. Pensavo che la colpa fosse mia: sono stata io ad entrare a casa sua, sulle mie gambe. Dopo anni di psicoterapia sono riuscita a rimettere insieme i pezzi"

Mi ha violentata mentre gli urlavo di smetterla

“Non voglio fare il suo nome, non voglio dire da dove arriva, che lavoro fa. Vorrei che lui non c'entrasse nulla in questo racconto. Non merita di essere narrato come essere umano. Voglio raccontare le sue azioni. Non lui in quanto persona". 

 

La voce è alta, lo sguardo e il mento anche. Ci è voluto parecchio per convincerla a fare questa intervista. Ma ha deciso di raccontare senza remore, senza paura. Quando le tornano in mentre le immagini violente si vede il buio che le attraversa lo sguardo. Poi i toni divengono di nuovo accesi, soprattutto quando racconta che dopo la violenza, alla denuncia non ci ha nemmeno pensato.

 

“Che senso avrebbe avuto? Non vanno in galera quelli che violentano le ragazzine o le bambine, ci sarebbe andato lui? Ma figuriamoci. Sono io che sono entrata a casa sua. Autonomamente e sulle mie gambe. E sono uscita sulle stessa gambe. Quale giudice o tribunale lo avrebbe condannato? Nessuno”.

 

Forse, tutto questo è ancora più grave di così. Giulia (nome di fantasia) ci racconta, Giulia descrive momenti, azioni ed emozioni. E quella che più traspare tra tutte, è la rassegnazione. Perché lei a denunciare, in realtà, non ci aveva nemmeno vagamente pensato.

 

“Se mi avessero rubato la borsa sarei andata dai Carabinieri. In questo caso no. Giuro, non ho pensato alla denuncia nemmeno per un secondo”, ci spiega. “Anche perché, ti racconto una cosa: lui, perfettamente consapevole di ciò che aveva combinato, mi ha ripetuto più volte che avrebbe negato anche davanti all'evidenza. E che aveva tutti gli strumenti per cavarsela e non solo, anche per fare in modo che la vicenda si ribaltasse. Sarei diventata io la colpevole, la pazza, la traditrice. Si sarebbe portato dietro tutta una serie di persone che avrebbero urlato insieme a lui “te la sei cercata”. E io ho pensato per un sacco di tempo di essermela cercata, di essere colpevole della violenza subita. Dovevi sentire il tono di voce di questo soggetto mentre elencava tutte le motivazioni che lo avrebbero salvato se io avessi parlato con qualcuno della vicenda. Per non rimetterci la faccia, ovviamente. La famiglia, il lavoro. La reputazione. Te lo giuro su tutto ciò che ho di più caro, me lo ha detto in faccia, con una lucidità imbarazzante. “Se ne parlerai ti farò passare per pazza e ti porterò in Tribunale per sempre”. Quindi anche volendo...”.

 

Ma Giulia non voleva.

“Io volevo solo dimenticare e liberarmi di lui. Ci sono riuscita. Con parecchio aiuto e un miracolo. Ma ci sono riuscita”.

 

Il racconto parte un po' diesel, ma quando inizia non finisce più. Giulia ha 35 anni, è altoatesina, ha un lavoro che le piace molto, una routine consolidata. Un marito, due figli. Ci spiega che però, qualche tempo fa, è caduta. Erano tempi di crisi di coppia, quelli brutti che arrivano senza che tu te ne accorga. Il rientro al lavoro dopo la seconda maternità, le conseguenze della pandemia, le cose che a casa iniziano a non funzionare. “Insomma, era uno di quei momenti in cui rischi di fare una stupidaggine. Che ti fanno gettare nelle braccia di altri o altre, di persone che sembrano essere la panacea di tutti i mali - ci dice. 

 

“L'ho conosciuto per caso, a una cena di lavoro. Poi le solite cose: messaggini, love bombing, presenza assoluta e totale. Ci ho messo trenta secondi a capire che era anche troppo, ma non ho ascoltato la vocina nel mio cervello che mi urlava di scappare a gambe levate. Sono stata un'imbecille. In realtà la situazione per qualche settimana ha funzionato. Tutto molto bello tutto molto magico. Tutto molto.

Poi è diventato troppo. Poi ho capito che alcuni suoi lati del carattere sfioravano la follia. Che era ossessivo". 

 

La violenza è arrivata a sorpresa. Il solito incontro chiarificatore. Si quello al quale non sarei dovuta andare. Ma, te lo giuro, non avrei mai pensato a un epilogo simile. Anche perché sono stata chiarissima: possiamo andare dove ti pare e puoi insistere quanto ti pare, ma non succederà nulla. E invece è stato proprio subdolo. Si è preso una falange, poi l'altra, poi l'altra ancora. Non me ne sono quasi accorta di quello che stava accadendo. Ma a un certo punto ho realizzato e ho urlato di non andare oltre. Urlato, non richiesto gentilmente. Più volte. Più e più volte.

E lui ne è letteralmente sbattuto le palle delle mie parole. Posso dirlo? No saprei come altro raccontarlo. Non gliele fregava niente, sembrava una scimmia senza capacità di raziocinio. Non scherzo. Sembrava un essere vivente tornato allo stato brado, senza alcuna capacità di controllarsi. E allora sono rimasta a guardare per qualche secondo. Avevo le braccia incrociate, mentre, in sostanza, lui andava avanti da solo. L'ho allontanato con un calcio. Il più bel calcio della mia vita. Lui non ha detto niente per qualche istante. Poi ha cercato di fare quello che piangeva e che si disperava. Quello è stato lo schifo più assoluto. Il suo disperato tentativo di passare per un martire che non ha idea di cosa sia successo, che si getta ai piedi per chiedere perdono...e che allo stesso tempo ti ripete di continuo “però se lo dirai a qualcuno mi incazzerò e ti farò passare per pazza”.

 

E mentre parla, Giulia ride. E' una risata di rabbia. Di delusione. Di altra rabbia. 

"Cosa vuoi che ti possa dire di fronte a un soggetto del genere? Cioè uno che sa di averti rovinato la vita, che piange come un bambino perché non vuole perderti e che allo stesso tempo ti spiega per filo e per segno cosa racconterà per difendersi se mai tu lo accuserai. Te lo giuro, nel dettaglio. E con una lucidità incredibile. O è pazzo da rinchiudere, o è una schifezza”.

 

Cosa pensavi in quel momento?

“Sinceramente? Che avrei voluto vederlo morto colpito in testa da un fulmine. In quell'istante. Non tanto per il male fisico, ma per l'umiliazione ulteriore. Per la consapevolezza che aveva ragione quando diceva che nessuno mi avrebbe mai creduto. Quindi ho fatto spallucce e sono andata avanti”.

 

Come?

“Con la psicoterapia mirata. Ci ho messo anni a rimettere insieme i pezzi di me stessa, come donna e come essere umano. Ci ho rimesso rapporti umani, amicizie, rapporti in generale. Mi sono portata dietro una rabbia cieca per un sacco di tempo. Non ero arrabbiata con lui, ma con me stessa. Poi un giorno, la mia psicologa, ha deciso di essere brutale e mi ha detto “Fammi capire...ti ha violentata, minacciata e umiliata...e la colpa sarebbe tua?”.  E' stato una schiaffo meraviglioso. Intanto ho dato un nome a quello che era successo. E per un secondo, sono riuscita a vedere la cose da fuori. Perché la mia storia era una di quelle storie di fronte alle quali mi sarei arrabbiata, indignata, sarei scesa in piazza. E invece, siccome si parlava di me, non aveva lo stesso peso. La colpevole ero io.

Perché non sarei dovuta entrare in quella casa. Poche ore dopo la seduta dalla terapeuta, mi sono trovata in mano un bellissimo video, di una modella americana. In questo video lei diceva semplicemente che una donna può anche essere nuda nel tuo letto, ma se all'ultimo ti dice “ciao, vado, ho cambiato idea”, tu, uomo, non puoi fare nulla se non annuire e accettare. Un minuto di verità assoluta. Poi ho letto i commenti degli uomini. Anzi, dei maschi. E che schifo. E sono certa che di quei commenti ne leggeremo anche sotto il tuo articolo”.

 

Probabile, ma forse possiamo ignorarli insieme. O evitare quelli dei “maschi” e leggere gli altri.

“Gli uomini, in effetti, le davano ragione. Forse c'è ancora speranza”.

 

Cosa ti auguri oggi, Giulia?

Che mia figlia non incontri mai un soggetto del genere. E voglio che mia figlia, adolescente, sia oggi più consapevole che mai che non siamo noi sbagliate, che non siamo noi colpevoli. Che il suo “no” vale esattamente come il no di chiunque altro. Per ora non ho ancora avuto il coraggio di raccontarle cos'è accaduto. Ho paura di rovinare l'idea dei rapporti umani che ha in questo momento. E' giovane, l'ho educata a stare attenta e sto facendo il possibile per farla crescere come donna consapevole. Prima o poi le racconterò tutto, ma non oggi.  Forse ancora non ho la forza. Se ci pensi, questa è la prima volta che ne parlo in questi termini fuori dalla stanza della psicologa”.

 

Ti ha fatto bene?

“Non lo so. Lo scoprirò quando leggerò l'intervista”.

 

Hai paura che scriva così male?

“No. Ho paura che non passi il concetto. Qui non si parla di me. Io lo so per certo che qualcuno, tra chi sta leggendo, ha una storia simile alla mia. Lo so per certo. E vorrei abbracciare ogni singola donna che sta annuendo davanti allo smartphone o allo schermo di un computer.  Non è colpa nostra. E' colpa loro. Smettiamola di pensare il contrario”.

 

Dici che leggere queste parole aiuterà veramente?

“Lo spero”.

 

E lui?

“Non mi interessa. Non so più nulla di lui, no so nemmeno se vive ancora nella stessa città, se fa lo stesso lavoro. Spero solo, con tutta me stessa, che non abbia mai più incontrato una donna nella sua vita. Ma purtroppo non sarà così e adesso ci sarà qualche poveretta vittima dei suoi giochini”.

 

La psicoterapia?

“Non la mollerò mai più. Ha rimesso insieme i pezzi di Giulia donna, di Giulia madre, di Giulia moglie. Ha rimesso insieme la mia mente, i miei pensieri e il mio sentire.  Mi ha convinta che se agli compiono azioni cattive, la colpa non può essere mia. Nemmeno se quel giorno sono stata io ad entrare consapevolmente dalla sua porta di casa”.

 

Vuoi aggiungere qualcosa?

“Si. Tutelateci. Io ho le spalle larghe e nonostante questo i danni fatti sono stati enormi. Tante al posto mio magari non sarebbero riuscite ad andare avanti. Ascoltateci. Ascoltate le grida di aiuto. Non sottovalutate le parole cattive, scritte o dette. Non sono “solo parole”. Credeteci. Anche se siamo state noi ad entrare in quella casa. Anche se avevamo la gonna". 
 

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